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Senza investimenti l’Italia non cresce

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La spesa è salita grazie al Pnrr, ma presto la spinta si esaurirà. E il governo non ha ancora scritto il piano pluriennale richiesto dalla Ue
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Lorenzo Bini Smaghi è un economista di prestigio internazionale, già nel board Bce, presidente della megabanca francese Societe Generale. Ma non si è mai trovato alle prese con un tale guazzabuglio burocratico come quando è stato chiamato a presiedere il Centro per l’arte contemporanea Pecci di Prato. «Abbiamo gli stessi problemi di qualsiasi ente pubblico, piccolo o grande, quando si parla di investimenti», racconta. «Non lontano da qui, l’aeroporto di Firenze da trent’anni deve essere ristrutturato: ma ogni volta si erge un muro di veti incrociati fra Comuni limitrofi, Regione, Stato, autorità, ricorsi, pratiche interminabili dall’incerto iter».

Gli investimenti tornano a calare

Cambiamo esempio di “messa a terra”: «Il piano Industria 5.0 è dotato di 6 miliardi per tecnologia e sostenibilità, ma il negoziato con Bruxelles nell’ambito della revisione del Pnrr è stato condotto male», accusa Stefano Firpo, direttore di…

Lorenzo Bini Smaghi è un economista di prestigio internazionale, già nel board Bce, presidente della megabanca francese Societe Generale. Ma non si è mai trovato alle prese con un tale guazzabuglio burocratico come quando è stato chiamato a presiedere il Centro per l’arte contemporanea Pecci di Prato. «Abbiamo gli stessi problemi di qualsiasi ente pubblico, piccolo o grande, quando si parla di investimenti», racconta. «Non lontano da qui, l’aeroporto di Firenze da trent’anni deve essere ristrutturato: ma ogni volta si erge un muro di veti incrociati fra Comuni limitrofi, Regione, Stato, autorità, ricorsi, pratiche interminabili dall’incerto iter».

Gli investimenti tornano a calare

Cambiamo esempio di “messa a terra”: «Il piano Industria 5.0 è dotato di 6 miliardi per tecnologia e sostenibilità, ma il negoziato con Bruxelles nell’ambito della revisione del Pnrr è stato condotto male», accusa Stefano Firpo, direttore di Assonime: «A parte che si parte con un anno di ritardo, il sistema è peggio di Industria 4.0. Settori che hanno bisogno di investire per decarbonizzarsi, perché sono per loro natura “energivori” e partecipano al mercato Ets, sono esclusi per una miope applicazione della tassonomia Ue, malgrado abbiano una genuina volontà di ridurre l’impatto. E poi, le imprese per accedere al programma devono accelerare gli investimenti in un breve lasso di tempo, seguire complicati adempimenti “prenotativi” ex ante e “confermativi” ex post, e infine dimostrare il calo dei consumi a enti certificatori non sempre specializzati».

Il piano che non c’è

Fin qui si parla di stanziamenti fatti, ma la carenza più grave nei documenti del governo sul bilancio 2024 è proprio l’assenza di un piano complessivo di investimenti. «Da oltre dieci anni è come se i governi avessero rinunciato a finalizzare e finanziare questa componente, puntando invece a voci di spesa corrente improduttive che hanno un riscontro elettorale immediato. E tutto finisce nel deficit», riprende Bini Smaghi. «La spesa per investimenti – aggiunge Marco Magnani, docente alla Luiss e ricercatore ad Harvard – per anni non ha superato il 2% del Pil, solo ora sta risalendo grazie al Pnrr, ma i livelli sono temporanei (il Pnrr scade nel 2026) e comunque insufficienti per valorizzare quella che è secondo il progetto Draghi, essenza del nuovo spirito europeo, la leva di crescita numero uno, appunto gli investimenti: perciò si spinge su unione bancaria, mercato unico dei capitali, eurobond».

I rischi dell’autonomia

Nel quadro attuale, il Mezzogiorno è il più penalizzato: «Almeno il Pnrr ha portato gli investimenti da 9 a 13 miliardi nel 2023 dopo un calo decennale, con interventi significativi dai treni ai servizi sociali», spiega Luca Bianchi, direttore dello Svimez. «Quando finirà, si riaprirà la carenza di stanziamenti in conto capitale a partire dalle assunzioni, e l’autonomia differenziata complicherà il tutto».

Peraltro, ogni governo si dichiara pro-investimenti. «Adesso però per la prima volta le regole comuni ci impongono di sottoporre a Bruxelles a settembre non un bilancio annuale congiunturale bensì un programma pluriennale strutturale – spiega l’economista Enrico Giovannini – con al centro un piano di investimenti produttivi razionale e ben congegnato, in grado di trainare il Paese fuori dalle secche del deficit». Nulla di tutto ciò è stato fatto dall’attuale governo, malgrado l’accordo europeo che lo prevede sia di aprile. La speranza è che, visto che pure la Francia è in ritardo (perché non aveva un governo a differenza dell’Italia), l’Ue chiuda un occhio. Dal 2025 niente più sconti.

Non tagli ma scelte

«Va chiarito – riprende Giovannini – che il 2% del Pil in investimenti pubblici è un valore al lordo degli ammortamenti. Di fatto l’Italia ha avuto per anni stanziamenti netti negativi finanziati in deficit. Oggi, sempre in prospettiva crescita, c’è il problema che un sistema digitale o una fabbrica automatica hanno un’obsolescenza rapida e ammortamenti più costosi: la risposta non è il taglio degli investimenti né degli incentivi a quelli privati ma viceversa privilegiare e finanziare quelli ad alto contenuto tecnologico e sostenibile, in linea con i piani internazionali di lotta al cambiamento climatico e a maggior moltiplicatore».

«Servono anche investimenti di manutenzione straordinaria dell’esistente, perché rivalutano il capitale naturale e infrastrutturale altrettanto cruciale», aggiunge Andrea Boitani, economista della Cattolica: «Uno studio della nostra università ha indicato in 2,1 miliardi annui per 15 anni le necessità per fare arrivare a un indice di sicurezza accettabile i ponti delle sole strade Anas (32mila chilometri,ndr), cifra che lievita con i nuovi interventi dettati dai cambiamenti climatici. L’Anas non avrà mai la capacità per spendere tutti questi soldi, eppure su strade migliori transita un’economia vivace».

Pubblico-privato

A drenare risorse aggravando il deficit è oggi il 110%, «ma è grave l’inesistenza di tentativi per tagliare le spese improduttive», commenta Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria. «Servono sinergie con gli investimenti privati, che specie nelle zone a forte concentrazione di ricchezza possono assolvere a finalità di sviluppo comune: pensiamo a Porta Nuova e CityLife a Milano. Al centro di Roma sono da valorizzare enormi aree dismesse, dal Mattatoio alla Fiera. Quando nasce un quartiere aprono negozi nuovi e quelli vecchi si rinnovano per competere in un circuito positivo».

Non è un problema solo italiano. Lo vive anche la Germania non per carenza di fondi ma per atavica (e costituzionale) ritrosia a spendere. In America nei programmi di entrambi i candidati c’è una risposta alla mancanza di case, alle buche autostradali, agli aeroporti pericolosi. «Spetta alla mano pubblica incentivare gli investimenti privati», ci dice il saggio Joseph Stiglitz. «È in gioco la democrazia. La crescita dei populismi autoritari avviene non nei Paesi in cui il governo ha fatto tanto ma in quelli in cui ha fatto poco, seguendo la dottrina neoliberista. Invece i governi devono prendersi cura dei cittadini, sostenerli, difenderli dagli shock. Se si riduce l’intervento pubblico crescono disuguaglianze, abusi di potere di mercato, sfruttamento». Costerà caro ma è indispensabile arginare i pericoli puntando sugli investimenti.

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