Unicredit-Commerzbank l’unione bancaria ai tempi del populismo
di Francesco ManacordaMa allora è davvero il mondo al contrario, come dice quel tale che piace tanto alle destre. Un mondo al contrario dove una banca italiana – parte di un sistema creditizio da sempre accusato di campanilismo e dunque condannato alla perpetua frammentazione e al rischio di essere colonizzato – fa un passo deciso verso la possibile acquisizione e fusione con una banca tedesca. Il tutto provocando in Germania altissimi gridi di dolore e contestazioni assortite di politica e sindacati. Un mondo al contrario, del resto, anche perché oggi essere tedeschi non è sempre un affare fantastico: la recessione in patria, la Volkswagen che per la prima volta deve chiudere stabilimenti, la Bmw che vede un futuro più grigio del previsto. E adesso anche la Commerzbank che – per parafrasare Woody Allen – non si sente tanto bene.
Il consolidamento bancario che piace all’Europa
Intendiamoci: ad Andrea Orcel, già grande alchimista di fusioni creditizie e da quasi quattro anni (quattro anni in cui il valore …
Ma allora è davvero il mondo al contrario, come dice quel tale che piace tanto alle destre. Un mondo al contrario dove una banca italiana – parte di un sistema creditizio da sempre accusato di campanilismo e dunque condannato alla perpetua frammentazione e al rischio di essere colonizzato – fa un passo deciso verso la possibile acquisizione e fusione con una banca tedesca. Il tutto provocando in Germania altissimi gridi di dolore e contestazioni assortite di politica e sindacati. Un mondo al contrario, del resto, anche perché oggi essere tedeschi non è sempre un affare fantastico: la recessione in patria, la Volkswagen che per la prima volta deve chiudere stabilimenti, la Bmw che vede un futuro più grigio del previsto. E adesso anche la Commerzbank che – per parafrasare Woody Allen – non si sente tanto bene.
Il consolidamento bancario che piace all’Europa
Intendiamoci: ad Andrea Orcel, già grande alchimista di fusioni creditizie e da quasi quattro anni (quattro anni in cui il valore del titolo si è più che triplicato) a capo di Unicredit, le definizioni di banchiere italiano e di banca italiana per quel che riguarda il suo gruppo, stanno decisamente strette. Di fatto, ormai, guardando al libro soci, è difficile dire quale dna azionario abbia Unicredit. È comunque un dato di fatto che, con l’acquisto del 9% di Commerzbank, parte dall’Italia una prima mossa di quel consolidamento bancario a livello continentale che i vertici delle istituzioni europee – lo ha appena fatto con le dovute cautele la presidente della Bce Christine Lagarde – giudicano con favore.
Questo avviene però in un momento in cui l’Europa tocca i suoi picchi di impopolarità nell’opinione pubblica. La Germania assai poco felix che vediamo è quella in cui l’estrema destra dell’Afd supera il 30% nei Lander dell’Est e le rivendicazioni sociali cavalcate dai movimenti populisti si riflettono – ovviamente pantografate in uno scenario di assai minore disagio economico e sociale – nei timori dei sindacati bancari tedeschi, che vorrebbero sbarrare la porta all’“invasore” italiano. Lo fanno, peraltro, ricordando vere o presunte difficoltà di un’operazione di vent’anni fa, quando sempre Unicredit – già allora la banca che guardava più delle altre all’espansione internazionale – assorbì la sempre tedesca Hvb. E dimenticando che, nel 2005, Hvb era un istituto ampiamente decotto.
Il rischio, comunque, è quello di avere oggi uno scenario dove si incrociano tendenze che si muovono non solo a velocità diverse, ma che vanno proprio in senso opposto: l’unione bancaria che fa un piccolo passo in avanti dopo anni e anni di stallo; l’unione politica che si affaccia al contrario sul baratro di opinioni pubbliche – e soprattutto corpi elettorali – che dell’Europa dicono di averne abbastanza, che non percepiscono il dividendo ottenuto dall’ultimo mezzo secolo in termini di sviluppo, sicurezza e qualità della vita.
I timori tedeschi
Poco importa, a questo punto, che il governo tedesco non si opponga all’arrivo nell’azionariato di Unicredit, ma abbia anzi deciso scientemente di cedere agli italiani la prima parte della quota di Commerzbank che ha deciso di dismettere. Questo potrebbe semplicemente aumentare le difficoltà dell’esecutivo di Berlino sul fronte interno.
A preoccupare sindacati e parte del fronte politico, al di là di una buona dose di conservatorismo e una vena di malcelato razzismo verso chi fa banca a Sud delle Alpi, è soprattutto la preoccupazione che una fusione Unicredit-Commerzbank si traduca in un taglio di posti di lavoro in Germania, come di norma avviene in queste operazioni combinatorie che puntano ad aumentare l’efficienza – e il rendimento del capitale – eliminando sovrapposizioni e riducendo i costi.
Non sono certo le preoccupazioni – legittime, ma inevitabilmente corporative – dei sindacati tedeschi che dovranno guidare le mosse di Unicredit. Ma è un dato di fatto che una fase storica in cui le banche battono a ogni trimestre il loro record di utili e le economie nazionali stagnano pericolosamente è il segno che nella cinghia di trasmissione tra finanza ed economia molto si è inceppato. Unicredit promette ai suoi azionisti ricchissimi utili e altrettanto ricchi dividendi, così come la maggior parte delle altre banche europee. Ma un continente di azionisti felici e popoli arrabbiati non pare destinato a restare in equilibrio a lungo.