«Non è mai stato fatto, è vero. Alcuni dicono che non è possibile “de-strapazzare” un uovo. Ma io chiedo: perché no?». Emilio Calvano, professore alla Luiss di Roma e fellow dell’Istituto Einaudi, si occupa di concorrenza nei mercati digitali. Ed è convinto che il breakup, la separazione delle varie attività che Google o le altre Big Tech hanno concentrato, sia un’ipotesi «quasi ovvia», visto che «abbiamo di fronte società che per dimensioni non hanno precedenti e che dominano mercati cruciali per la nostra economia e la nostra democrazia».
Questo risveglio Antitrust arriva con enorme ritardo. Troppo per correggere le distorsioni?
«Sì e no. Sì, perché negli ultimi 15 anni abbiamo consentito a queste aziende di crescere oltremodo, autorizzando acquisizioni che non dovevano passare, come quella di DoubleClick da parte di Google o di Instagram da parte di Meta: abbiamo creato mostri la cui capitalizzazione è comparabile al Pil dell’Italia. Ma la risposta è anche no, non arriviamo tardi: adesso dobbiamo tenerle sotto controllo e fare in modo che non abusino della loro posizione dominante per evitare di essere sfidate».
L’abuso è quello che cerca di provare il governo americano per Google, sia nella ricerca che nella pubblicità. C’è?
«Noi economisti lo diciamo da anni. Nella ricerca online c’è un circolo che si rafforza: i dati generano ricerche di qualità, che a loro volta generano dati. Accordi come quello di Google con Apple rafforzano il ciclo, lasciando i rivali senza dati, affamandoli. Questo ha impedito ai concorrenti, come per esempio Bing di Microsoft, di entrare sul mercato».
Ci scelgono perché il prodotto è migliore, replica Google. E usando Bing si fatica a darle torto.
«Un’ora dopo l’incidente di Fukushima, cercando la parola su Google comparivano gli ultimi aggiornamenti, su Bing una lista di hotel. Google era migliore, aveva subito appreso quello che le persone cercavano: ma questo era per reale superiorità o perché si era comprata tutto il traffico di ricerca di Apple e degli smartphone Samsung e grazie a quello aveva imparato? Il danno per il consumatore va misurato anche sul mondo che avremmo potuto avere ma non abbiamo: un motore di ricerca migliore, un social migliore».
Una delle obiezioni di Big Tech è, appunto, che nell’economia digitale — Intelligenza artificiale compresa — la scala serve a innovare: ridurla rallenterebbe lo sviluppo.
«Ma si può pensare a un modo per preservare la scala e aumentare il grado di competizione: per esempio creando delle infrastrutture con cui le imprese condividono gli input essenziali, a cominciare dai dati, competendo per chi li usa meglio anziché utilizzandoli come leva ai danni degli altri. Vale anche per il mercato della pubblicità, dove Google monopolizza quella che di fatto è la benzina di Internet».
Tra i rimedi di cui si discute c’è il breakup, la separazione delle varie attività. Per molti è impraticabile, per altri vanno prima esplorate soluzioni meno costose. Per lei?
«Perché no? Perché Google deve essere un conglomerato che offre centinaia di servizi diversi sotto lo stesso ombrello? Perché Amazon deve controllare sia il negozio digitale che la logistica delle consegne? La prima considerazione è che una concentrazione di poteri non è buona per la democrazia, a prescindere da come è stata raggiunta. La seconda è più strettamente antitrust e di protezione del consumatore: esercitare un potere di mercato del genere causa danni. In passato, in industrie sistemiche come l’energia o le telecomunicazioni siamo riusciti ad attuare delle separazioni che hanno prodotto concorrenza. Ma c’è anche un tema di volontà politica».
Il rapporto Draghi raccomanda all’Europa di rivedere le norme antitrust in modo da favorire i consolidamenti, e sembra che la nuova Commissione vada in questa direzione. La convince?
«Temo di vedere una spinta a una maggiore concentrazione dettata da considerazioni geopolitiche, per cui avere delle aziende che dominano i mercati va bene se hanno la nostra bandiera. C’è poi l’argomento economico secondo cui non innoviamo abbastanza perché le imprese sono piccole. Discutibile: aziende troppo grandi e dominanti perdono incentivi ad innovare».
Alla nuova frontiera dell’Intelligenza artificiale sembra già nascere un nuovo oligopolio di giganti. Ci sono speranze di evitarlo?
«Forze economiche e tecniche, a cominciare dai costi di addestrare i modelli, spingono alla concentrazione. Però mi pare che, a differenza di quello che è successo con Big Tech, ci stiamo ponendo il problema e sono già partite indagini dei regolatori, quando ancora il settore non genera ricavi. Insomma a me pare che il mondo sia cambiato da quando Steve Jobs lanciava l’App Store e ci pareva tutto bello, mentre in realtà avrebbe imposto ingenti “dazi” a tutti gli sviluppatori di app. Basterà a bilanciare le forze centripete? Difficile rispondere».