“Fare a pezzi Google”: l’ultimo processo a Big Tech
di Filippo SantelliUna grande G nel campo di Google a Mountain View, in California
«Cosa succederebbe se decidessi di smembrare Google?». L’arma di fine mondo dunque è lì, esposta in bella vista nell’aula del tribunale del distretto Est della Virginia. Ad estrarla, nel terzo giorno di udienza di “Stati Uniti contro Google”, secondo atto della battaglia antitrust del secolo, è stata la giudice Leonie Brinkema, a cui spetta la sentenza finale. Breakup, cioè separazione delle attività, smembramento, spezzatino: l’intervento Antitrust più radicale. Il rimedio a cui ricorrere solo quando una posizione è talmente dominante che niente altro basterebbe a ristabilire la concorrenza. Non è detto che si arrivi a tanto, per ragioni tecniche e politiche. Prima di tutto: non è detto che alla fine Google sia trovata colpevole. Ma che Alphabet, Meta, Apple e Amazon siano alla sbarra, che l’ipotesi di breakup sia lì e cominci perfino ad essere considerata dai mercati: basta questo per dire che attorno a Big Tech è cambiato il mondo.
Il ritorno dell’Antitrust
È il ritorno dell’Antitrust, dopo anni in cui il regolatore aveva chiuso uno, o forse due occhi di fronte alla crescita di colossi mai visti, nati in un garage a colpi di innovazione, ma cresciuti anche grazie ad acquisizioni in serie e alla forza centripeta che muove l’economia digitale, dove la massa — di dati e utenti — genera altra massa. L’Europa ha suonato la sveglia, di questo le va dato atto, facilitata e ostacolata dal fatto che quei colossi siano americani. Ora però è negli Stati Uniti il fronte più caldo, visto che un approccio diverso del presidente Biden ha scatenato le azioni parallele del dipartimento di Giustizia (contro Google e Apple) e della Federal Trade Commission di Lina Khan (contro Amazon e Meta), paladina della concorrenza che di breakup parla da anni. La prima ad arrivare a sentenza, un mese fa, è stata Stati Uniti contro Google atto uno, sul dominio nelle ricerche online. Colpevole: per il giudice Amit Mehta «ha monopolizzato in maniera illegale il mercato», stringendo accordi con i produttori di smartphone e gli operatori telefonici per rendere la propria barra la scelta predefinita per i loro clienti. Accordi per cui sborsa miliardi, 20 all’anno solo ad Apple.
“Goldman e il Nyse in uno”
In attesa che il giudice Mehta proponga i rimedi, ci potrebbe volere un anno, e del certo ricorso di Google, di fronte alla corte della Virginia soprannominata “il razzo” per la sua velocità è iniziato il secondo round. Una causa di complessità estrema, dove ai tecnicismi antitrust — definire un mercato, una posizione dominante, il danno per concorrenti e consumatori — si aggiunge l’oscurità del settore in questione, quello della pubblicità online che Google ha rivoluzionato e che oggi domina, garantendosi fatturato, margini e utili mai visti.
La tesi dell’accusa in sintesi: Google controlla il mercato da tutti i lati, gli “spazi” offerti dagli editori sui loro siti, le campagne degli inserzionisti e la “borsa” che — in mezzo — incrocia domanda e offerta, con un meccanismo di aste in tempo reale ad alto contenuto tecnologico nutrito dalla sconfinata mole di informazioni su ciascuno di noi che possiede. Come essere «allo stesso tempo Goldman Sachs e la Borsa di New York», per citare la vanteria di un ex manager Google, agli atti.
Cercasi rimedi
Il governo dovrà dimostrare che questo dominio è stato conquistato e mantenuto da Google non perché offra servizi migliori, ma imprigionando i clienti ed escludendo i concorrenti. E che la soluzione che presenta come più efficiente per tutti — vendere l’attenzione dell’utente giusto al miglior inserzionista offerente, nel migliore spazio disponibile — è in realtà un meccanismo opaco. Mica facile. Ma ripercorrendo la crescita della società che ha definito la nostra epoca, raggiungendo con le altre Big Tech valutazioni triliardarie, è chiaro che sono state decisive una serie di acquisizioni, a cominciare DoubleClick nel 2008 con il suo enorme portafoglio di spazi pubblicitari offerti dai grandi editori.
Il breakup, la separazione di ciò che oggi è unito e la vendita di alcune parti, riavvolgerebbe il nastro, ammettendo l’errore dei regolatori nel dare il via libera a questa ed altre operazioni, per esempio l’acquisizione di Whatsapp e Instagram da parte di Facebook. Cosa impossibile secondo alcuni, come “de-strapazzare” tuorlo e albume di un uovo. Di certo mai fatta in tempi recenti. Tra gli esperti, una parte ritiene che sia l’unica soluzione, una parte che la si dovrebbe almeno considerare, un’altra che la cura rischia di essere peggiore del male. Esistono strumenti più mirati e già testati, come il divieto di accordi tipo quello tra Google ed Apple, o l’obbligo per le piattaforme di aprire i loro ecosistemi a operatori concorrenti. Fu il rimedio nell’ultimo grande processo Anitrust, quello di inizio anni Zero contro Microsoft, ed è un principio che l’Europa ha inserito nella sua nuova norma sui mercati digitali Dma, un tentativo di prevenire anziché andare in tribunale. Basterà? Si discute anche di rimedi più specifici al web, non meno esplosivi, come l’obbligo per le piattaforme di condividere i dati degli utenti, la materia su cui fondano il dominio e i loro affari.
Il fattore P
Prima ancora delle considerazioni tecniche però, a determinare in che misura il mondo digitale (AI compresa) dovrà tornare nei paletti di una salutare concorrenza sarà la politica. Il cambio di approccio di Biden è nato da un consenso ampio, non solo accademico, sul fatto che il potere delle piattaforme sia diventato eccessivo. Bipartisan, anche se non privo di differenze tra i partiti. I Repubblicani per esempio hanno nel mirino soprattutto Google e Meta, ai loro occhi colpevoli di orientare il dibattito digitale su posizioni progressiste. J.D. Vance, il vice scelto da Trump e già investitore in Silicon Valley, si è più volte espresso per lo smembramento di Google. Ma non è chiaro quanto Trump lo ascolterebbe. E se dovesse vincere la dem californiana Kamala Harris non è scontato prosegua sulla linea Biden, considerata la sua vicinanza alla Silicon Valley: la super avvocata che l’ha preparata al recente dibattito tv — per dire — subito dopo è tornata nell’aula della Virginia a difendere Google. E le Big Tech restano campioni globali che parlano americano.
Tutto questo rende il breakup uno scenario distante. Ma per quanto remoto, il Wall Street Journal ha notato che l’eventualità di una punizione esemplare inizia ad essere presa in considerazione sui mercati, dove negli ultimi mesi Google ha fatto peggio degli altri big digitali. Se ne parla, e fa già molta differenza.