TORINO – Scendere in strada per provare a invertire la rotta. Uno sciopero generale di otto ore del settore auto, dalle fabbriche di Stellantis fino all’ultima aziende della componentistica, con manifestazione a Roma per mettere l’accento su una crisi che può far saltare il comparto. L’appuntamento è fissato: il 18 ottobre in piazza del Popolo.
Le ragioni delle difficoltà secondo Fim, Fiom e Uilm vanno ricercate in diversi luoghi: «Il fallimento è a Bruxelles, è a Roma, è nei maggiori quartier generali delle multinazionali europee», accusa il numero uno della Fiom-Cgil, Michele De Palma.
Un fallimento che i sindacati non vogliono che ricada sui lavoratori. «Abbiamo chiesto più volte al governo un tavolo a Palazzo Chigi e non ci è mai stato concesso, mentre sono proseguite le schermaglie con Stellantis», sottolinea il numero uno della Uilm-Uil, Rocco Palombella che punta il dito sull’esecutivo per la «gestione superficiale» della crisi: «Gli incentivi non hanno funzionato e la transizi…
TORINO – Scendere in strada per provare a invertire la rotta. Uno sciopero generale di otto ore del settore auto, dalle fabbriche di Stellantis fino all’ultima aziende della componentistica, con manifestazione a Roma per mettere l’accento su una crisi che può far saltare il comparto. L’appuntamento è fissato: il 18 ottobre in piazza del Popolo.
Le ragioni delle difficoltà secondo Fim, Fiom e Uilm vanno ricercate in diversi luoghi: «Il fallimento è a Bruxelles, è a Roma, è nei maggiori quartier generali delle multinazionali europee», accusa il numero uno della Fiom-Cgil, Michele De Palma.
Un fallimento che i sindacati non vogliono che ricada sui lavoratori. «Abbiamo chiesto più volte al governo un tavolo a Palazzo Chigi e non ci è mai stato concesso, mentre sono proseguite le schermaglie con Stellantis», sottolinea il numero uno della Uilm-Uil, Rocco Palombella che punta il dito sull’esecutivo per la «gestione superficiale» della crisi: «Gli incentivi non hanno funzionato e la transizione va governata».
Per il segretario della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, è «una tempesta perfetta che sta invadendo l’Europa. Orsini (presidente di Confindustria, ndr) si sveglia ora, ma noi sappiamo da tempo qual è il potenziale di rischio della transizione in termini occupazionali». In bilico circa 70 mila posti di lavoro e i dati del settore sono sempre più allarmanti: negli ultimi 17 anni (2007-2024) - rimarcano Fim, Fiom e Uilm - la produzione di auto in Italia di Fiat, poi Fca e Stellantis, si è ridotta di quasi il 70% da 911.000 alle 300.000 stimate quest’anno. Delle 505 mila auto vendute in Italia meno della metà è stata prodotta nel nostro Paese, 225 mila.
La Fim-Cisl è l’unico sindacato che ha definito «positivo» l’incontro con il ministro delle Imprese Adolfo Urso sulla proposta di anticipare la discussione sulle modifiche del Green Deal per l’auto in Europa. Mentre Fiom, che parla di «retromarcia dell’Italia», e Uilm sono critiche. Sullo sciopero le tre sigle, però, marciano unite e compatte.
Urso, che oggi e domani sarà a Bruxelles per chiedere di rivedere tempi e modi della transizione, senza però che la questione sia all’ordine del giorno, ha incassato un mezzo “sì” dalla Germania. Il vice cancelliere Robert Habeck è d’accordo sullo slittamento del giro di vite sulle emissioni di CO2, nel 2025, ma non sullo spostamento del 2035, passaggio tra motore tradizionale e quello solo elettrico, perché si metterebbero in forse gli obiettivi del 2050. E una portavoce della Commissione ieri ha fatto sapere che «la clausola di revisione fissata al 2026 del regolamento è appropriata per il momento». Insomma, un freno alle ambizioni del ministro italiano che, però, non demorde. A difenderlo interviene il vicepremier Matteo Salvini: «Non ascoltano nessuno, massacrano le aziende, mettono a rischio 14 milioni di posti di lavoro, fanno un favore alla Cina. Cara Ursula, errare è umano, perseverare sarebbe diabolico. Lega e Patrioti pronti alle barricate».
Rispetto alla situazione di Stellantis, gruppo che ha come primo azionista Exor che controlla anche Repubblica, Urso dice: «Vogliamo rafforzare la presenza di Stellantis nel nostro Paese, ma l’azienda non ha mantenuto la promessa di aumentare la produzione in Italia». E da New York la premier Giorgia Meloni sottolinea che «il governo farà la sua parte per aiutare i lavoratori di Stellantis, dialogando con l’azienda con un’interlocuzione che tenga conto degli interessi del Paese e della difesa dei siti produttivi».
Stellantis interviene nel dibattito dicendo di essere d’accordo con Urso, quando invoca la creazione di un fondo europeo per sostenere le quattro ruote e la transizione, e di voler collaborare con i sindacati. Si pensa ad una sorta di piano Marshall per l’elettrico. «Confermiamo volontà e impegno nel trovare soluzioni condivise per affrontare le sfide che riguardano l’automotive, prima fra tutte quella della transizione energetica, non più rinviabile», dice il costruttore guidato da Carlos Tavares, amministratore delegato in scadenza nel 2026. Il manager portoghese, 66 anni, uno dei padri di Stellantis, rientra però nell’iter di ricerca del nuovo capo azienda avviato dalla società. Non è escluso un bis, anche se la situazione del settore è sempre più complessa.