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Le donne con figli svantaggiate tre volte sul lavoro, vittime di un Paese miope

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In Italia c’è una discriminazione dovuta alla maternità che è totalmente assente per gli uomini. E agisce in tre modi. Ecco quali
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Child penality. Si chiama così la penalizzazione che le donne subiscono alla nascita di un figlio. Penalizzazione grave, che evidenzia a tutti gli effetti, l’esistenza di una discriminazione sul lavoro, dovuta alla maternità, che è totalmente assente per gli uomini. E agisce in tre modi. Il primo è l’interruzione del lavoro alla nascita del figlio. Il secondo, la penalizzazione economica per chi rimane al lavoro. Il terzo, l’autoesclusione da lavori troppo ‘impegnativi’ o dal lavoro in generale in caso di desiderio di avere figli.

Sono anni che l’Istituto Nazionale di Statistica documenta che un quinto delle donne lascia il lavoro alla nascita del figlio. Questo dato è diventato strutturale, ha attraversa…

Child penality. Si chiama così la penalizzazione che le donne subiscono alla nascita di un figlio. Penalizzazione grave, che evidenzia a tutti gli effetti, l’esistenza di una discriminazione sul lavoro, dovuta alla maternità, che è totalmente assente per gli uomini. E agisce in tre modi. Il primo è l’interruzione del lavoro alla nascita del figlio. Il secondo, la penalizzazione economica per chi rimane al lavoro. Il terzo, l’autoesclusione da lavori troppo ‘impegnativi’ o dal lavoro in generale in caso di desiderio di avere figli.

Sono anni che l’Istituto Nazionale di Statistica documenta che un quinto delle donne lascia il lavoro alla nascita del figlio. Questo dato è diventato strutturale, ha attraversato le generazioni di donne. Ieri l’Inps ci ha detto che tra le donne che hanno avuto un figlio tra il 2013 e il 2016 di età tra i 20 e 45 anni il 18% ha lasciato il lavoro nell’anno immediatamente successivo. Non solo, la probabilità di lasciare il lavoro dopo la nascita del figlio cresce per le donne, mentre diminuisce per gli uomini. E a sette anni di distanza la probabilità di lasciare il lavoro è ancora alta per le donne, il 10%, ed è doppia di quella degli uomini.

Vediamo la retribuzione delle donne che rimangono al lavoro dopo che il bimbo è nato. Cala del 16% il primo anno. Torna ai livelli precedenti solo dopo tre anni. Per gli uomini aumenta sempre. E così il gender gap retributivo si attesta al 29% anche a distanza di 7 anni dalla nascita.

Se non si scioglie il nodo della penalizzazione delle donne con figli sul mercato del lavoro, due saranno le conseguenze, tutte negative. Non potrà esserci nessuna inversione nella tendenza della permanente bassa fecondità, e quindi le donne e gli uomini non potranno avere il numero di figli desiderato, visto che segnalano volerne due.

Non potrà esserci una crescita di occupazione femminile adeguata, perché molte donne continueranno a ‘scegliere’ a priori di non lavorare, pensando di non potercela fare. Oppure continueranno a ‘scegliere’ quei lavori che diano loro la possibilità di conciliare tempi di vita e di lavoro, i cosiddetti ‘femminili’.

Che paese democratico è quello che non dichiara una volta per tutte priorità garantire una prospettiva di vita autonoma, indipendente, per le donne? Che paese democratico è quello che non mette al centro dell’agenda politica questa vera emergenza del paese, la bassa occupazione femminile, conseguente alle barriere all’accesso e alla permanenza nel mercato del lavoro delle donne. Ma che paese democratico è quello che nega il diritto a una maternità libera e alla realizzazione delle donne su tutti i piani?

Le donne hanno pagato un prezzo altissimo a questa negligenza dei governi della Repubblica e lo stanno pagando tuttora. Dove sono finiti i pochi soldi investiti nel Pnrr sugli asili nido e poi in parte messi su altro? Perché non sono stati ancora reintegrati? La legge sulla istituzione dei nidi pubblici risale al 1971 e siamo ancora al 13% di bimbi che vanno a nidi pubblici. E al 28% in totale considerando anche quelli privati.

Dove sono finite le misure che dovrebbero accelerare i processi di condivisione tra uomini e donne, congedi parentali retribuiti al 100%, congedo di paternità di pari durata di quello di maternità? Ma veramente pensiamo che una più equa distribuzione del lavoro famigliare nella coppia possa avvenire con 10 giorni di congedo di paternità dopo la nascita del figlio e un solo mese di congedo parentale all’80% e gli altri al 30%? Neanche le donne sarebbero d’accordo a che il marito usufruisse del congedo parentale al 30%, perché anche loro ci rimetterebbero economicamente, visto che sono gli uomini ad avere il salario più alto nella coppia.

Il nostro Paese è ancora prigioniero di una visione miope, non solo perché ingiusta e penalizzante per le donne, ma perché frutto di una cultura che non comprende che investire sulla parità di genere significa trainare la crescita economica. Bastano queste stime prodotte dall’Istituto Europeo per la Parità di Genere (Eige): investire sulla uguaglianza di genere potrebbe far aumentare il Pil pro-capite in Europa nel 2050 dal 6,1% al 9,6%, il che vuol dire approssimativamente un guadagno tra 1,95 e 3,15 trilioni di euro. Può bastare per cambiare strada, finalmente?

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