Lavoro, allarme Inps penalizzate le madri su stipendi e carriera
di Valentina ConteIl Capo dello Stato Sergio Mattarella con il presidente dell'Inps Gabriele Fava
ROMA – Gli studiosi la chiamano child penalty. La penalità che scatta nei confronti delle donne quando nasce un figlio. Cartellino giallo o anche rosso. Crolla lo stipendio, si va in part-time o si lascia il posto. L’analisi Inps, contenuta nel Rapporto annuale che l’Istituto presieduto da Gabriele Fava ha presentato ieri alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, dice di più. Anche nei casi più solidi, con i contratti stabili, il differenziale con gli uomini non si recupera più. In Italia insomma o si fa un figlio o si fa carriera.
Azzerare la penalità
Se questa penalità fosse azzerata almeno per le nuove madri, ipotizzano i ricercatori di Inps, il tasso di occupazione femminile crescerebbe di 6,5 punti entro il 2040, colmando il 40% del divario con quello maschile. Se fosse azzerata per tutte le madri, il recupero salirebbe a 14 punti entro il 2030, chiudendo quasi tutto il gap. Negli ultimi 40 anni, spieg…
ROMA – Gli studiosi la chiamano child penalty. La penalità che scatta nei confronti delle donne quando nasce un figlio. Cartellino giallo o anche rosso. Crolla lo stipendio, si va in part-time o si lascia il posto. L’analisi Inps, contenuta nel Rapporto annuale che l’Istituto presieduto da Gabriele Fava ha presentato ieri alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, dice di più. Anche nei casi più solidi, con i contratti stabili, il differenziale con gli uomini non si recupera più. In Italia insomma o si fa un figlio o si fa carriera.
Azzerare la penalità
Se questa penalità fosse azzerata almeno per le nuove madri, ipotizzano i ricercatori di Inps, il tasso di occupazione femminile crescerebbe di 6,5 punti entro il 2040, colmando il 40% del divario con quello maschile. Se fosse azzerata per tutte le madri, il recupero salirebbe a 14 punti entro il 2030, chiudendo quasi tutto il gap. Negli ultimi 40 anni, spiega l’Istituto, qualche passo è stato fatto, visto il calo della probabilità di abbandonare il lavoro. Ma siamo ancora lontani dalla parità di genere.
Lasciare il lavoro
I dati lo dimostrano. La genitorialità induce «bruschi cambiamenti», li chiama Inps, nel percorso occupazionale delle donne, mentre quello degli uomini sembra addirittura giovarsene. Se prima della nascita del figlio, la probabilità di lasciare il lavoro è più o meno la stessa per uomini (9%) e donne (11%), nell’anno della nascita questo rischio sale per la madre (18%) e comincia a scendere per il padre (8%). A due anni dalla nascita continua a calare per il padre, ma per la madre è ancora alto (13-14%). Solo al terzo anno, le donne tornano alla situazione pre-bebè. Le percentuali si alzano notevolmente per le lavoratrici con contratti a tempo.
Il crollo dei redditi
La child penalty si riverbera poi in modo ancora più netto sulle retribuzioni. L’Inps ha analizzato il percorso di un gruppo di lavoratori tra 20 e 45 anni che hanno avuto il primo figlio tra il 2013 e il 2016. Verificando i loro redditi nei tre anni precedenti e nei sette anni successivi alla nascita. Intanto si osserva che l’età media dei genitori (32 anni lei e 35 lui) è più alta di chi non ha figli e la loro condizione lavorativa più netta: contratti stabili, paghe medie più alte, tempo pieno. Significa che in Italia la genitorialità è una scelta che le coppie fanno quando se lo possono permettere e il lavoro è solido.
Nonostante questo, l’arrivo di un figlio per la donna equivale a un terremoto. Se prima il suo reddito era appaiato a quello dell’uomo ed entrambi crescenti, nell’anno della nascita quello del padre aumenta del 6% (e dopo sette anni registra un +50%). Mentre quello di lei crolla del 76%, se non ha la copertura di congedi e ammortizzatori (ci metterà 5 anni per tornare al punto di partenza). Con i congedi, la caduta è del 16%, quasi un quinto. La madre recupera il livello pre-nascita solo 4 anni dopo. Ma a quel punto il gender gap è di quasi 30 punti con lo stipendio del padre. Tale si mantiene per i 7 anni successivi. Le rette dei redditi si divaricano e diventano parallele.
Pensionate povere
I divari si incancreniscono anche per la scelta in molti casi obbligata del part-time da parte delle donne. Lavorare poco, in modo intermittente e mal retribuito conduce poi a pensioni misere. L’assegno medio dei pensionati non a caso supera del 35% quello delle pensionate.
Nel 2023, l’età effettiva media di uscita dal lavoro in Italia era di 64,2 anni, «bassa nonostante l’età legale tra le più alte d’Europa», dice Inps. Questo per via dei tanti canali di pensionamento anticipato che però il governo Meloni ha stretto.
Nel Rapporto si parla, citando previsioni Eurostat, di possibili «squilibri» previdenziali legati all’inverno demografico: sempre meno bambini, sempre più anziani. Ma in serata l’Inps chiarisce che «non ci sono problemi di sostenibilità: il numero di pensionati è stabile, l’età di uscita in linea con la media Ue».