ROMA - La penna di Giancarlo Giorgetti si fa austera. “È stato necessario disegnare una manovra correttiva”, scrive il ministro dell’Economia nella premessa del Piano strutturale di bilancio approvato ieri dal Consiglio dei ministri.
Nell’ultima bozza del documento, che Repubblica ha potuto visionare, la ragione della stretta è sintetizzata in due righe. Recitano così: se si vuole mantenere la promessa del taglio strutturale delle tasse e aumentare le risorse per la sanità, allora bisognerà adottare "misure di contenimento delle uscite”. E affidarsi alle maggiori entrate che si spera di incassare dall’adempimento collaborativo e dalla lotta all’evasione fiscale.
Solo così il governo potrà evitare di violare la regola sacra che il Patto di stabilità ha previsto per l’Italia: un aumento della spesa primaria netta che non potrà eccedere, in media, l’1,5% fino al 2031. Senza contenere le uscite e in assenza di nuove entrate, spiega il titolare del Tesoro, "si ottiene una traiettoria di sp…
ROMA - La penna di Giancarlo Giorgetti si fa austera. “È stato necessario disegnare una manovra correttiva”, scrive il ministro dell’Economia nella premessa del Piano strutturale di bilancio approvato ieri dal Consiglio dei ministri.
Nell’ultima bozza del documento, che Repubblica ha potuto visionare, la ragione della stretta è sintetizzata in due righe. Recitano così: se si vuole mantenere la promessa del taglio strutturale delle tasse e aumentare le risorse per la sanità, allora bisognerà adottare "misure di contenimento delle uscite”. E affidarsi alle maggiori entrate che si spera di incassare dall’adempimento collaborativo e dalla lotta all’evasione fiscale.
Solo così il governo potrà evitare di violare la regola sacra che il Patto di stabilità ha previsto per l’Italia: un aumento della spesa primaria netta che non potrà eccedere, in media, l’1,5% fino al 2031. Senza contenere le uscite e in assenza di nuove entrate, spiega il titolare del Tesoro, "si ottiene una traiettoria di spesa netta che eccede gli obiettivi programmatici lungo tutto il quinquennio del Piano”.
I problemi non finiscono qui. C’è il buco nei conti da ripianare. E per questo il Piano prevede una correzione del deficit strutturale dello 0,6% nei prossimi due anni, per poi attestarsi sullo 0,5 per cento nei restanti cinque perché Giorgia Meloni ha chiesto a Bruxelles di diluire l’impegno su sette anni, invece che su quattro. La correzione sarà, in media, dello 0,53% all’anno. Tradotto in soldi: 12 miliardi da sborsare ogni anno, fino al 2031, per ripagare l’azzardo dell’indebitamento eccessivo.
Poi toccherà al debito, che bisognerà tagliare di un punto percentuale all’anno. E che intanto aumenterà, in rapporto al Pil: la curva si gonfierà per colpa del Superbonus. Inizierà a scendere solo dal 2027. L’impegno sul deficit, in rapporto al Prodotto interno lordo, si fa invece più audace: la base di partenza è fissata quest’anno al 3,8%, mezzo punto in meno rispetto alle stime di aprile. La curva poi vira verso il basso: 3,3% (2025), 2,8% (2026) e 2,5% (2027).
Anche quella della crescita è ispirata all’ottimismo: Pil all’1% quest’anno, poi balzo all’1,2% l’anno successivo, seguito da un leggero ripiegamento, all’1,1%, nel 2026.
Ma il “numeretto” che conta è quello della spesa. Il 2025 sarà l’anno della stretta più corposa: il tasso di crescita da rispettare è fissato all’1,3%, sotto il valore medio. Un anno si stringe la cinghia e un altro si spende di più. E l’anno in questione è il 2027, l’ultimo della legislatura. L’anno elettorale.
Prima, però, bisogna pensare alla manovra. Oltre al taglio strutturale del cuneo contributivo e dell’Irpef a tre aliquote, il Piano parla di risorse per il rinnovo dei contratti pubblici e di "misure per favorire la natalità”.
La spesa sanitaria sarà allineata al Pil: la promessa è un aumento delle risorse da realizzare con un livello di spesa superiore al valore aggregato (1,5%). Per il resto si parla del rifinanziamento delle missioni di pace e della proroga della carta “Dedicata a te” per l’acquisto di beni di prima necessità.
Nell’elenco non compaiono, invece, l’estensione della flat tax e la riduzione dell’Irpef per il ceto medio.
Spazio, invece, alle riforme. Fino al 2026 si completeranno quelle del Pnrr (giustizia civile, Pa e concorrenza). Nell’elenco figura anche la riforma del mercato finanziario. Poi toccherà a quelle nuove. Per dare ancora slancio alla riforma fiscale si andrà avanti con la revisione della riscossione. Riforme per spingere la crescita e recuperare risorse. Intanto i soldi bisogna toglierli fuori. Ecco la manovra “correttiva”.
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