Economia

La crisi dell’industria

Crolla la produzione auto i siti Stellantis in negativo “Pesano costi e domanda”

Crolla la produzione auto i siti Stellantis in negativo “Pesano costi e domanda”
(ansa)
La Fim Cisl: nei primi nove mesi calo del 31%

Il presidente di Confindustria Orsini frena sull’elettrico

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TORINO — Nei primi nove mesi dell’anno la produzione nelle fabbriche italiane di Stellantis è calata di oltre il 31%. Le auto non si vendono, come dimostrano i dati, e gli effetti si fanno sentire sulle linee di montaggio. A dare i numeri è la Fim con il suo report periodico. I metalmeccanici della Cisl parlano di «profondo rosso»: dopo tre anni di crescita il dato è negativo con 387.600 auto e furgoni realizzati. Per la prima volta tutti gli stabilimenti sono in negativo e perdono sia le auto (-40,7%) sia i veicoli commerciali (-10,2%). Anche i due siti in positivo nel primo semestre, Pomigliano e Atessa, sono in rosso (-5,5% e -10,2%). La Fim prevede per il 2024 una produzione di auto sotto le 300 mila unità e un complessivo di 500 mila veicoli, un terzo in meno del 2023 (751 mila). I due impianti dove la situazione è più difficile? Mirafiori (-68,4%) a Torino, Melfi (-61,9%) e poi la Maserati di Modena (-75,8%). Per gli addetti, quasi 21 mila persone, i cali si trasformano in cassa integrazione e contratti di solidarietà. Il segretario della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, lancia l’allarme: «La cassa integrazione si esaurirà all’inizio del 2025. A rischio con l’indotto ci sono 25 mila lavoratori. Il governo deve intervenire. Gli daremo una sveglia con lo sciopero e la manifestazione del 18 ottobre».

Stellantis Italia invita però a non dare «ricostruzioni parziali». Non entra nel merito dei numeri, ma «i dati devono essere ricollocati all’interno di una dinamica più ampia». Secondo l’azienda, che ha come primo azionista la holding Exor che controlla anche Repubblica, «sarebbe utile per una rappresentazione più completa ricordare tutti gli elementi di competitività, quali il costo dell’energia, il costo del lavoro, la produttività. Tutto questo, in una congiuntura del tutto peculiare di transizione all’elettrico».

Nella presentazione dei dati la Fim sottolinea, rispetto alla transizione all’elettrico fissata nel 2035, come sia difficile «spostare indietro le lancette - dice Uliano - visti gli investimenti fatti dalle case automobilistiche». Il numero uno di Confindustria, Emanuele Orsini, impegnato a Bruxelles, chiede però «più tempo» per il passaggio alle auto a batteria «perché l’industria non è ancora pronta e sono state fatte scelte sbagliate in passato». Il numero uno di viale dell’Astronomia chiede poi, in linea con la proposta Urso, di anticipare la revisione del regolamento dal 2026 al 2025.

Orsini ritorna, alla vigilia del voto dei 27 Stati della Ue, sui dazi alla Cina: «Non possiamo pensare oggi di non aumentare i dazi sulle auto cinesi. Attenzione però, l’Italia è un Paese esportatore. Bisogna tenerne conto nella definizione del sistema», dice ed auspica un accordo tra Bruxelles e Pechino. L’imposta extra, fino al 36,3% che si sommerà al 10% già in vigore alle dogane della Ue per l’importazione di veicoli elettrici “made in China”, sarà approvata. A Bruxelles ci sarà però un’opposizione della Germania: potrebbe astenersi o votare contro. Il passaggio darà alla Commissione un’arma di trattativa in più con Pechino per trovare una soluzione negoziale entro il 4 novembre, data in cui i dazi definitivi sostituiranno i provvisori.

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