ROMA – Dal suo ufficio dentro l’antica fabbrica della birra Peroni, a poche centinaia di metri dalla breccia di Porta Pia, Agostino Re Rebaudengo guarda i prossimi giorni come gli ultimi della sua presidenza. Sa che la manovra per farlo fuori dal vertice di Elettricità futura, l’associazione di tutte le aziende elettriche italiane di Confindustria, è già partita. I congiurati hanno scelto il giorno e il luogo della spallata. Sarà a Milano, il prossimo 14 ottobre, dove è stata convocata un’assemblea straordinaria con un unico punto all’odg: governance dell’associazione in relazione al mandato del presidente.
Per i sostenitori di Re Rebaudengo, la motivazione è chiara. Il presidente, che avrebbe altri due anni di mandato di fronte, non è più in linea con la nuova Confindustria di Emanuele Orsini, che ha subito schierato l’associazione delle imprese italiane contro il Green Deal, tra gli applausi del governo. «La decarbonizzazione inseguita anche al prezzo della deindustrializzazione è u…
ROMA – Dal suo ufficio dentro l’antica fabbrica della birra Peroni, a poche centinaia di metri dalla breccia di Porta Pia, Agostino Re Rebaudengo guarda i prossimi giorni come gli ultimi della sua presidenza. Sa che la manovra per farlo fuori dal vertice di Elettricità futura, l’associazione di tutte le aziende elettriche italiane di Confindustria, è già partita. I congiurati hanno scelto il giorno e il luogo della spallata. Sarà a Milano, il prossimo 14 ottobre, dove è stata convocata un’assemblea straordinaria con un unico punto all’odg: governance dell’associazione in relazione al mandato del presidente.
Per i sostenitori di Re Rebaudengo, la motivazione è chiara. Il presidente, che avrebbe altri due anni di mandato di fronte, non è più in linea con la nuova Confindustria di Emanuele Orsini, che ha subito schierato l’associazione delle imprese italiane contro il Green Deal, tra gli applausi del governo. «La decarbonizzazione inseguita anche al prezzo della deindustrializzazione è una debacle», ha detto Orsini pochi giorni fa nell’assemblea del debutto come presidente.
La transizione energetica e ambientale, secondo Orsini, «ha bisogno di tempi adeguati. Senza che qualcuno, come sta avvenendo in Europa, confonda politiche ambientali autoreferenziali con politiche industriali per la crescita». Un attacco al vecchio piano del commissario Timmermans che ha subito trovato la sponda della premier Meloni, secondo la quale «accompagnare il nostro tessuto produttivo nella sfida della transizione ecologica non può voler dire smantellare interi segmenti industriali che producono ricchezza e occupazione».
Una visione che si riflette bene nell’aggiornamento del Pniec, il Piano nazionale integrato energia e clima, che il governo ha inviato il primo luglio alla Commissione Ue. Un piano che, secondo Re Rebaudengo, manca di ambizione dato che «non rispecchia l’urgente necessità del nostro Paese di aumentare davvero l’indipendenza e la sicurezza energetica». La critica dell’attuale presidente, pur ammantata di toni morbidi, non ha fatto sconti al piano: «Riteniamo che l’obiettivo per il settore eolico sottostimi le potenzialità di crescita. Anche per le bioenergie, l’idroelettrico e la geotermia, si dovrebbe prevedere un maggiore sviluppo. Auspichiamo che la prossima versione restituisca una traiettoria di sviluppo delle rinnovabili più coerente con le priorità e le possibilità del nostro Paese».
Tanto è bastato per far montare l’irritazione sia a Palazzo Chigi che dentro i vertici di Confindustria, dove non vedono l’ora di liberarsi di un presidente che sembra più andare d’accordo con le associazioni ambientaliste che con le imprese. Non a caso le obiezioni di Re Rebaudengo sono apparse molto simili a quelle avanzate da Greenpeace Italia, Kyoto club, Legambiente e Wwf Italia, che accusano il piano di puntare sul nucleare, lamentano «la mancanza di un target specifico di riduzione delle emissioni di CO2» e l’assenza di «una strategia di rapida decarbonizzazione».
Il finale della storia è già scritto, anche perché dentro Elettricità futura i voti non solo si contano ma si “pesano”. E i piccoli produttori di energie rinnovabili, che sostengono Re Rebaudengo (è stato il presidente di Assorinnovabili per sei anni), possono poco contro i giganti che hanno chiesto l’assemblea straordinaria per farlo fuori. Società del calibro di Enel, Edison, A2A, Iren, Sorgenia. Tutte decise al “cambio di passo”, come dicono. A sentire le ragioni della controparte, Re Rebaudengo ha comunque fatto il suo tempo, perché il mandato normalmente sarebbe scaduto ora, alla soglia dei quattro anni, se l’attuale presidente non avesse ottenuto una proroga nel 2022.
Inoltre lo accusano di immobilismo, di non avere “una proiezione verso l’esterno”, insomma di non aver accesso al governo in un momento in cui ci sono in ballo importanti partite per il settore, come la revisione del testo unico sulle rinnovabili o i tanti processi autorizzativi che restano ancora incagliati nei cassetti ministeriali. «Ma non è un fatto di colore politico. Re Rebaudengo – raccontano i suoi avversari – non riesce a farsi ascoltare nemmeno dalle regioni di centrosinistra, vedi la Sardegna della Todde, che ha bloccato tutti gli investimenti sulle rinnovabili».
Insomma, i big dell’industria elettrica, che comunque investono milioni su eolico e solare, non ci stanno a passare per i difensori del fossile contro i “rinnovabilisti”. Sarà, ma di certo nel governo e dentro Confindustria i nemici del Green Deal festeggeranno la defenestrazione del sabaudo Re Rebaudengo. Una posizione di retroguardia che rischia di andare in conflitto con la commissaria al Green Deal Teresa Ribera, spagnola, già ministra con il socialista Pedro Sànchez, con una fama di intransigenza sulle politiche ambientali. Piccolo particolare: anche Ribera è vicepresidente esecutiva della Commissione, come l’italiano Fitto.