Da gennaio SpaceX ha lanciato 96 razzi, uno ogni tre giorni. I suoi “concorrenti” europei, tutti insieme, due. Si può partire da qui, il cosiddetto “accesso allo spazio”, per capire quanto l’industria europea e quella italiana già dipendano dai prodigi hi-tech di Elon Musk. Obbligate a bussare alla sua porta per mandare in orbita cose o persone, la base di qualsiasi strategia celeste.
In futuro questa dipendenza rischia di crescere ancora. Mentre l’industria spaziale europea affronta problemi strutturali, come scrive Mario Draghi nel suo rapporto, l’imprenditore americano punta a Marte, è pronto a lanciare vettori mastodontici e offre in modo aggressivo i suoi servizi a privati e governi. L’Italia sovranista pare tentata, considerata l’affinità personale e ideologica tra Meloni e Musk, che diventerebbe perfetto allineamento in caso di vittoria di Trump. Ma così facendo si legherebbe sempre più come cliente a un campione privato dello spazio che per molte imprese tricolori è un concorrente. «Bisogna stare attenti a non dipendere solo da Musk, a non farsi sedurre dal brand e dalla qualità dei suoi servizi», dice Luca Rossettini, Ceo di D-Orbit, ex startup diventata multinazionale della logistica in orbita, satelliti che trasportano altri satelliti in posizione. «Sarebbe un errore non coinvolgere la filiera italiana. E bisogna valutare i rischi di appoggiarsi a servizi legati alle decisioni di un altro Paese o di un privato».
Internet dal cielo
Il suo riferimento è a Starlink, la costellazione di satelliti attraverso cui Musk porta Internet dal cielo. SpaceX l’ha proposta al governo come soluzione per connettere le aree remote, ma si candida a fornire anche un altro servizio perfino più strategico: la “riserva di connettività” che la nuova legge sullo spazio prevede di creare. Un backup in grado di tenere in piedi i servizi civili e militari, se bombe o disastri naturali facessero saltare le connessioni a terra. Lo offrono solo la francese OneWeb e Starlink, che però ha dieci volte più satelliti e costi inferiori.
Che garanzie darebbe Musk? Dalla sua, ha il fatto di tenere connessa l’Ucraina sotto le bombe. Contro, una tendenza a sfidare le autorità che prendono decisioni sgradite. Certo sarebbe più sicura la costellazione concorrente europea, Iris2, annunciata nel 2022 come tassello chiave dell’autonomia Ue. Un progetto in cui l’Italia, che ha una solida filiera dei satelliti e dà contributi essenziali sia a Copernico (osservazione terrestre) che a Galileo (navigazione), è coinvolta con Telespazio, controllata di Leonardo. Il problema è che resta fermo al via, tra ripensamenti sui costi dei big francesi Thales Alenia Space (dove Leonardo ha una quota di minoranza) e Airbus. Affidarsi a Starlink potrebbe essere per l’Italia un ponte, in attesa che Iris2 vada in orbita. In sostanza potrebbe renderne ancora più incerto il destino.
La gara dei costi
Il razzo più grosso
Che le nostre aziende possano diventare fornitrici di SpaceX è possibile, ma difficile. La strategia con cui Musk ha cambiato lo spazio prevede rapidi cicli di sviluppo e sperimentazione, possibili facendo tutto - o quasi - in casa. Qualche impresa italiana ci si è infilata, ma sono per lo più piccole forniture.
Vale per i satelliti e a maggiore ragione per i lanciatori, quei razzi capaci di tornare a terra e quindi riutilizzabili, vera rivoluzione di SpaceX. Il Falcon 9 è il più usato, ma già si sperimenta Starship, colosso da 121 metri che moltiplicherà il carico e taglierà ancora costi già impareggiabili. Forte dei contratti con la Nasa, Musk vende pure i lanci sottocosto.
Se l’Europa oggi non ha alternative è perché i due nuovi lanciatori finanziati dall’Agenzia spaziale Esa, il “leggero” Vega C dell’italiana Avio e il “pesante” Ariane 6 francese hanno avuto ritardi e intoppi. Ma anche quando saranno operativi rischiano di non essere competitivi, non essendo riutilizzabili. Legarsi a Musk potrebbe garantire all’Italia una corsia preferenziale verso l’orbita, ma allo stesso tempo sottrarre commesse ai lanciatori europei. Proprio mentre si avvicina lo spegnimento della Stazione spaziale internazionale (2030) e la nascita di quelle private renderà i traffici ancora più intensi.
La spesa dei governi
Bisticci europei
Il rapporto Draghi spiega che nell’economia del “nuovo spazio”, in cui i privati giocano un ruolo decisivo, l’Europa perde terreno. Oltre agli investimenti, solo il 20% di quelli americani, il problema è la frammentazione. L’Esa e la Ue hanno membri che non coincidono. E la prima deve garantire che ogni Paese riceva in commesse una somma equivalente ai propri contributi. All’inizio questo ha aiutato lo sviluppo della filiera, oggi ostacola l’efficienza. «Il grande blocco europeo è la lentezza delle decisioni in un contesto in cui vanno prese e attuate subito - dice Rossettini di D-Orbit - altrimenti attori più propensi al rischio prendono quote di mercato».
Musk ha buon gioco a infilarsi in queste frizioni, che riguardano anche le alleanze spaziali tra Italia e Francia. Il nuovo capo di Leonardo Roberto Cingolani ha proposto di rilanciarle, ma chiesto di ribilanciare i pesi. La parte italiana di Thales Alenia va bene, anche grazie alle gare vinte per i moduli della nuova stazione che orbiterà attorno alla Luna. È in rosso il ramo francese, così come la franco-tedesca Airbus. Le due società ora ipotizzano di fondere le divisioni spaziali, cosa che darebbe ancora più peso alla Francia. Flirtare con Musk, per il governo Meloni, potrebbe essere una mossa tattica per spingere Parigi a ragionare in un’ottica di campioni europei, anziché nazionali. Oppure uno spostamento strategico dello spazio italiano verso gli Stati Uniti. Se vincerà Trump, le affinità politiche potrebbero contare più della logica industriale.