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Giorgetti e la furia di Meloni e Salvini sul ministro Robin Hood. Aumento dell’Ires per chi guadagna di più

Giancarlo Giorgetti 

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L’intervento riservato solo ad alcuni settori. Forza Italia contraria I banchieri chiamano la premier che si difende: “Non ne sapevo nulla”
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Roma — Eppure quelle parole potevano essere soppesate, ammorbidite, circoscritte. Poteva farlo, Giancarlo Giorgetti. Perché l’intervista a Bloomberg con cui ha sdoganato la manovra “sacrifici e tasse” è stata registrata. Al ministero dell’Economia, nella sua stanza. Mercoledì, ventiquattro ore prima di essere divulgata. E però nessuno ha fermato quel video. Né qualcuno, tanto meno lui, ha pensato che dettagliare “la chiamata alla contribuzione per tutti” alle due del pomeriggio, con la Borsa in fermento, potesse essere un azzardo. Come alla fine è stato.

Il video dai toni risoluti. Il lessico estremo. I contenuti squadernati senza precisazioni. Un errore di sottovalutazione. Lo definisce così Giorgia Meloni quando a metà pomeriggio la informano del capitombolo de…

Roma — Eppure quelle parole potevano essere soppesate, ammorbidite, circoscritte. Poteva farlo, Giancarlo Giorgetti. Perché l’intervista a Bloomberg con cui ha sdoganato la manovra “sacrifici e tasse” è stata registrata. Al ministero dell’Economia, nella sua stanza. Mercoledì, ventiquattro ore prima di essere divulgata. E però nessuno ha fermato quel video. Né qualcuno, tanto meno lui, ha pensato che dettagliare “la chiamata alla contribuzione per tutti” alle due del pomeriggio, con la Borsa in fermento, potesse essere un azzardo. Come alla fine è stato.

Il video dai toni risoluti. Il lessico estremo. I contenuti squadernati senza precisazioni. Un errore di sottovalutazione. Lo definisce così Giorgia Meloni quando a metà pomeriggio la informano del capitombolo delle banche a Piazza Affari. “Io di questa intervista non ne sapevo nulla”, reagisce a caldo con i suoi. È irritata. E spiazzata quando i banchieri, a turno, la chiamano per ricevere spiegazioni. Per capire perché il titolare del Tesoro ha forzato la mano. Proprio lui, sempre mite. E proprio nei giorni in cui si stava provando a trovare una soluzione comune che passi dal rigetto comune di una tassa sugli extraprofitti.

E però Giorgetti non ha mai messo in conto di avvisare la premier. Pensava e continua a pensare che le sue dichiarazioni non sono inedite. Che far partecipare le imprese al finanziamento della legge di bilancio non è un azzardo. È, al contrario, un dovere.

Lo pensa e lo dice perché le parole sono state sì avventate, ma poggiano anche su un’ipotesi allo studio. Un’idea che riflette il senso del suo ragionamento. Sul tavolo dei tecnici del Mef c’è un balzello aggiuntivo da caricare su alcuni settori: banche, imprese dell’energia, dentro anche quelle della difesa. Il modello è la Robin hood tax che Giulio Tremonti confezionò nel 2008 per tassare la finanza e raccogliere 4 miliardi. Oggi, come allora, l’esigenza è la stessa: trovare soldi per la manovra. All’appello mancano ancora 10 miliardi.

Una tassa, dunque: un’addizionale Ires. Selettiva perché andrebbe a colpire solo determinati ambiti. Ma progressiva, da una certa soglia di utili in su, per non incappare nello stop della Consulta. Ecco perchè il titolare del Tesoro dedica un passaggio dell’intervista all’articolo 53 della Costituzione. Recita così: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Tenendo conto, prosegue l’articolo, che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. È così convinto, Giorgetti, della bontà del suo progetto che a sera fa diramare una velina per confermare che “si chiederà uno sforzo alle imprese più grandi che operano in determinati settori in cui l’utile ha beneficiato in qualche modo di condizioni favorevoli esterne affinché contribuiscano” alla legge di bilancio. Salva solo “gli individui” e “le piccole aziende” dalla tassazione. Ma non salva se stesso dai malumori che montano nel governo.

La lista è lunga. Dentro c’è anche Matteo Salvini. “Giancarlo ha fatto un errore, come si fa a parlare di tasse?”, tuona il leader della Lega quando è evidente che l’intervista è diventata un boomerang anche per il Carroccio che non vuole ritrovarsi addosso l’etichetta del partito che aumenta le tasse. Per questo alle dieci di sera si presenta su Rete4 per lanciare un segnale al ‘suo’ ministro: “Nessun aumento di tasse o di accise, come qualcuno paventava”. Al più, sottolinea, “un contributo spontaneo” delle banche.

E poi c’è Forza Italia. Alle sette di sera il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, ferma il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, nel corridoio che costeggia l’aula di Montecitorio. “Maurizio, cos’è questa storia? Avevi detto niente tasse”. Leo resta in silenzio. Poi prova a ridimensionare l’attacco degli azzurri: “Giancarlo si sarà sbagliato, comunque hanno interpretato male le sue parole”.

Barelli, attonito, guadagna il Transatlantico. Su un divanetto si confrontano cinque deputati forzisti. C’è anche il portavoce del partito, Raffaele Nevi. «Per noi - incalza - ogni aumento di tasse è inaccettabile, non abbiamo cambiato idea». Ma intanto la tassa è stata presentata. D’altronde era stato Giorgetti, qualche giorno fa, a scrivere nel Piano strutturale di bilancio che in vista c’è “una manovra correttiva”. Da finanziare con “maggiori entrate”. Poi il passaggio sensibile è scomparso dalla versione definitiva del testo. La tassa no. Quella ha resistito

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