Forti piogge e temporali in arrivo sui bilanci delle banche, con la possibilità di tempeste. Se la distruzione della natura e degli ecosistemi presenta un costo ambientale enorme, gli oneri finanziari appaiono altrettanto pesanti. Non soltanto per lo Stato, spesso chiamato a intervenire, e per il settore assicurativo, che proprio in questa fase si trova a fronteggiare l’obbligo delle polizze catastrofali alle imprese, ma anche per il comparto del credito. Si pensi ai danni provocati da un’alluvione o da una frana alle abitazioni acquistate dalle famiglie tramite un mutuo o, ancora, alla sede produttiva di un’azienda indebitata con le banche.
Campanello d’allarme di Francoforte
Un nuovo campanello d’allarme lo ha fatto suonare la Bce, che nell’ultimo bollettino economico ha concentrato l’attenzione sui rischi finanziari conseguenti al degrado della natura e alla perdita di biodiversità. In generale, si legge nell’analisi, «il concretizzarsi di rischi sia fisici sia di transizione può…
Forti piogge e temporali in arrivo sui bilanci delle banche, con la possibilità di tempeste. Se la distruzione della natura e degli ecosistemi presenta un costo ambientale enorme, gli oneri finanziari appaiono altrettanto pesanti. Non soltanto per lo Stato, spesso chiamato a intervenire, e per il settore assicurativo, che proprio in questa fase si trova a fronteggiare l’obbligo delle polizze catastrofali alle imprese, ma anche per il comparto del credito. Si pensi ai danni provocati da un’alluvione o da una frana alle abitazioni acquistate dalle famiglie tramite un mutuo o, ancora, alla sede produttiva di un’azienda indebitata con le banche.
Campanello d’allarme di Francoforte
Un nuovo campanello d’allarme lo ha fatto suonare la Bce, che nell’ultimo bollettino economico ha concentrato l’attenzione sui rischi finanziari conseguenti al degrado della natura e alla perdita di biodiversità. In generale, si legge nell’analisi, «il concretizzarsi di rischi sia fisici sia di transizione può determinare perdite in grado di minacciare la stabilità finanziaria». Tanto per citare un esempio, l’erosione del suolo e la perdita di impollinatori come le api e le farfalle «compromettono la produttività agricola e sospingono verso l’alto i prezzi dei prodotti alimentari, riducendo nel contempo il valore dei terreni e il reddito degli agricoltori».
Non solo. Su 4,2 milioni di società non finanziarie dell’area dell’euro, la Bce calcola che il 72% «subirebbe notevoli contraccolpi economici» per il degrado degli ecosistemi. Il fatto, sottolinea lo studio, è che «la copertura della vegetazione riduce l’erosione del suolo, impedisce valanghe e frane e fornisce protezione da alluvioni e tempeste». Dal punto di vista delle banche, circa il 75% delle imprese finanziate dipende «fortemente da almeno un servizio ecosistemico. Se il degrado ambientale continuasse a seguire le tendenze attuali - si aggiunge - i portafogli di prestiti potrebbero risentirne in misura significativa».
L’italiana Mps, nell’ultima semestrale, fornisce alcuni importanti indizi circa la vulnerabilità degli istituti al rischio fisico acuto, principalmente frane e alluvioni, e a quello sismico. La banca a partecipazione statale fa sapere che, al 30 giugno, «il 20% degli impieghi a imprese non finanziarie (40,47 miliardi in tutto) risulta esposto a rischio fisico (acuto o cronico) alto o molto alto». Si scende al 16,9% se si guarda ai mutui residenziali. Il rischio sismico ha un’incidenza maggiore: tra medio e alto, pesa per il 34,1% sui finanziamenti alle aziende e per il 29,1% sui mutui alle famiglie.
Cosa succede se non si rispetta l’accordo di Parigi
La Bce giunge alla conclusione che, se «a livello mondiale proseguisse l’andamento attuale delle emissioni e si continuasse a esercitare una pressione significativa sulla biodiversità», le banche dell’area dell’euro registrerebbero «perdite in media quasi tre volte superiori rispetto a quelle previste in uno scenario futuro di utilizzo efficiente delle risorse, in linea con l’accordo di Parigi». I danni maggiori si verificherebbero in Germania, «dato il grado di dipendenza dei settori economici più forti del Paese, come quello manifatturiero, dai livelli di biodiversità».
A detta di Mario Noera, docente dell’università Bocconi e senior associate del think tank Ecco, «i rischi climatici sono anche rischi finanziari e possono diventare immediati», motivo per cui «le banche devono tenerne conto già oggi, adeguando il capitale e in generale prendendo precauzioni. Nel gergo settoriale, si ricorre a due termini. Per singola materialità si intendono i danni che possono derivare dal clima e dall’ambiente nei confronti di una determinata istituzione. La normativa europea del Green deal abbraccia invece la doppia materialità, per cui si deve tenere conto anche delle ricadute che le singole istituzioni producono sull’ambiente».
La perdita di ettari di habitat naturale
A riguardo, nello stesso studio, la Bce fa sapere che le società non finanziarie europee, attraverso la conversione dei terreni e le emissioni di gas serra, generano un impatto locale equivalente alla perdita di circa 365 milioni di ettari di habitat naturale nella sola area dell’euro. I prestiti risultano poi altamente concentrati, al punto che dieci banche «sono responsabili del finanziamento di circa il 40% della perdita di biodiversità, stimata a livello mondiale, causata dalle imprese dell’area dell’euro».
Di qui l’invito di Francoforte a «comprendere come le banche e il sistema finanziario siano esposti all’amplificazione dei rischi legati al clima a causa del degrado dei servizi ecosistemici». In altri termini, più si finanziano le realtà poco attente all’ambiente e meno incentivi esse avranno a correggere il tiro, contribuendo ad alimentare gli eventi climatici estremi con tutte le loro conseguenze drammatiche.
«Se anche la Bce - commenta Noera - dovesse accogliere il principio di doppia materialità, vorrebbe dire che la politica monetaria e di vigilanza dell’area dell’euro, dotata di strumenti potentissimi, potrebbe orientare il credito per favorire la transizione energetica. Si potrebbero, per esempio, richiedere coefficienti di capitale maggiori alle banche molto esposte in termini di finanziamenti su settori inquinanti e viceversa. Le istituzioni finanziarie sono anche agenti attivi nel generare comportamenti corretti, sicché possono giocare un ruolo centrale accelerando gli investimenti di mitigazione, tutelando l’economia e difendendo anche sé stesse».
Il freno del ministro Giorgetti
Sulla possibilità di prevedere regole in base all’impatto ambientale degli istituti di credito, nei giorni scorsi, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha invitato alla cautela. «La situazione - ha dichiarato - rischia di diventare complessa se chiediamo al sistema bancario di soggiacere non solo alle finalità prudenziali ma anche a interessi sistemici, come avviene con la progressiva pervasività dei parametri Esg», rivolti cioè ad ambiente, sociale e buon governo.
Per Noera, «la preoccupazione è giusta, in quanto la transizione implica rischi e costi e può essere destabilizzante se non governata con una visione di lungo periodo. Ma la politica della dilazione è pericolosa, perché i danni climatici si scatenano comunque e nel tempo diventano molto maggiori degli investimenti oggi necessari per evitarli».
Un concetto analogo era stato espresso dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, a valle degli “stress test” sul clima terminati un anno fa e condotti sugli istituti di credito. Procrastinare gli investimenti per la transizione energetica «rischia di aumentare il conto che finiremo per pagare. Nel nostro stress test sul clima - aveva spiegato Lagarde - abbiamo dimostrato che, in caso di transizione tardiva, le banche più vulnerabili dovrebbero affrontare perdite sul portafoglio prestiti due volte superiori rispetto alla mediana». Insomma, il tempo è denaro, nel senso che tergiversando su clima e ambiente si rischiano perdite maggiori.