Quando il governatore Fabio Panetta ha ricordato che l’Italia spende in interessi sul debito la stessa cifra destinata all’istruzione (circa 80 miliardi, il 4,1% del Pil e il 7% della spesa pubblica), la denuncia ha tenuto banco per settimane. Ancora maggiore e stavolta globale sarà lo scandalo per quanto la World Bank annuncerà il 20 ottobre nella sua assemblea a Washington: i Paesi in via di sviluppo stanno affrontando la peggior crisi finanziaria della storia.
I 144 Paesi developing
Tanti i motivi: i 144 Paesi che la Banca considera “developing” e in particolare i 75 ammessi all’iniziativa “Heavily indebted poor country”, gli ultimi degli ultimi, hanno dovuto affrontare in rapida successione eventi della portata del Covid, di siccità, inondazioni e carestie spaventose dovute ai cambiamenti climatici, guerre come Ucraina e Medio Oriente ma soprattutto guerriglie e faide interne che non sono mai state così virulente. E ancora: crisi energetica, ondata inflattiva, rialzi dei tassi (solo ora è cominciata l’inversione di tendenza), rincari del dollaro (la valuta in cui sono espressi quasi tutti i debiti dei Paesi in via di sviluppo). Risultato: oggi i soli interessi sul debito – denuncia la World Bank - rappresentano in media il 46,5% delle loro entrate di bilancio, il 41,6% della spesa, l’8,4% del Pil.
«Sono cifre che vanno rapportate a realtà difficili, spesso estreme, e quindi più pesanti di quello che significherebbero in un Paese occidentale dove c’è tutta un’altra base industriale, istituzionale, strutturale», commenta Angelo Baglioni, economista internazionale della Cattolica. Oltretutto, secondo Brunello Rosa della London School of Economics sono cifre approssimate per difetto: «La maggior parte di questi Paesi, molti dei quali retti da dittature militari, non pratica alcuna trasparenza contabile e gli accordi economici sui prestiti vengono condotti in tutta segretezza. Segreti gli ammontari, i finanziatori, le clausole contrattuali, quando c’è un contratto. Di fatto, molti Paesi sono ormai nelle mani dei finanziatori, chiunque essi siano». Rispetto a precedenti crisi debitorie, come nel 1982 o nei primi anni ’90, aggiunge Rosa, «la situazione è cambiata, a partire dal fattore-Cina: Pechino, maestra nell’architettare clausole-capestro, finanzia infrastrutture in Africa e Asia meridionale dando in prestito oneroso i finanziamenti necessari e imponendo rigidi paletti di restituzione. Senonché in molti casi i Paesi in questione, soprattutto per i rincari dei tassi, non sono in grado di onorare il debito e finiscono col cedere le infrastrutture stesse al creditore cinese che così completa l’opera di colonizzazione».
I nuovi creditori
A differenza del passato, poi, la maggior parte dei creditori non sono più i Paesi occidentali ma istituzioni finanziarie private, comprese quelle che hanno acquisito sui mercati secondari gli Npl. «Ciò significa – spiega Rosa – che rinegoziare un debito in sofferenza un tempo veniva fatto presso il “Club di Parigi” dove siedono gli Stati sovrani, ormai è impossibile».
La World Bank sta completando le stime da presentare a Washington, ma ha anticipato che nel 2023 si è superato quello che già nel 2022 era stato il record storico: 443,5 miliardi di dollari in interessi pagati dai 144 Paesi in via di sviluppo, quattro volte più di dieci anni prima. «Tutte risorse sottratte a vitali bisogni di sanità, istruzione, ambiente», scrive la Banca Mondiale nell’International Debt Report. «Il problema è che, viste le difficoltà nel riavere i soldi, i finanziatori cominciano a ritirarsi: nel 2022 gli impegni per nuovi finanziamenti sono scesi del 23% a 371 miliardi, e i creditori hanno incassato 185 miliardi in più di quanto hanno sborsato». A colmare i gap devono intervenire Fmi, Banca Mondiale e altre istituzioni, che hanno sborsato nel 2023 quasi 160 miliardi. I soldi alla fine si trovano, ma sempre più cari. Perfino il Fmi pretende interessi, «saliti dall’1 al 5% - denuncia l’economista argentino Martin Guzman – al punto che c’è un urgente problema di extraprofitti».
I 75 Paesi ammessi al programma Hipc della World Bank (che agevola l’abbattimento dei tassi e ha portato alla cancellazione di 100 miliardi di debiti in 37 Stati) hanno speso in un anno 88,9 miliardi per il servizio del debito. Sono cifre spaventose per economie ridotte all’osso: il Pil del Sudan è di 57 miliardi di dollari, quello del Congo di 63, del Niger 15,3, del Burkina Faso 18,8, del Ciad 12,7. Gli interessi si gonfiano in presenza di crisi acute: i buoni del Tesoro dell’Ucraina (considerato un Paese in via di sviluppo con 140 miliardi di dollari di Pil) pagano a un anno il 38,9%. «La speculazione si scatena in questi casi», ricorda Baglioni. «Solo pochi Paesi come l’Argentina hanno uffici specializzati che architettano coperture con i derivati, peraltro impossibili in situazioni di emergenza». La maggior parte di questi Paesi, aggiunge Giampaolo Galli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, «non è in grado di accedere ai derivati, che hanno un costo proporzionale al rischio assicurato e quindi possono diventare proibitivi».
La crisi peggiore
È una crisi peggiore del passato perché «la cooperazione internazionale, e quindi la volontà politica di impegnarsi insieme, non è mai stata così bassa dalla seconda guerra mondiale», ci spiega Jeffrey Sachs, l’economista della Columbia che ha redatto diversi programmi di risanamento, dal Sudamerica all’ex Urss, ed è stato a capo di più di una commissione dell’Onu preposta ad affrontare il problema. La prima urgenza è allentare la morsa con una serie di write-off dei debili inesigibili, ma non è facile perché i creditori che dovrebbero accollarsi l’onere della ristrutturazione sono per lo più privati (o cinesi). «Vanno aiutati i più poveri a modificare la struttura dell’indebitamento», aggiunge Sachs. «Oggi un Paese africano finisce con l’indebitarsi a 5 anni al 15 o più per cento, anziché emettere titoli a 30 anni al 5%». Nel 2020 il G20 lanciò un “common framework”, uno schema che doveva agevolare i fondi e velocizzare il parziale condono. Un fiasco totale. In tre anni ci sono stati 19 fallimenti pubblici, e il 60% dei Paesi in via di sviluppo è a rischio default.