L’Italia invecchia sempre più e nel 2051 la pensione arriverà a 70 anni: l’allarme dell’Istat al parlamento
di Cenzio Di ZanniROMA – Le nascite diminuiscono, l’età media si allunga e l’equilibrio dei conti – in prospettiva – si fa sempre più precario. Risultato: nel 2051 la via della pensione si aprirà soltanto alle soglie dei settant’anni. Sessantanove anni e sei mesi, per la precisione. “A legislazione vigente”. È l’effetto dell’inverno demografico che zavorra l’Italia e che l’Istat ha messo nero su bianco nella relazione sul Piano strutturale di bilancio firmata dal presidente Francesco Maria Chelli.
I numeri sono impietosi: “La popolazione italiana scenderà da 59 milioni al primo gennaio 2024 a 58,1 milioni nel 2031, per arrivare fino a 54,8 milioni nel 2050”, scrive l’Istituto nazionale di statistica. Il …
ROMA – Le nascite diminuiscono, l’età media si allunga e l’equilibrio dei conti – in prospettiva – si fa sempre più precario. Risultato: nel 2051 la via della pensione si aprirà soltanto alle soglie dei settant’anni. Sessantanove anni e sei mesi, per la precisione. “A legislazione vigente”. È l’effetto dell’inverno demografico che zavorra l’Italia e che l’Istat ha messo nero su bianco nella relazione sul Piano strutturale di bilancio firmata dal presidente Francesco Maria Chelli.
I numeri sono impietosi: “La popolazione italiana scenderà da 59 milioni al primo gennaio 2024 a 58,1 milioni nel 2031, per arrivare fino a 54,8 milioni nel 2050”, scrive l’Istituto nazionale di statistica. Il calo, “nell’ipotesi più favorevole”, si fermerebbe a “soli” 250mila residenti entro il 2031 (ma oltre due milioni entro il 2050). Nel caso meno positivo, invece, la diminuzione della popolazione supererebbe quota 850mila, dunque i 6,3 milioni entro il 2050.
“In che misura tali trasformazioni accadranno dipende dall’incertezza del futuro comportamento demografico”. Quello che è certo è che anche negli scenari di natalità e mortalità più favorevoli, secondo l’Istat, il numero di nascite non potrà comunque compensare quello dei decessi. E nemmeno i flussi migratori attesi sarebbero in grado “di controbilanciare il segno negativo della dinamica naturale, perché anch’essi sono soggetti, peraltro, a molteplici fattori di incertezza in grado di spostarne intensità e direzione”. Dalle spinte migratorie nei Paesi di origine all’instabilità del quadro geopolitico internazionale.
Per questo, le prospettive future non lasciano ben sperare. Anzi: “Comportano un’amplificazione dello squilibrio tra nuove e vecchie generazioni, guidato più dall’attuale articolazione per età della popolazione che – parole di Chelli – dai cambiamenti demografici ipotizzati (evoluzione di fecondità, mortalità e dinamiche migratorie)”.
Tradotto: nel 2031 le persone con più di 65 anni potrebbero rappresentare il 27,7% del totale, stando allo scenario mediano, ovvero quello meno allarmistico. Ed ecco come l’impatto sulle politiche di protezione sociale diventa “importante”, perché le casse dell’Inps si troverebbero a dover fronteggiare “i fabbisogni di una quota crescente, e più longeva, di anziani”.
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“Sul versante previdenziale, le ipotesi sulle prospettive della speranza di vita a 65 anni contemplate nello scenario mediano presagiscono una crescita importante, a legislazione vigente, dell’età al pensionamento. Rispetto agli attuali 67 anni – sentenzia l’Istat – si passerebbe a 67 anni e tre mesi dal 2027, a 67 anni e sei mesi dal 2029, a 67 anni e nove mesi a decorrere dal 2031, per arrivare a 69 e sei mesi dal 2051”. Alle soglie dei settant’anni, appunto.