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Più ricchi e meno tassati, perché in Italia il fisco funziona al contrario

Il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti 

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Un nuovo studio mostra che 3 milioni di cittadini che incassano più di 450mila euro l’anno godono di un’aliquota decrescente. A favorirli l’imposizione piatta sulle rendite finanziarie e quella minima sulle eredità. In tutto il mondo si ipotizzano correzioni, non da noi
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ROMA – “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, dice la Costituzione. Ed è proprio dietro all’articolo 53, base di un fisco progressivo, che si è trincerato il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, dopo essersi lasciato scappare l’esplosiva frase sui sacrifici (tasse) per tutti. Il problema è che quella progressività – chi più guadagna paga in proporzione di più – in Italia non vale per tutti. Se le imposte sono in effetti progressive, con moderazione, per gran parte dei contribuenti, per i più ricchi diventano decisamente regressive, come mostra un un nuovo studio di un gruppo di economisti dell’Università Sant’Anna di Pisa e della Bicocca di Milano.

Il 7% degli italiani più facoltosi, circa 3 milioni di persone che incassano da 450 mila l’anno in su, pagano un’aliquota effettiva che scende anziché salire. E per i patrimoni oltre i 15 milioni di euro, lo 0,1% degli ultra ricchi, precipita addirittura poco sopra il 30%, …

ROMA – “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, dice la Costituzione. Ed è proprio dietro all’articolo 53, base di un fisco progressivo, che si è trincerato il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, dopo essersi lasciato scappare l’esplosiva frase sui sacrifici (tasse) per tutti. Il problema è che quella progressività – chi più guadagna paga in proporzione di più – in Italia non vale per tutti. Se le imposte sono in effetti progressive, con moderazione, per gran parte dei contribuenti, per i più ricchi diventano decisamente regressive, come mostra un un nuovo studio di un gruppo di economisti dell’Università Sant’Anna di Pisa e della Bicocca di Milano.

Il 7% degli italiani più facoltosi, circa 3 milioni di persone che incassano da 450 mila l’anno in su, pagano un’aliquota effettiva che scende anziché salire. E per i patrimoni oltre i 15 milioni di euro, lo 0,1% degli ultra ricchi, precipita addirittura poco sopra il 30%, più bassa di chi guadagna 30 mila euro. Una distorsione che potrebbe essere corretta – scrivono gli economisti – anche con la parola tabù del dibattito politico nostrano, quella patrimoniale rispolverata con timidezza negli ultimi giorni dal Partito democratico.

Il peso delle rendite finanziarie

Nel resto del mondo, d’altra parte, di tassare di più i super ricchi si discute eccome, per convinzione o necessità. Lo fa il presidente brasiliano Lula, da buon socialista, provando a imporla come priorità del G20; lo fa la candidata dem Kamala Harris negli Stati Uniti; lo fa il premier francese Michel Barnier, un conservatore, per puntellare le traballanti finanze della République. Il fisco dei più facoltosi funziona alla rovescia in molte parti di un mondo a diseguaglianze crescenti, più o meno ovunque per le ragioni che lo rendono regressivo anche in Italia.

Più si sale al vertice della piramide del benessere, più contano le rendite finanziarie: azioni, bond, fondi di investimento. Strumenti che a differenza dei redditi sono tassati in maniera piatta, in Italia al 26%, e che a differenza degli immobili, investimento d’elezione dei cittadini “normali” che pure beneficia di cedolare secca, rendono molto di più. A questa stortura nel nostro Paese se ne aggiunge una seconda, cioè la timidezza, le ampissime esenzioni e la non progressività delle tasse sulle eredità, proprio nel momento in cui la straordinaria ricchezza accumulata dai Baby Boomer, molto concentrata nelle mani di pochi, ha iniziato a trasferirsi a figli e nipoti.

L’ipotesi patrimoniale

Come si corregge tutto questo? Nello studio gli economisti propongono diverse ipotesi di intervento, in grado di ristabilire la progressività del sistema e rendere ottimali i suoi obiettivi di redistribuzione. Tra queste anche una patrimoniale crescente, dallo 0,38% all’1,93%, sulle fortune di quei 3 milioni di italiani che oggi vedono le loro aliquote decrescere. Una tassa del genere garantirebbe pure al Tesoro un bell’incremento di gettito, dell’ordine di decine di miliardi. Ma è chiaro, dentro e fuori dall’accademia, che un intervento su una platea così estesa sarebbe incendiaro e impraticabile dal punto di vista politico.

Alessandro Santoro, professore alla Bicocca ed ex consigliere del ministero dell’Economia, tra gli autori della ricerca, suggerisce però che una riforma del fisco potrebbe procedere a più fasi: “Nel breve periodo si potrebbe agire con una patrimoniale limitata all’uno per cento, o anche allo 0,1% dei cittadini più ricchi, anche per dare un segnale di equità, e aumentando le tasse di successione – spiega – Mentre nel lungo periodo l’unica soluzione mi pare aumentare la base imponibile dell’Irpef, che è stata molto erosa negli ultimi 50 anni, assoggettando a progressività anche le rendite finanziarie”.

Capitali in fuga

In un’audizione del 2021, durante i lavoratori preparatori della riforma del Fisco che oggi il governo Meloni sta con fatica portando avanti, Bankitalia ha riconosciuto che una tassazione progressiva dei redditi finanziari aumenterebbe la capacità del sistema di redistribuire, e magari permetterebbe anche di abbassare l’elevatissima imposizione sul lavoro. Ma ha anche nesso in evidenza i tanti di problemi che questo creerebbe, tra cui il rischio che i grandi capitali – mobili per eccellenza – scappino all’estero.

Oggi questa obiezione appare un po’ meno fondata, visti i passi avanti fatti sullo scambio di informazioni fiscali tra i Paesi, dalla Svizzera in giù: i flussi sono molto più controllabili di prima. Resta invece secondo Santoro, soprattutto in Italia, “un’idea acquisita da decenni secondo cui le tasse sono un male e l’unica cosa che si può fare, anche a sinistra, è parlare di ridurle”.

Il governo della tassa piatta

Lo si è visto dall’isterica reazione della maggioranza e della stessa Giorgia Meloni alla fuga in avanti fiscale del ministro Giorgetti. Anche nel resto del mondo, va detto, l’agenda “tax the rich”, tassare i ricchi, ha per il momento prodotto ben poco di concreto. Come poco o nulla hanno prodotto gli sforzi per introdurre una tassazione globale sulle multinazionali. In Italia il governo delle tasse piatte continua ad andare in direzione contraria, anche ora che i suoi progetti si stanno scontrando con la realtà di un bilancio pubblico in precarissimo equilibrio, e per far quadrare i conti della prossima legge di Bilancio ipotizza di tagliare alcune agevolazioni fiscali per le imprese.

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