A bordo di Saipem 7000, la regina dei mari che lavora per la transizione green nel mondo: “Ma l’hub dell’eolico è l’Italia”
dal nostro inviato Andrea GrecoROTTERDAM – La Saipem 7000, nave levatrice dell’industria degli idrocarburi, ormeggiata al molo 4 del Damen Verolme di Rotterdam, è sempre più il simbolo della transizione energetica. Dai primi anni ’90 ha posato condotte per veicolare gas e petrolio in fondo al mare, per 545 milioni di chilometri, 13,6 volte il giro del mondo. Oggi fa giri simili per impiantare le basi dei parchi eolici, ai lati della Manica e sempre più ad ampio raggio, dall’Asia agli Stati Uniti.
Prepara i ferri e i materiali, spesso assemblati a bordo (è un cantiere oltre che una nave, con una coperta grande quanto un campo di calcio) per la prossima commessa, che tra un mese la vedrà salpare verso la Normandia, dove Saipem installerà 64 basi per turbine eoliche tra 22 e 31 metri sotto il mare, come prevede il contratto da 460 milioni di euro siglato nel 2021 da Eoliennes Offshore du Calvados Sas, consorzio francese guidato da Edf Renewables.
ROTTERDAM – La Saipem 7000, nave levatrice dell’industria degli idrocarburi, ormeggiata al molo 4 del Damen Verolme di Rotterdam, è sempre più il simbolo della transizione energetica. Dai primi anni ’90 ha posato condotte per veicolare gas e petrolio in fondo al mare, per 545 milioni di chilometri, 13,6 volte il giro del mondo. Oggi fa giri simili per impiantare le basi dei parchi eolici, ai lati della Manica e sempre più ad ampio raggio, dall’Asia agli Stati Uniti.
Prepara i ferri e i materiali, spesso assemblati a bordo (è un cantiere oltre che una nave, con una coperta grande quanto un campo di calcio) per la prossima commessa, che tra un mese la vedrà salpare verso la Normandia, dove Saipem installerà 64 basi per turbine eoliche tra 22 e 31 metri sotto il mare, come prevede il contratto da 460 milioni di euro siglato nel 2021 da Eoliennes Offshore du Calvados Sas, consorzio francese guidato da Edf Renewables.
L’evoluzione dello scavo dall’oil&gas all’eolico
La terza nave-gru più grande al mondo non sfigura nel terzo porto merci più grande al mondo, la cosa più olandese che ci si immagini, 40 chilometri di vie d’acqua fitte di acciaio, pontili, container, gru, pale eoliche. L’energia del vento è nata qui. E proprio la nave costruita nel 1987 da Fincantieri a Monfalcone ne è diventata una pioniera, presente nei teatri più innovativi dell’industria eolica nata nell’ultimo decennio. Lo scafo, realizzato per la rivale Micoperi e rilevato da Saipem nel 1991, ha maturato da allora importanti esperienze e competenze nei servizi al settore oil&gas, sotto l’egida dell’Eni, che è tuttora il primo azionista di Saipem con il 21%, ma dal 2015 ha smesso di controllarla, deconsolidando attività e debiti (e girando una quota a Cassa depositi e prestiti).
Resta negli annali il cimento, nel 2000, il record della posa dei cavi sottomarini della condotta Blue Stream nel 2000, a 2.150 metri sotto il Mare Nero: impresa tanto ardita per gli italiani che i rivali statunitensi chiamavano quel progetto Blue Dream. Quel retaggio aziendale è custodito da Alessandro Puliti, da due anni ad di Saipem dopo una lunga carriera all’Eni “a bocca di pozzo”, lato Agip.
Oggi la Turchia dei gasdotti è lontana, voltata verso Mosca, e Saipem prova a destreggiarsi tra le commesse tradizionali – quasi l’80% dei 50 miliardi di ordini del triennio 2024-2027 ancora deriva dai servizi al fossile, a terra o a mare – e i progetti a “emissioni basse o nulle” della transizione energetica. Tra questi, che valgono 16 miliardi nel triennio, 4 miliardi sono sull’eolico offshore.
Una nicchia rilevante e in forte crescita ovunque: specie per l’avanguardia “galleggiante”, che non impianta più le pale ma le fissa tensionandole con ancore e cavi sui fondi marini. Qui Saipem è un pioniere con la tecnologia Star1, sviluppata dopo che nel 2016 realizzò, per Equinor, Hywind, primo parco eolico galleggiante al mondo al largo della Scozia.
“Proprio l’esperienza accumulata sulle commesse negli idrocarburi ha dato a Saipem la capacità di gestire l'intero ambito di costruzione offshore in tutto il mondo, non solo la posa dei tubi a profondità d'acqua superiori a 2.000 metri per conto terzi, ma anche altre attività su tutta la filiera ingegneristica e industriale, avendo sette cantieri presenti in quattro continenti che fabbricano strutture e fondazioni offshore”, racconta Roberto Pellegrini, direttore operativo di Saipem Uk a Londra. Di questi siti fa parte Intermare, cantiere nel porto sardo di Arbatax specializzato in progetti eolici, sempre più complessi perché richiedono pale più voluminose, e a distanze sempre maggiori dalle coste.
Marinai asiatici ma cuoco napoletano
Negli ultimi tre anni la Saipem 7000, pupilla della flotta aziendale con il suo scafo da 200 metri sovrastato da due gru alte 120 metri, che 40 chilometri di cavi d’acciaio movimentano per sollevare 7.000 tonnellate l’una (il peso di due torri Eiffel), ha lavorato solo sulle commesse eoliche. E il suo equipaggio svolge regolarmente doppi turni su 24 ore, giorno e notte, per realizzare gli ordini dei leader globali del settore, che pagano milioni a giornata per il nolo.
"Al momento abbiamo a bordo circa 300 persone di 30 diverse nazionalità – spiega il comandante Giuseppe Valerio, che da otto anni guida la 7000 - ma la nave è in grado di ospitare fino a 725 persone, una capienza ampia perché una volta ospitava il personale delle aziende clienti”.
Un centinaio sono ‘marinai’, fino a cinquanta addetti si occupano del servizio di catering – con cuoco napoletano, perché a bordo sul cibo non si scherza – e quasi tutti gli altri sono carpentieri, elettricisti, saldatori, gruisti, a riporto di Roberto Spreafico, capo dei lavori di costruzione a bordo. Il personale, specie quelli dei Paesi più lontani (molti filippini, malesi e coreani a bordo), trascorre fino a sei mesi a bordo, allungando i turni di nave per trascorrere lo stesso tempo con le famiglie, una volta a casa. “Io mediamente riesco a fare 35 giorni a bordo e 35 a terra con la mia famiglia”, aggiunge Valerio, che è di Bari.
“L’Italia possibile hub dell’eolico”
Finora il Pniec italiano non fa eccessivo affidamento all’energia eolica, forse perché le condizioni dei fondali e dei venti nel Mediterraneo non sono certo quelle del nervoso Mare del Nord. Ma secondo il Global Wind Energy Council l’Italia rappresenta il terzo mercato potenziale al mondo per l’eolico offshore galleggiante, e studi del Politecnico di Torino stimano per questa nicchia dell’energia a vento 207,3 GW di potenziali, pari al 97% del potenziale eolico italiano. Per ora le valutazioni di impatto ambientale riguardano solo una dozzina di progetti e 7,5 GW: ma la stessa Saipem ritiene che l’Italia possa diventare “un hub dell’eolico Mediterraneo”, integrando, “come project leader”, le filiere di logistica e portuali, oltre che di produttori di turbine eoliche e di cavi, del Made in Italy.