Economia

Stellantis, Tavares alla Camera: “Non abbandoniamo l’Italia, ma qui costi troppo elevati”

Carlos Tavares, ad di Stellantis durante l'audizione a Montecitorio davanti all Commissioni di Camera e Senato riunite in seduta congiunta

Carlos Tavares, ad di Stellantis durante l'audizione a Montecitorio davanti all Commissioni di Camera e Senato riunite in seduta congiunta

 (ansa)
L’ad del gruppo: “Servono incentivi per le auto elettriche. Sento da parte vostra rabbia e un certo livore”
2 minuti di lettura

Roma — «Non abbiamo l’intenzione di lasciare l’Italia. Per questo teniamo i nostri impianti e per questo non li vogliamo vendere ai cinesi». L’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, lo rimarca ancora alla fine della sua audizione in Parlamento, dopo più di due ore di confronto a Montecitorio. Un mantra per il manager portoghese. Una seduta difficile e complessa per l’ad del gruppo.

L’ultimo capo di Fiat-Fca passato in Parlamento si chiamava Sergio Marchionne. Era il 2011. Un’altra epoca. Per l’occasione indossò di nuovo la cravatta. Tavares ieri ha scelto di non metterla, solo giacca e camicia bianca. L’approccio dell’ad è stato serio e temperato, ma non è servito a stemperare i toni. Il capo d Stellantis, gruppo che ha come primo azionista Exor che controlla anche Repubblica, non ha nascosto i problemi: «L’industria automobilistica sta vivendo un momento darwiniano, ma le regole e i regolamenti non li abbiamo decisi noi», ha ripetuto. Stellantis la transizione verso l’elettrico l’ha subita, non l’ha cercata. «Un’auto elettrica costa il 40% in più, i clienti la vogliono allo stesso prezzo delle tradizionali. Quando mancano gli incentivi, come in Germania e in Italia, le vendite crollano. Gli incentivi servono», è l’analisi di Tavares. L’ad difende il percorso: «È troppo tardi per cambiarlo». E rassicura ancora sull’Italia: le fabbriche hanno «modelli assegnati fino al 2030, in alcuni casi fino al 2033», dice. Anche se «i costi sono troppo alti: quello dell’energia per esempio è il doppio che in Spagna. Come si fa a gestire questo problema?». Su Maserati è netto: «Non la vogliamo vendere, ma rilanciare». E basta con l’idea «che la Francia conti di più, non è così, la governance della nostra società è forte».

Impegni che non sono sufficienti per evitare il fuoco di fila trasversale. Attacchi che si saldano con la delusione dei sindacati metalmeccanici. Fim, Fiom e Uilm dicono che le ragioni dello sciopero del 18 ottobre con manifestazione a Roma sono «rafforzate». I toni a Montecitorio variano, così come il calibro delle persone. L’opposizione schiera i pezzi da novanta. Come il leader di Azione, Carlo Calenda, che bolla Tavares come «imbarazzante» e si lascia andare ad un battibecco con l’ad perché «non deposita le slides sul piano industriale». La segretaria del Pd, Elly Schlein, che teme il «disimpegno» e «condivide le ragioni dello sciopero», sostiene che «ci aspettavamo di più» e annuncia un’interrogazione per chiedere «al governo chiarimenti sulla golden power di Comau». Marco Grimaldi (Avs) da sinistra dice di essere «indignato» dalla mancanza di impegni. E l’ex premier del M5S, Giuseppe Conte, dice che le parole di Tavares «sono insoddisfacente e deficitarie per gli interessi dei cittadini italiani. Non ci sono prospettive concrete» e chiede «a Elkann di venire in Parlamento».

Il centrodestra prova a fare l’istituzionale. Il presidente della Commissione Attività Produttive, Luigi Gusmeroli (Lega), sostiene «che la presenza di Tavares è un’occasione di dialogo e confronto». L’obiettivo? «Convergere tutti insieme verso soluzioni espansive rispetto a quello che è l’attuale scenario». Il tutto si infrange poi sulle parole del deputato di Fdi, Fabio Pietrella, che parla di «serie di alibi» e «al tentativo inaccettabile di escludere qualsiasi responsabilità da parte dell’azienda per non aver mantenuto i patti dopo il miliardo di incentivi e l’aiuto a rivedere il regolamento Euro 7». Un po’ più misurato Luca Squeri di Forza Italia: «Tavares è disposto a modificare strategia se dovessero cambiare tempi e modi della transizione?». L’ad alla fine è franco: «Sento da parte vostra rabbia, un certo livore. Lo stesso atteggiamento che hanno i lavoratori. Lo capisco. È una situazione difficile, ma non è stata generata da noi». E poi dice che il dialogo è «utile» per questo sono ansioso «di continuare il confronto avviato in Italia».

I commenti dei lettori