Non è un’opportunità unica, ma sicuramente rara quella che si presenta davanti agli investitori. Entro la fine di quest’anno, infatti, sarà possibile compensare le minusvalenze generate nel corso del 2020 e in alcuni casi le cifre in ballo sono consistenti, soprattutto se ci si è fatti prendere dal panico e si ha venduto durante la crisi dei listini conseguente all’emergere del Covid-19. Basti pensare che nel solo marzo di quell’anno, la maggior parte dei listini globali è sceso tra il 20 e il 25%, salvo recuperare – con differenti intensità – nei mesi successivi, all’annuncio di massicci interventi pubblici. Ma, a quel punto, molti piccoli investitori erano fuori dai mercati.
E’ opportuno muoversi per tempo
La normativa fiscale consente di pagare meno imposte se in precedenza l’investitore ha conseguito delle perdite su titoli, compensandole con i guadagni generati successivamente. Per fare un esempio, se si vende un titolo azionario con una perdita di mille euro e in un secondo momento se ne vende un altro con un profitto di 2 mila euro, il capital gain del 26% si pagherà solo sui mille euro di differenza. Ci sono però alcuni paletti che rendono il calcolo un po’ meno semplice dell’esempio. Il primo è il limite temporale, fissato in quattro anni. Pertanto entro il 31 dicembre prossimo potranno essere compensate le minusvalenze fino al 2020, per cui è opportuno muoversi sin da ora per non bucare l’appuntamento considerato sia che occorrono alcuni giorni all’intermediario per registrare le operazioni, sia che la fretta degli ultimi giorni potrebbe portare a decisioni non in linea con il proprio profilo di investitore.
Cosa deve fare chi opera con la piattaforma online
Il primo passo da compiere, per chi opera tramite piattaforma online, è di consultare la sezione “portafoglio”, e in particolare la voce “zainetto fiscale”, che riporta minus e pluvalenze anno per anno. Negli altri casi, è possibile rivolgersi al proprio consulente o alla banca depositaria per ricevere lo specchietto. Un altro paletto riguarda la possibilità di compensare solo attraverso le plusvalenze generate dai “redditi diversi”. In questa categoria rientrano le azioni e le obbligazioni (per la parte relativa all’aumento di prezzo, non a cedole e dividendi), nonché, future, Etc (fondi passivi che hanno come sottostanti le commodity) e certificates. Mentre fondi comuni ed Etf rientrano tra i “redditi di capitale”, insieme con gli interessi su conti correnti e depositi a risparmio, quindi gli eventuali guadagni tramite questi strumenti non possono compensare le perdite passate. Se invece il risparmio gestito ha prodotto delle minusvalenze, queste ultime possono essere compensate da eventuali plusvalenze da redditi diversi.
Un discorso a parte lo meritano i certificates, spesso utilizzati proprio in ottica di ottimizzazione fiscale. Si tratta di strumenti derivati, il cui andamento è legato a quello del sottostante, che può essere ad esempio un’azione, un indice azionario, una valuta o una commodity. Sul mercato esistono diverse tipologie di certificates. «I più indicati per questa finalità sono i Memory Cash Collect», spiega Giulio Visigalli, analyst & investment solutions specialist di Websim by Intermonte. «Prevedono la distribuzione di un premio, solitamente con cadenza mensile o trimestrale, a condizione che la quotazione del sottostante, o di un basket di sottostanti, non scenda al di sotto di una certa barriera. Solitamente la barriera offre una buona protezione dato che arriva al 40-50% dai livelli di riferimento iniziali del sottostante, che nella maggior parte dei casi è un basket ‘worst of’», ovvero si osserva solo il titolo con la performance peggiore del paniere. Una sottocategoria dei Cash Collect è data dai certificati con Maxi Cedola. «Supponiamo che un investitore abbia accumulato in portafoglio una minusvalenza di mille euro. Per compensarla entro la fine dell’anno, l’investitore potrebbe valutare l’investimento di 10 mila euro in un certificato in grado di offrire una maxi cedola iniziale di almeno il 10%. In tal modo, già dopo un mese o tre (a seconda del regolamento del prodotto) dall’emissione, all’investitore verrebbe riconosciuto un provento assimilabile come reddito diverso di mille euro, permettendogli così di sfruttare un credito fiscale che altrimenti andrebbe perduto». Ovviamente, al momento di stacco della cedola, il certificato tenderà a perdere un valore in linea con il premio, ma anche in caso di cessione del prodotto ci saranno altri quattro anni per una nuova compensazione. Di contro, va considerato che i certificates sono strumenti a limitata liquidità e con costi più elevati rispetto a Etf, azioni e obbligazioni, quindi vanno maneggiati con attenzione.
Infine può verificarsi un’altra situazione: se si è venduto ad esempio un titolo azionario che ha generato un guadagno e si ha in portafoglio un altro titolo invece in perdita, è possibile vendere quest’ultimo per abbattere l’imposta sui guadagni del primo, salvo riacquistarlo successivamente. «Attenzione, però», avverte Thomas Avolio, deputy ceo e principal di Redfish Listing Partners. «Per evitare di incorrere in una situazione di elusione fiscale, occorre attendere 31 giorni prima del riacquisto, e non è detto che nel periodo in cui il titolo non è in portafoglio non si sia rivalutato».