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De Novellis: “Prorogare il Pnrr non è lesa maestà. Si liberano 10 miliardi”

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L’economista di Ref Ricerche: “Si può chiedere un anno in più a Bruxelles e creare uno spazio fiscale per rafforzare la spesa”
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ROMA — «Chiedere una proroga del Pnrr, oltre il 2026, non è lesa maestà. Consentirebbe una spesa più serena delle risorse. E anche di liberarne una parte, ad esempio 10 miliardi, per alleggerire il taglio inevitabile sulla spesa». Fedele De Novellis, economista e partner di Ref Ricerche, istituto di analisi economica, non trova corretto parlare di austerity nel Psb.

Il nuovo Piano di bilancio contiene la crescita della spesa nominale all’1,5% medio annuo. Ma considerando l’inflazione, la spesa reale calerà del 2% in cinque anni. Non è austerity?

«Abbiamo un’eredità pesante, veniamo da un deficit del 7,4% e dobbiamo portarlo sotto al 3%. Per farlo è inevitabile contenere la spesa. E la traiettoria disegnata dal governo nel Psb è coerente con quell’aggiustamento del saldo. Pesante, certo. Come la nostra eredità, d’altro canto».

Colpa dell’Europa, dunque?

«Il vecchio Patto di stabilità ci chiedeva il pareggio di bilancio nel medio-termine. Con il nuovo dobbiamo tendere all’1,5%.…

ROMA — «Chiedere una proroga del Pnrr, oltre il 2026, non è lesa maestà. Consentirebbe una spesa più serena delle risorse. E anche di liberarne una parte, ad esempio 10 miliardi, per alleggerire il taglio inevitabile sulla spesa». Fedele De Novellis, economista e partner di Ref Ricerche, istituto di analisi economica, non trova corretto parlare di austerity nel Psb.

Il nuovo Piano di bilancio contiene la crescita della spesa nominale all’1,5% medio annuo. Ma considerando l’inflazione, la spesa reale calerà del 2% in cinque anni. Non è austerity?

«Abbiamo un’eredità pesante, veniamo da un deficit del 7,4% e dobbiamo portarlo sotto al 3%. Per farlo è inevitabile contenere la spesa. E la traiettoria disegnata dal governo nel Psb è coerente con quell’aggiustamento del saldo. Pesante, certo. Come la nostra eredità, d’altro canto».

Colpa dell’Europa, dunque?

«Il vecchio Patto di stabilità ci chiedeva il pareggio di bilancio nel medio-termine. Con il nuovo dobbiamo tendere all’1,5%. L’Europa non ci impone di tagliare la spesa. Ma di mantenere un profilo coerente con il rispetto del vincolo sui saldi. Se tutto l’aggiustamento è sulla spesa, questa dovrà crescere meno del Pil. Dopodiché se il governo vuole fare più spesa può farlo, non è proibito. Ma deve finanziarla con maggiori tasse».

Succederà, a quanto si capisce. La spesa sociale andrà in sofferenza nei prossimi anni?

«Il vincolo a contenerla c’è. Se non si modificano le entrate, la restrizione è tutta sulle spese. Però qui intervengono le scelte politiche. E questo governo ne ha fatte due ben precise».

Quali sono?

«Confermare e rendere strutturale il taglio di cuneo e Irpef. E mantenere un livello molto elevato di investimenti pubblici, il doppio del pre-pandemia quando il ritmo era sui 40 miliardi all’anno. Una scelta in parte condivisibile e del resto obbligata per via del Pnrr. Ma questa enorme spesa spiazza le altre, tra l’altro ingolfando una macchina amministrativa non certo abituata a smaltire una mole di risorse così».

Non si può fare molto qui...

«Si può provare a chiedere una proroga a Bruxelles per allungare la scadenza del Pnrr, ad esempio di un anno, per diluire la spesa e creare uno spazio fiscale da 10 miliardi da usare per rafforzare la spesa, ad esempio la sanità».

Bankitalia prevede una crescita allo 0,8% quest’anno e all’1% il prossimo. Il governo conferma l’1% e l’1,2%. Chi ha ragione?

«Ci sono due fattori da considerare. Quello interno, con la spinta del Superbonus esaurita e una contrazione nelle costruzioni. E uno esterno, la frenata della Germania, specie nel settore auto. Questi due canali possono portare giù il nostro Pil, attorno al +0,8% sia quest’anno che il prossimo. Ma intendiamoci, visto il sentiero di aggiustamento dei conti, ci metterei la firma».

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