✕

Fintech tra luci e ombre: punta all’alleanza con le banche per ripartire

Ascolta l'audio

Il settore cerca l’aiuto dei grandi gruppi perché fatica a raccogliere risorse. Alcune realtà entrano in crisi, altre vengono acquisite. E gli “unicorni” Satispay e Scalapay per ora non trovano l’utile
3 minuti di lettura

Fino a pochi anni fa, le società del Fintech promettevano di scardinare i modelli finanziari tradizionali al motto della “disruption”, un cambiamento forte e dagli esiti sconvolgenti. Ad accompagnare tale rivoluzione il vento favorevole della digitalizzazione, accelerata dalla pandemia, e dei tassi di interesse nulli. Poi l’aria è cambiata e il Fintech, che abbraccia tutte le nuove tecnologie applicate alla finanza, ha dovuto rivedere la propria missione. Le società del settore, spesso startup con pochi anni di vita, hanno preferito deporre l’ascia di guerra in cerca di un’alleanza con le banche tradizionali, che nel frattempo si sono arricchite grazie soprattutto agli elevati tassi di interesse.

Il Fintech, invece, non solo non è riuscito a cavalcare l’onda del differenziale tra tassi attivi e passivi ma si è anche ritrovato a dovere pagare di più i capitali necessari per crescere. Così, Smart Bank, che offriva ai clienti depositi remunerati fino all’8%, nel 2023 è stata posta in a…

Fino a pochi anni fa, le società del Fintech promettevano di scardinare i modelli finanziari tradizionali al motto della “disruption”, un cambiamento forte e dagli esiti sconvolgenti. Ad accompagnare tale rivoluzione il vento favorevole della digitalizzazione, accelerata dalla pandemia, e dei tassi di interesse nulli. Poi l’aria è cambiata e il Fintech, che abbraccia tutte le nuove tecnologie applicate alla finanza, ha dovuto rivedere la propria missione. Le società del settore, spesso startup con pochi anni di vita, hanno preferito deporre l’ascia di guerra in cerca di un’alleanza con le banche tradizionali, che nel frattempo si sono arricchite grazie soprattutto agli elevati tassi di interesse.

Il Fintech, invece, non solo non è riuscito a cavalcare l’onda del differenziale tra tassi attivi e passivi ma si è anche ritrovato a dovere pagare di più i capitali necessari per crescere. Così, Smart Bank, che offriva ai clienti depositi remunerati fino all’8%, nel 2023 è stata posta in amministrazione straordinaria dalla Banca d’Italia, infrangendo i sogni del suo presidente, Carlo Alberto Carnevale Maffè, che la voleva trasformare «nell’Apple Watch degli investimenti».

Nel 2022 l’autorità di via Nazionale aveva invece bloccato le attività italiane della banca digitale tedesca N26, dopo avere riscontrato carenze legate all’antiriciclaggio. Una sensazione diffusa nel Fintech è che in Italia la regolamentazione sia troppo stringente e poco aperta all’innovazione e che vada in qualche modo alleggerita. Nel 2023, la società di prestiti digitali alle imprese Credimi, guidata da Ignazio Rocco, è finita in liquidazione volontaria autorizzata da Bankitalia, con il successivo passaggio di un ramo d’azienda a Banca CF+, l’ex Credito Fondiario.

Sono numerosi i casi di operatori tradizionali che hanno rilevato Fintech, da Banca Valsabbina, con la piattaforma di finanziamenti tra privati Prestiamoci, a Generalfinance, con la società di anticipo fatture online Workinvoice. Di recente Banco Desio ha stretto un’alleanza con la startup Cashberry e ha lanciato il servizio di anticipo degli incassi Pos in modalità digitale per le piccole imprese.

Mentre le banche digitali hanno preso forma dentro ai grandi gruppi: Isybank in Intesa Sanpaolo, Buddy in Unicredit, Widiba in Mps e Webank in Banco Bpm. Dal Gruppo Sella ha avuto origine Hype, oggi partecipata anche da Illimity di Corrado Passera, a sua volta operante come Fintech in vari segmenti. E i banchieri Roberto Nicastro e Federico Sforza hanno creato Aidexa.

«Dopo oltre un decennio di esperimenti, successi e fallimenti - commenta Matteo Tarroni, fondatore di Workinvoice - oggi le tecnologie digitali applicate alla finanza sono sempre meno un fenomeno sperimentale e sempre più una funzione integrata nelle banche tradizionali. O perché gli stessi istituti sviluppano modelli avanzati, o perché li acquisiscono sul mercato».

La spinta alle collaborazioni

Per Laura Grassi, direttrice dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, «le startup cercano la collaborazione con le banche anche perché il sistema offre loro limitate possibilità di raccogliere risorse. Spesso, però, dall’altra parte non incontrano sufficiente apertura all’innovazione, quando invece il settore del credito potrebbe beneficiare enormemente di nuove idee». Le Fintech, altamente specializzate e dalla struttura snella, sarebbero proiettate in un gruppo dalle spalle più larghe che può metterle in contatto con molti più utenti. Mentre le banche comprerebbero un servizio innovativo già pronto.

Discorso analogo per le startup assicurative. «L’Insurtech - osserva Simone Ranucci Brandimarte, presidente e fondatore di Italian Insurtech Association e di Yolo - incontra grandi difficoltà nel trovare capitali, in particolare dal settore tecnologico, comprese le startup più grandi, e dai fondi di venture capital. Per fine 2024 ci aspettiamo investimenti complessivi per 1 miliardo in Italia, l’80% dalle grandi compagnie assicurative ma meno del 4% dall’ecosistema tecnologico, contro il 25% della Francia. Stiamo assistendo a processi Insurtech centralizzati dalle grandi compagnie, che hanno il merito di portare avanti la digitalizzazione di un settore strategico».

L’Osservatorio Fintech & Insurtech, nel 2023, ha censito 622 realtà italiane, stabili rispetto al 2022 nonostante la nascita di 24 startup, per l’effetto di acquisizioni e fallimenti. Tali società hanno raccolto 174 milioni tra capitale e debito, l’81% in meno del 2022, in linea con la tendenza globale, e solo il 7% ha ottenuto finanziamenti da oltre 100mila euro. Cifre per l’Osservatorio «non sufficienti a rendere le nostre startup attrattive fuori dai confini nazionali».

Dove operano le startup italiane del Fintech e dell’Insurtech

Nella nuova era dei tassi medio-alti, la tendenza è finanziare progetti in grado di generare utili nel giro di pochi anni, con una selezione degli operatori più redditizi. Al contrario, in passato gli investitori erano concentrati più sui piani di lungo termine e meno sulla realizzazione di profitti nel breve. Due anni fa, quando già il mercato stava cambiando, la Fintech dei pagamenti digitali Satispay è riuscita come si dice nel gergo degli startupper a “chiudere un round” e quindi a ottenere risorse per 320 milioni, superando la valutazione di 1 miliardo.

È così diventata un unicorno finanziario, l’unico del Fintech con Scalapay, che nel febbraio del 2022 ha raccolto 497 milioni di dollari. Quest’ultima, che con il Buy now, pay later dà la possibilità di fare acquisti e pagare a rate, ha archiviato il bilancio del 2023 con perdite per 11,7 milioni da quelle di 24,5 milioni del 2022.

Mentre Satispay, a fronte di ricavi consolidati delle vendite e delle prestazioni per 22,9 milioni (14,9 l’anno prima), ha chiuso il 2023 con un risultato operativo negativo per 55,5 milioni e una perdita di 46,4 milioni, dal “rosso” di 60,3 milioni del 2022. Oggi, anche grazie all’ampliamento dei servizi offerti ai 4,8 milioni di utenti, il fondatore, Alberto Dalmasso, parla di un fatturato annualizzato, ottenuto cioè moltiplicando quello dell’ultimo mese per 12, nell’ordine dei 70 milioni.

Come emerso al recente Milan Fintech Summit, dalla colonna sonora con richiamo ai Nirvana Smells like Fintech spirit, nel 2023 le società del settore hanno visto crescere i ricavi del 60% annuo. Il 35% di loro dichiara di avere raggiunto la parità (breakeven) sugli utili. In base a un’indagine, il 92,6% degli operatori ha pianificato la ricerca di finanziamenti nei prossimi 12 mesi e l’81,5% sta già sondando venture capital. Il settore quindi punta a superare le difficoltà all’insegna del motto, mutuato da Frank Sinatra o da Ligabue, per cui il meglio deve ancora venire.

Leggi i commenti