Probabilmente una mountain bike sarebbe stata la bicicletta migliore per affrontare il recente andamento del mercato delle due ruote a pedali, tra impennate improvvise - ma costellate di buche e pietre da schivare - e altrettanto rapide discese. Le classiche montagne russe sono l’immagine che più si presta a descrivere gli ultimi anni di questo segmento di mercato su cui pare si stia riaccendendo l’interesse dei grandi capitali privati, almeno secondo quanto stimano gli esperti di Houlihan Lokey e Kearney puntando lo sguardo ai prossimi anni.
Un mercato, quello delle biciclette, destinato a raggiungere i 38 miliardi di valore in Europa e Nord America nel 2028, con una crescita media annua dell’8%, grazie soprattutto alla spinta delle e-bike che consentiranno …
Probabilmente una mountain bike sarebbe stata la bicicletta migliore per affrontare il recente andamento del mercato delle due ruote a pedali, tra impennate improvvise - ma costellate di buche e pietre da schivare - e altrettanto rapide discese. Le classiche montagne russe sono l’immagine che più si presta a descrivere gli ultimi anni di questo segmento di mercato su cui pare si stia riaccendendo l’interesse dei grandi capitali privati, almeno secondo quanto stimano gli esperti di Houlihan Lokey e Kearney puntando lo sguardo ai prossimi anni.
Un mercato, quello delle biciclette, destinato a raggiungere i 38 miliardi di valore in Europa e Nord America nel 2028, con una crescita media annua dell’8%, grazie soprattutto alla spinta delle e-bike che consentiranno di alzare i prezzi medi: in volumi, infatti, lo scenario è piatto come le cronometro dei vecchi tempi.
Le montagne russe del settore
Già questo fattore, comunque, lascia presagire un ritorno dell’attività di m&a che negli ultimi tempi ha stretto forte i freni. Non sono stati, infatti, mesi semplici per la filiera. Riavvolgendo il film delle ultime tappe, nel 2018-2019 il mercato andava verso la sua maturità con il fenomeno del bike sharing che dominava anche il panorama delle fusioni e acquisizioni (15 operazioni su 44 totali), con gli investitori finanziari ancora alla finestra. Nella stanza sono entrati a pieno titolo nel biennio successivo, quello del boom pandemico con i deal esplosi a quota 112 e gli investitori finanziari in prima fila: protagonisti del 59% dei casi. Erano gli anni degli incentivi, del boom della domanda, degli stili di vita sani e dell’attenzione all’ambiente. Ma anche del congestionamento delle catene di fornitura globali, che hanno generato una corsa alle scorte e ordini inevasi. L’effetto-frusta ha scaricato sui produttori ordini in massa, e quando gli ingranaggi son tornati a girare si è scoperto che la domanda non era più così calda.
«Oggi il principale tema degli operatori, dal dettaglio ai produttori passando per i distributori, è la gestione del magazzino, e dunque del capitale circolante, e si è ribaltato sulle operazioni di fusione e acquisizione», ragiona André Pichler, co-head corporate finance e managing director di Houlihan Lokey in Italia. Dopo il picco di 96 operazioni nel 2022, infatti, si è tornati l’anno scorso a quota 66. Non hanno giovato, certo, le incertezze macro e l’aumento dei tassi. Ma soprattutto l’allargamento delle scorte fino a 6-12 mesi di vendite, anche 18 mesi nei casi peggiori.
«Per fare cassa e liberare il magazzino, molte aziende hanno introdotto scontistiche importanti», prosegue Pichler. Dalla fine del 2022 i cartellini con ribassi del 20 o 40% sono diventati la normalità, con l’efetto di erodere non solo i margini ma il mercato nel complesso che è calato del 19% in Europa. Immediatamente gli investitori finanziari ne hanno preso atto, ritirandosi dalle operazioni di m&a: il venture capital è sceso del 25%, private equity e family office del 50%.
Ma qualcosa sta cambiando. «Chi ha le spalle più larghe sta cercando di aiutare anche la distribuzione ed evitare un calo troppo drastico», spiega Pichler. E per preservare la redditività «la via segnata è quella di riportarsi in casa i margini». Ovvero avere sotto il proprio tetto più pezzi di una filiera che storicamente (soprattutto per la componentistica) si è affidata al Far East. Casi rappresentativi: Specialized che sviluppa le sue trasmissioni elettriche o Scott che allarga il brand Syncros per diverse componenti.
Ripartono le operazioni di m&a
La normalizzazione dei magazzini apre dunque a una primavera delle operazioni, anche perché il trend sottostante di medio periodo è positivo per il 68% dei manager intervistati dallo studio. Come si diceva, poi, è anche una questione di prezzo. In Germania, lo scontrino medio è salito da 495 a 1.788 euro tra il 2011 e il 2023 e ora si aspetta una nova ondata di elettrificazione nei Paesi che finora sono stati meno tocati: la previsione è che la quota di mercato elettrica salga al 39%, in Europa, nel 2028.
«Questo insieme di fattori tornerà a spingere l’m&a: il Private equity ha disponibilità finanziaria, ci sono fondi che credono nel comparto e altri che faranno ulteriori investimenti perché sono già entrati e potranno di migliorare il loro profilo di rendimento - aggiunge Pichler - Senza dimenticare chi magari passerà la mano ad altri: sarà un gioco di equilibri».
La sensazione è dunque che ci sia ancora un po’ di attendismo, per smaltire la sbornia del recente passato. Qualche valutazione da rivedere e affinare alla luce della nuova normalità. Le ultime grandi acquisizioni di produttori - ad esempio quella di Accel Group (che ha in pancia marchi come Ghost, Raleigh e l’italiana Atala da parte di Kkr per quasi 2 miliardi di dollari nell’estate del 2022, oppure quella di Canyon nel dicembre 2020 da parte di Gbl per quasi 1 miliardo - sono state chiuse a multipli di 13-15 volte l’ebitda, il margine operativo lordo. Oggi ci sono ancora situazioni da stabilizzare dal punto di vista dei flussi di cassa, poi il valzer potrà ripartire.
«Anche in Italia, dove i trend sono in linea con quelli globali. E dove abbiamo molte eccellenze, con marchi conosciuti, soprattutto in alcune nicchie, ma con posizioni dimensionali molto diverse rispetto ai grossi gruppi tedeschi o americani, difficili da raggiungere».
I marchi italiani al Private equity
D’altra parte pure il mercato tricolore è stato al centro dell’attenzione del Pe. L’elenco di marchi entrati nei portafogli degli investitori finanziari è ormai lungo, a partire da quando la Bianchi è entrata nel giro di Grimaldi Industri nel 1997. Vittoria, marchio d’eccellenza per quel che riguarda le ruote, nel giro di due anni è passata prima a Wise Equity (estate 2020) e poi a Telemos Capital (dicembre 2022). Selle Royal, altra punta di diamante del made in Italy nel settore degli accessori, di cui la stessa Wise Equity ha rilevato una quota del 33% nel 2021 e che aveva accarezzato la Borsa nel 2022. O ancora MVC, la casa di marchi come Castelli e Sportful, su cui ha messo gli occhi prima e i capitali poi Equinox. La Wilier Triestina (Pamoja Capital), la Cinelli (Asobi Ventures) sono altri casi; il progetto di costruire la piattaforma di mobilità Alete Bikes da parte di Trilantic Europe ha incontrato anche Cicli Esperia, oltre ad altri come Denver Bike e Torpado. E nell’elenco non può mancare Pinarello, il più esclusivo dei marchi da corsa, che nell’estate scorsa è passata da L Catterton al family office di Ivan Glasenberg (con il presidente Fausto a mantenere una quota) in un’operazione che si dice essere stata negli intorni dei 200 milioni proprio sotto la regia di Houlihan Lokey.
Insomma, che il private equity sia diventato protagonista del mercato è certificato dall’aneddotica ma ancor più dai numeri, visto che nel periodo 2018-2023 ha indossato i panni del compratore sul frammentato mercato delle bici più o meno l’80% delle volte. Ora scalda i motori per tornare protagonista: «Non è in discussione che accada - è sicuro Pichler - resta da vedere quando».