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Il tasso di rischio della guerra

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La nuova crisi in Medio Oriente può portare il petrolio a 130 euro con un impatto negativo sull’inflazione e la discesa del costo del denaro
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Petrolio a 130 dollari al barile, crescita globale compromessa, inflazione che torna a impennarsi, banche centrali che devono rivedere il cammino appena intrapreso di rientro dei tassi. Scenari di crisi economica da brivido si inseriscono nella tragedia mediorentale: in un anno di guerra si erano mantenuti prudenti, ma all’improvviso — in coincidenza con l’entrata in campo diretta dell’Iran — i più prestigiosi centri studi, banche d’investimento, istituzioni internazionali, hanno cominciato a sfornare a raffica report e analisi sempre più allarmati sulle conseguenze del conflitto.

L’impatto negativo sulla crescita mondiale

Il punto centrale è il prezzo del petrolio

Tutto ruota ancora una volta — come nella guerra del Kippur (1973), nella rivoluzione khomeinista (1979), nell’invasione del Kuwait (1990), nell’attacco all’Iraq (2003) — intorno al prezzo del petrolio. «Ricordiamoci che viviamo sempre nell’era dei combustibi…

Petrolio a 130 dollari al barile, crescita globale compromessa, inflazione che torna a impennarsi, banche centrali che devono rivedere il cammino appena intrapreso di rientro dei tassi. Scenari di crisi economica da brivido si inseriscono nella tragedia mediorentale: in un anno di guerra si erano mantenuti prudenti, ma all’improvviso — in coincidenza con l’entrata in campo diretta dell’Iran — i più prestigiosi centri studi, banche d’investimento, istituzioni internazionali, hanno cominciato a sfornare a raffica report e analisi sempre più allarmati sulle conseguenze del conflitto.

L’impatto negativo sulla crescita mondiale

Il punto centrale è il prezzo del petrolio

Tutto ruota ancora una volta — come nella guerra del Kippur (1973), nella rivoluzione khomeinista (1979), nell’invasione del Kuwait (1990), nell’attacco all’Iraq (2003) — intorno al prezzo del petrolio. «Ricordiamoci che viviamo sempre nell’era dei combustibili fossili», ricorda sul Financial Times il saggio Martin Wolf. E l’area mediorentale contiene, secondo la Statistical review of world energy, il 48% delle riserve mondiali accertate di greggio (e il 33% della produzione), mentre la US energy information administration rimarca che attraverso lo Stretto di Hormuz che chiude il Golfo Persico, arma da-fine-di-mondo in mano all’Iran perché può bloccarlo in qualsiasi momento, transitano un terzo di tutte le petroliere del pianeta e un quinto delle navi cisterna del Gnl.

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Decisivo è capire quale intervento il governo Netanyahu considera finale contro l’Iran come rappresaglia all’attacco del primo ottobre, quando Teheran ha lanciato 180 missili balistici contro Israele. Per ora il bersaglio sono le installazioni militari, ma «la soluzione potrebbe cambiare», scrive il Times of Israel. Se il target diventeranno le infrastrutture petrolifere si materializzeranno gli scenari dipinti dai think-tank, sui quali peraltro i governi occidentali lavorano già a tempo pieno: Oxford Economics, per esempio, vede il greggio a 130 dollari (oggi 75-80) e di conseguenza una crescita mondiale ridotta dello 0,4% nel 2025 (sul 2,7% previsto) e dello 0,7% nell’eurozona. Capital Economics calcola che ogni 5% di aumento del prezzo del greggio (partendo dalla base attuale) provoca una crescita dell’inflazione dello 0,1% con tutte le conseguenze, dalla nuova impennata del costo della vita (i prodotti alimentari sono i più sensibili a un’inflazione da aumenti energetici) fino al ripensamento delle banche centrali.

La World Bank è ancora più pessimista e di scenari ne dipinge tre: se il conflitto in corso sottrarrà 2 milioni di barili di petrolio al giorno (il 2% del mercato mondiale) il greggio salirà a 93-102 dollari, se il taglio sarà fra i 3 i 5 milioni di barili il prezzo arriverà a 109-121 dollari, se la riduzione sarà di 6-8 milioni la quotazione si impennerà a 141 e fino a 157 dollari (più del massimo storico di 145,8 raggiunto durante la crisi finanziaria del 2008). Intanto ci sono i fatti già acclarati: la Goldman Sachs ricorda che nei primi sette giorni di questo mese, dall’offensiva contro Tel Aviv all’anniversario del 7 ottobre, il greggio è salito del 10%, da 70,5 a 78 dollari, il maggior incremento settimanale da due anni (poi è cresciuto ancora fino a 82 salvo poi ripiegare negli ultimi giorni), e attribuisce il 50% di probabilità a una “forchetta” per fine anno di 70-85 dollari e del 14% a un’impennata a 90. Sempre che la situazione non degeneri ulteriormente. Altra realtà oggettiva: la settimana scorsa il numero di “call option” (che consentono di acquistare a un prezzo predefinito un bene mentre le “put option” consentono di vendere) per il greggio a 100 dollari in novembre è balzato da 18.628 a 41.424 contratti, livelli da record, come si legge sul FactSet del Dow Jones Market Data.

Il brent

L’Economist Intelligence Unit si spinge a ipotizzare le mosse di Israele se in una Fase 2 attaccherà i centri petroliferi iraniani. Un primo bersaglio può essere, dice l’analisi, la raffineria di Abadan, che fornisce il 13% della benzina del Paese. In questo caso sembra che l’Iran abbia già preso accordi clandestini con il Kurdistan iracheno per coprire l’ammanco. Non sarebbe la prima volta che Abadan è al centro della storia: costruita nel 1912 dalla Anglo-Persian Oil Company (controllata dalla BP), fu nazionalizzata nel 1951 dal primo ministro Mossadeq, che pagò cara la mossa: un golpe organizzato dagli inglesi (e dagli americani) portò alla sua defenestrazione e all’ascesa dello Scià Reza Pahlavi, a sua volta scalzato dagli ayatollah nel 1979.

L’Iran e l’oro nero

L’Iran, pur sotto il giogo delle sanzioni occidentali, vive un’età dell’oro nero. Quarta potenza dell’Opec, la sua produzione di greggio è salita al record di 3,3 milioni di barili al giorno. Oltre 2 milioni vengono esportati, per lo più alla Cina, con un giro d’affari di 35 miliardi l’anno. Si comprende quanto sarebbe traumatico lo scenario più pessimistico fra quelli dipinti dall’Economist: quello di un attacco al terminale di Kharg Island nel Golfo Persico, attraverso cui passa il 90% del greggio iraniano. Sarebbe una mossa di tale gravità da rendere inevitabile l’intervento americano, intanto con la Quinta Flotta a presidiare Hormuz, ma anche per compensare i buchi produttivi con le riserve che derivano dall’estrazione dello shale oil, che ha trasformato gli Usa da importatore netto a importante esportatore di petrolio (e di gas). In tutto questo, è da verificare la risposta degli altri Paesi arabi: Kuwait, Qatar, Bahrein, Oman ed Emirati gravitano sul Golfo Persico, e l’Arabia Saudita ha in zona i suoi più importanti terminali. Per ora Riad ha abbassato dal 4,4 allo 0,8% le sue previsioni di crescita per il 2024. Ha poi fatto sapere di disporre di riserve di sicurezza di 4 milioni di barili al giorno (un altro milione lo garantiscono gli Eau), e ha ricordato che dal 2023 ha riallacciato le relazioni diplomatiche con Teheran. Ma anche con gli Stati Uniti ha rafforzato l’intesa. È tutto da verificare come sarebbero sconvolti questo e tanti altri equilibri da un’ennesima crisi petrolifera.

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