ROMA - «E stai tranquillo». Siediti al tavolo, stringi la mano al Fisco e pagherai «il giusto». Meno di chi le tasse le versa regolarmente. E nel pacchetto che «conviene a te», titolare di una partita Iva, anche la rassicurazione che l’Agenzia delle entrate non ti controllerà per due anni. La carezza della destra al governo dura trenta secondi. Quelli della clip confezionata tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia per convincere i contribuenti, infedeli e non, a pagare l’obolo che servirà a finanziare le richieste della maggioranza rimaste escluse dalla manovra a trazione meloniana.
Patti chiari e amicizia lunga, dunque. Perché il concordato preventivo biennale «conviene» anche «allo Stato», recita un passaggio del video che di buon mattino rimbalza sui profili social del Mef e sulle reti Rai, oltre che «su un ampio numero di media tradizionali a pagamento», come informa il sito della presidenza del Consiglio.
Clip e auspici. Ultimi colpi e timori. La paura, celata ma ben percepita tra i corridoi di via XX settembre, che alla fine la misura simbolo del Fisco amico si riveli un flop. Un danno d’immagine che Giorgia Meloni non vuole neppure prendere in considerazione perché il concordato è la pietra miliare di un disegno più ampio, promesso due anni fa in campagna elettorale e allestito poi a colpi di decreti legislativi che hanno allargato le maglie dei favori agli evasori. Il lessico è edulcorato: rottamazione, conciliazione, tregua fiscale, stralcio e ravvedimento. Ma dietro questi titoli c’è sempre una sanatoria. Perdono e condono. Per la zona “grigia” che apprezza il contante e mal tollera il Pos, che dichiara meno di quanto guadagna, che chiede di non essere disturbata mentre fa, come ripete spesso la premier.
In questo girone fumoso ci sono gli evasori totali, ma anche i “piccoli” che hanno una pagella fiscale con un voto basso. E che adesso, entro il 31 ottobre, potranno mettersi in regola pagando poco: una mini imposta, tra il 10% e il 15%, sulla parte di reddito concordato che eccede quello dichiarato nel 2023. E anche se quest’anno e il prossimo guadagneranno di più rispetto all’importo pattuito, poco importa: le tasse da pagare resteranno le stesse. La lista dei premi è ancora più lunga e offerta anche a chi ha una pagella virtuosa. Tutto pur di incassare soldi. E tutte le carte, si gioca il governo, per coinvolgere nel suo piano una platea potenziale fatta di 4,5 milioni di partite Iva.
Lo fa perché i segnali che arrivano non sono entusiasmanti. Lo sciopero proclamato dai commercialisti è la spia che ha fatto scattare l’allarme. Anche se il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, l’autore del concordato, continua a spargere ottimismo. Anche se tiene il punto sulla scadenza, negando la proroga ai fiscalisti che denunciano norme poco chiare e il rischio di ritrovarsi oberati perché il 31 ottobre è anche il termine ultimo per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi.
La carezza è così necessaria da spingere il governo a lanciare un altro messaggio alle partite Iva. Con la manovra. Lì dove c’è scritto che bisognerà usare il bancomat o la carta di credito per scaricare le spese di rappresentanza e i viaggi in taxi. Come a dire: aderite al concordato perché non vi sarà più permesso di fare i “furbetti”. Almeno questo è l’intento perché i controlli si annunciano, ma poi vanno fatti. E a farli deve essere sempre l’Agenzia delle entrate che è «sotto organico di circa ottomila unità», come ha ricordato a luglio il direttore Ernesto Maria Ruffini.
Ma il governo è disposto a tutto. È obbligato a provarci perché la Lega e Forza Italia hanno già prenotato il bottino del concordato. Anche se sarà magro, anche se alla fine si riuscirà a recuperare un paio di miliardi. Una sforbiciata all’Irpef per il ceto medio, chiedono i forzisti, mentre Matteo Salvini vuole alzare la soglia della flat tax. Ma prima la carezza del Fisco amico deve essere accolta con favore.