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Il governo frena sugli asili nido, penalizzati il Sud e le Isole

Il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti

 

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Rispetto al target Pnrr del 33%, per le Regioni si passa al 15%. Camusso (Pd): “Scelta grave, i servizi educativi per l’infanzia non interessano”
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Il governo taglia gli obiettivi di copertura degli asili nido a livello locale. E mette nero su bianco il fatto che il traguardo di un posto ogni tre bimbi, fissato a livello nazionale per allinearci agli standard europei, non varrà per tutta l’Italia e per tutti gli italiani, di certo non per quelli di Sud e Isole che oggi soffrono le carenze più gravi.

Si terrà conto «delle disparità regionali», si legge infatti nel Piano strutturale di bilancio (Psb) appena inviato dal ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti a Bruxelles, nella parte in cui vengono dettagliate le riforme che l’Italia si impegna a realizzare nei prossimi anni. Così per quanto riguarda i nidi l’obiettivo del 33% già inserito nel Pnrr per il 2026 viene confermato a livello nazionale, anche se su un orizzonte di un anno più lungo, ma per la prima volta ne spunta uno territoriale con un’asticella molto inferiore, del 15%. «Una scelta gravissima nascosta in un allegato che dimostra come al governo non interessi nulla d…

Il governo taglia gli obiettivi di copertura degli asili nido a livello locale. E mette nero su bianco il fatto che il traguardo di un posto ogni tre bimbi, fissato a livello nazionale per allinearci agli standard europei, non varrà per tutta l’Italia e per tutti gli italiani, di certo non per quelli di Sud e Isole che oggi soffrono le carenze più gravi.

Si terrà conto «delle disparità regionali», si legge infatti nel Piano strutturale di bilancio (Psb) appena inviato dal ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti a Bruxelles, nella parte in cui vengono dettagliate le riforme che l’Italia si impegna a realizzare nei prossimi anni. Così per quanto riguarda i nidi l’obiettivo del 33% già inserito nel Pnrr per il 2026 viene confermato a livello nazionale, anche se su un orizzonte di un anno più lungo, ma per la prima volta ne spunta uno territoriale con un’asticella molto inferiore, del 15%. «Una scelta gravissima nascosta in un allegato che dimostra come al governo non interessi nulla di promuovere servizi educativi e di sostegno alle famiglie nelle aree più fragili», dicono le senatrici Pd Susanna Camusso e Simona Malpezzi.

Le disparità nella disponibilità di posti in asilo per bambini sotto i 3 anni sono estreme nel nostro Paese. Se il dato complessivo nel 2022 risultava del 30%, in crescita anche per il calo delle nascite e in sostanza vicino all’obiettivo del Pnrr, il divario è enorme tra le regioni più virtuose come Umbria (46,5%) o Emilia Romagna (43,1%) e meno virtuose come Campania (13,2%) e Sicilia (13,9%), con tutte quelle Meridionali sotto la soglia e alcune città lontanissime, come Catania al 8%.

Va detto che l’obiettivo di un posto ogni tre bimbi fissato dal Piano di ripresa ha solo una valenza nazionale. E proprio per ridurre i divari territoriali l’ultimo bando del ministero dell’Istruzione ha indirizzato il 60% delle risorse al Mezzogiorno. Secondo il ministero delle Finanze anche l’inserimento di questa nuova soglia minima del 15% nel Psb sarebbe un passo nella stessa direzione, un obiettivo in più rispetto a quelli originari. Ma a parte il fatto che la soglia è molto bassa, visto che anche le Regioni meno attrezzate sono a un passo dal raggiungerla, si tratta di una decisa revisione al ribasso rispetto alla legge di Bilancio 2022, governo Draghi: lì si stabilivano dei livelli essenziali di prestazione per gli asili del 33% da garantire entro il 2027 in ogni singolo Comune italiano o aggregazione di piccoli Comuni.

L’obiezione del Mef è che quel dato riguarda un più ampio ventaglio di servizi per l’infanzia, mentre gli obiettivi di Pnrr e Psb si concentrano esclusivamente sui veri e propri posti in asili nido, pubblici o privati, non essendo quindi comparabili. Ma la scarsa diffusione e l’incidenza residuale dei servizi di cura diversi dai nidi, come asili familiari, spazi gioco o centri bambini-genitori, non sembra giustificare una distanza così abissale. Una presa d’atto di differenze incolmabili, più che un tentativo di colmarle. Senza neppure considerare che il successivo obiettivo europeo, fissato per il 2030, sarebbe del 45%.

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