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In 30 anni 3.800 miliardi passeranno di padre in figlio

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Un’enorme eredità sta per lasciare i baby boomer in direzione di gen x e millennial, in un sistema economico incentrato sull’uomo forte al comando
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Lo chiamano “The great wealth transfer”, il grande trasferimento di ricchezza. Ai salotti dell’economia piacciono i nomi altisonanti, ma in questo caso più di altri le parole sembrano essere state scelte con cura, a indicare l’enorme eredità che nei prossimi anni lascerà le tasche dei baby boomer, per atterrare in quelle della gen X e dei millennials. Si tratta di una sfida globale a molti zeri, che per l’Italia varrà 3.800 miliardi di euro nei prossimi trent’anni tra attività finanziare e no. La stima l’ha effettuata la società di investimenti Vanguard, che in un’analisi recente ricordava quanto difficile possa essere la gestione del passaggio intergenerazionale.

La domanda è: la nostra nazione è pronta? Il quesito potrebbe sembrare di carattere puramente culturale, ma in realtà è anche molto economico. E il treno che “trasporta” il grande trasferimento di ricchezza ha già lasciato la stazione. Nel suo ultimo report sui miliardari della terra, Ubs ha messo in luce un dato interessa…

Lo chiamano “The great wealth transfer”, il grande trasferimento di ricchezza. Ai salotti dell’economia piacciono i nomi altisonanti, ma in questo caso più di altri le parole sembrano essere state scelte con cura, a indicare l’enorme eredità che nei prossimi anni lascerà le tasche dei baby boomer, per atterrare in quelle della gen X e dei millennials. Si tratta di una sfida globale a molti zeri, che per l’Italia varrà 3.800 miliardi di euro nei prossimi trent’anni tra attività finanziare e no. La stima l’ha effettuata la società di investimenti Vanguard, che in un’analisi recente ricordava quanto difficile possa essere la gestione del passaggio intergenerazionale.

La domanda è: la nostra nazione è pronta? Il quesito potrebbe sembrare di carattere puramente culturale, ma in realtà è anche molto economico. E il treno che “trasporta” il grande trasferimento di ricchezza ha già lasciato la stazione. Nel suo ultimo report sui miliardari della terra, Ubs ha messo in luce un dato interessante: 53 dei suoi clienti più facoltosi hanno ereditato nel 2023 un totale di 150,8 miliardi di dollari, superando i 140,7 miliardi totalizzati dagli 84 nuovi ricchi self-made. Per la prima volta in nove edizioni, la nuova generazione di miliardari ha accumulato più ricchezza attraverso l’eredità che attraverso l’imprenditorialità.

La mancanza di visione

Asset finanziari, patrimonio immobiliare, aziende; tante e differenti sono le sfaccettature della ricchezza, ma con un aspetto che le accomuna tutte, ossia il bisogno di una corretta governance affinché sopravvivano nel tempo. Proprio qui si insinua però quello che secondo Alessandro Minichilli, professore del dipartimento di management e tecnologia dell’università Bocconi, è il problema fondamentale: «La difficoltà delle famiglie ad avere una visione per il futuro».

Prendiamo l’esempio delle società familiari, cuore pulsante dell’imprenditorialità nazionale. Quelle con fatturato superiore ai 50 milioni di euro sono 6.637, più dell’85% del totale, e oltre un terzo ha al timone un leader ultrasettantenne che ha concentrato su di sé tutto il potere. A febbraio l’osservatorio Corporate Governance della Bocconi ha diffuso i risultati di un’indagine sulle variazioni dell’azionariato nelle imprese familiari italiane. Bene, dal 2014 al 2022 il 51% non aveva mutato il proprio assetto proprietario, meno del 10% aveva fatto entrare nuovi soci e il 39% aveva ridotto gli azionisti.

La distribuzione della ricchezza nel mondo

«L’immobilismo e la concentrazione – assicura Minichilli – sono due motivi cardine che renderanno complicato il trasferimento delle eredità. Invece di aprire i capitali ai familiari, in Italia si tende ancora a riproporre il modello dell’uomo forte al comando», in nome della semplicità a operare; «ma se l’azienda non è capace a diluire il controllo, allora non si apre al domani». L’impero francese dei Mulliez è probabilmente uno dei casi più eclatanti di frammentazione, con oltre mille familiari soci di un’associazione che amministra un patrimonio sconfinato ed è proprietaria di marchi come Auchan.

«Al di là degli eccessi, ciò che manca nel nostro Paese è la capacità strategica nell’affrontare questi temi». La conclusione di Minichilli è la stessa a cui è giunto un sondaggio a livello mondiale fatto con Bnp Paribas, da cui emerge che in Europa appena il 12% delle imprese di famiglia ha una “family constitution” (regolamento che formalizza la visione, la missione ed i valori della famiglia), a fronte del 49% del resto del mondo. In Italia la soglia sarebbe sotto il 5% e, non a caso, le società di questo stampo che sono rimaste in piedi sono una manciata.

Poche imprese di famiglia resistono

Molte sono state vedute o sono naufragate dopo estenuanti conflitti interni. Un sempre verde spunto del Family Firm Institute afferma che mediamente solo il 30% delle aziende familiari sopravvive con la seconda generazione, il 12% con la terza e un esiguo 3% oltre la quarta. Lungo lo Stivale hanno resistito i Frescobaldi nel vino, gli Angelini nella farmaceutica, i Barilla e i Ferrero nell’alimentare, e pochi altri.

Se tramandare si dimostra impossibile, vendere diventa l’unica alternativa e la scarsa capacità nel passare il testimone ha lasciato praterie agli operatori finanziari che investono in capitale di rischio; solo negli ultimi cinque anni sono state portate a termine 900 operazioni su aziende familiari (dati Pem, Private equity monitor) e nel 60% dei casi ciò ha comportato l’addio della famiglia. Sono gli stessi eredi ad averlo detto chiaramente ad Ubs, visto che il 59% intende raccogliere investimenti diretti in private equity.

Come quello aziendale, così anche il patrimonio finanziario nazionale sta galoppando verso il great wealth transfer. Fino al 2022, ultime cifre disponibili da Banca d’Italia, gli italiani detenevano 1.318 miliardi in azioni e partecipazioni varie, 1.633 miliardi in biglietti e depositi, altri 253 miliardi in titoli vari e 670 miliardi in quote di fondi comuni. Una ricchezza imponente, su cui la consulenza finanziaria ha costruito il grosso del suo business, che rischia in parte di sfumare nel passaggio tra eredi. Da qui al 2055 in gioco c’è una fetta di quei 3.800 miliardi stimati, oggi appartenenti alla popolazione over 55.

Il nodo del passaggio generazionale

«Gli studi fatti ci dicono che a ogni passaggio generazionale la ricchezza viene via via sempre più sperperata – spiega Fabrizio Zumbo dell’advisory research centre di Vanguard – con un effetto moltiplicativo che potrebbe portare a una riduzione anche cospicua delle masse gestite se il passaggio della ricchezza non viene pianificato accuratamente». Già oggi l’87% dei figli licenzia il consulente ingaggiato dal padre, mentre la Consob afferma che le donne, destinatarie delle eredità dei genitori e dei mariti, sono prudenti e avverse al rischio. Per questo, è convinto Zumbo, «i consulenti che riusciranno a interagire con la prossima generazione nel modo giusto e al momento giusto, godranno di un vantaggio considerevole».

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