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Lars Feld: “Un sì al Mes aiuta Unicredit con Commerzbank”

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L’economista parla del mercato bancario e della recessione tedesca. Sul bando per il motore a scoppio nel 2035: “Va cancellato, conto su Meloni”
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Lars Feld è tendenzialmente a favore di una fusione Unicredit-Commerz, ma siccome comporta anche dei rischi, e se il governo Meloni approvasse la riforma del Mes, ciò «agevolerebbe» l’operazione. Il consigliere del ministro delle Finanze Christian Lindner spiega in quest’intervista perché la Germania si è impantanata e avverte che il governo Scholz rischia di cadere «nelle prossime settimane» se alcune questioni cruciali non saranno risolte. Per il direttore dell’Istituto Eucken, infine, la Ue dovrebbe sospendere del tutto il bando del motore a scoppio. E su questo, l’economista «conta su Meloni».

Professore, per anni si è parlato della necessità di “scongelare” il mercato bancario. Ma adesso che UniCredit si è mossa alla conquista di Commerzbank, in Germania avete alzato un muro.

«Penso che i vantaggi di un ruolo più forte di Unicredit o addirittura di una fusione con Commerzbank siano superiori agli svantaggi. Tuttavia, ci sono anche dei rischi, ad esempio se pensiamo all’attuale re…

Lars Feld è tendenzialmente a favore di una fusione Unicredit-Commerz, ma siccome comporta anche dei rischi, e se il governo Meloni approvasse la riforma del Mes, ciò «agevolerebbe» l’operazione. Il consigliere del ministro delle Finanze Christian Lindner spiega in quest’intervista perché la Germania si è impantanata e avverte che il governo Scholz rischia di cadere «nelle prossime settimane» se alcune questioni cruciali non saranno risolte. Per il direttore dell’Istituto Eucken, infine, la Ue dovrebbe sospendere del tutto il bando del motore a scoppio. E su questo, l’economista «conta su Meloni».

Professore, per anni si è parlato della necessità di “scongelare” il mercato bancario. Ma adesso che UniCredit si è mossa alla conquista di Commerzbank, in Germania avete alzato un muro.

«Penso che i vantaggi di un ruolo più forte di Unicredit o addirittura di una fusione con Commerzbank siano superiori agli svantaggi. Tuttavia, ci sono anche dei rischi, ad esempio se pensiamo all’attuale regime europeo di risoluzione delle crisi bancarie, per una banca transfrontaliera così grande. In questi casi è molto, molto più difficile organizzare una risoluzione».

Perché non è chiaro chi dovrebbe salvarle, se entrassero in crisi?

«Ecco perché l’Unione bancaria dovrebbe essere completata. E non c’è ancora perché la riforma del Mes, che garantirebbe un backstop per le banche, è sospesa a causa della posizione contraria dell’Italia. Dunque penso che sarebbe di grande aiuto se l’Italia approvasse la riforma del Mes. Agevolerebbe l’impegno transfrontaliero di Unicredit in Germania».Pensa che la quota del 12% ancora in mano al governo sarà scongelata?«In realtà, questo governo ha meno di un anno di tempo. Poi, vedremo cosa succederà. Ma al momento il ministro delle Finanze è semplicemente attendista. Altri, nel governo, sono più critici».

Quindi non vogliono rischiare che Unicredit possa essere un argomento elettorale?

«Non credo che avrà un ruolo nella campagna elettorale. Ci sono altre cose più importanti. La Spd vuole condurre una campagna elettorale su questioni relative al mercato del lavoro e alla politica sociale, come l’aumento dei salari minimi, il miglioramento delle pensioni e così via. La Cdu farà la sua campagna elettorale sui problemi strutturali dell’economia e sull’incapacità di questo governo di risolverli. Pertanto, non credo che la fusione tra Unicredit e Commerzbank sarà una questione importante. Ma se ci sarà un cambiamento nella posizione italiana rispetto al Mes, potrebbe essere d’aiuto».

La Germania è in recessione per il secondo anno consecutivo: è successo solo una volta dalla fine della guerra, nel 2002-3. L’Economist la bollò allora come il “malato d’Europa”. È di nuovo così?

«Guardando al Pil trimestre per trimestre, ho qualche dubbio si tratti una normale recessione, perché in un trimestre la crescita è leggermente positiva, in un altro è leggermente negativa. In generale, il Pil si muove intorno al tasso zero. D’un lato abbiamo il problema dei cambiamenti strutturali legati a una trasformazione verso la neutralità climatica. Dall’altro, ci sono problemi strutturali dovuti ai costi eccessivi in quattro ambiti: costi del lavoro e dell’energia troppo alti, regolamentazione e pressione fiscale eccessive. Molte imprese preferiscono investire all’estero. E c’è una forte incertezza in generale. Determinata, in parte, dalla politica economica di questo governo. E finché questa incertezza permane, gli investimenti e i consumi privati non decolleranno».

Perché i consumatori tedeschi sono così timidi anche se gli stipendi sono più alti, i tassi sono stati ridotti e l’inflazione sta scendendo?

«I consumatori sono incerti e i loro tassi di risparmio stanno aumentando, tanto che le previsioni di crescita devono essere continuamente corrette al ribasso. Le persone risparmiano perché non sanno come il governo influirà sulle condizioni economiche che dovranno affrontare. La discussione sulla legge sulle pompe di calore è solo un esempio».

Quindi finché resta questo governo litigioso, la situazione non cambia?

«È un rischio, sì. E quando il ministro delle Finanze Lindner minaccia un “autunno delle decisioni”, è un tentativo di cambiare le cose per garantire che i dieci mesi che ci separano dalle elezioni non vadano persi».

In cosa potrebbe consistere questo “autunno delle decisioni”?

«Il ministro delle Finanze vorrebbe provare a migliorare la situazione per gli investitori e inviare un segnale ai consumatori che la Germania asseconderà con più forza delle scelte orientate al mercato. L’attuale incertezza è il risultato di due paradigmi di politica economica in conflitto tra loro. Il primo pone l’accento sulla regolamentazione, sui sussidi e sulla politica industriale. Il secondo si affida molto alle forze del mercato e ai prezzi per fornire incentivi a muoversi verso la neutralità climatica».

Il primo è difeso dalla Spd e dai Verdi e il secondo dai Liberali, giusto?

«Sì. I liberali e gran parte dei cristiano-democratici sono più fortemente a favore di politiche orientate al mercato. Nell’attuale coalizione, il conflitto tra i due paradigmi politici è molto più evidente di quanto lo sarebbe nel caso di una partecipazione della Cdu al governo».

Ma visti i pessimi sondaggi e i risultati delle ultime elezioni, quanto è credibile la minaccia del ministro Lindner di lasciare la coalizione?

«I liberali della Fdp si trovano in una situazione difficile. Se lasciassero il governo ora, i media direbbero: “tipico: non sono affidabili”. Se prevalesse questa narrazione, alla Fdp non riuscirebbe l’ingresso nel Bundestag, in caso di elezioni anticipate. Ma se fino all’anno prossimo non cambierà nulla nella politica economica e la Fdp non avrà nulla da mostrare agli elettori per dire “ecco cosa abbiamo ottenuto”, allora sarà comunque fuori. Quindi, i liberali sono in una situazione da ‘Catch-22’».

Quindi è più probabile che lascino la coalizione e che ci siano elezioni anticipate?

«No, direi che dipende molto dalle prossime quattro settimane. Ci sono decisioni che devono essere prese. Credo che il problema del governo nelle prossime due settimane non sia tanto il bilancio, quanto rispondere ad alcune questioni aperte. Per esempio: cosa fare con i 5 milioni di euro che non andranno a Intel? Li spenderanno per ulteriori sussidi? La Fdp è scettica. Oppure: che decisioni saranno prese sui sui prezzi dell’energia per l’industria, ad esempio per quanto riguarda i costi della rete energetica? E ci sarà anche una discussione sulla riforma delle pensioni. Penso che la Spd dovrà cedere, su qualcosa».

Si ha l’impressione che la Germania abbia il freno a mano tirato. Causa freno al debito, non può fare investimenti adeguati. Ma Mario Draghi ha suggerito che sarebbe molto importante in questo momento liberare 800 miliardi all’anno di investimenti per evitare una “agonia”.

«Sono fortemente favorevole e delle regole fiscali per l’Europa e la Germania. Non sono favorevole ad un aumento del debito pubblico a livello europeo o nazionale. E non credo che il problema che abbiamo sia la mancanza di fondi pubblici. I nostri problemi sono strutturali, ad esempio l’eccessiva regolamentazione: è incredibile quanto sia diventata opprimente. Non credo che il freno al debito sia in realtà un ostacolo, per l’economia tedesca. Molti problemi strutturali possono essere risolti senza spendere soldi. Per esempio, avremmo una situazione economica molto migliore se cadesse il divieto di utilizzo del motore a combustione».

Quindi lei è anche favorevole a prolungare i tempi per la messa al bando del motore a combustione nel 2035.

«Preferirei cancellarlo del tutto, non posticiparlo. A questo proposito, conto anche sul presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. Guardi agli Stati Uniti: lì nessuno pensa a un divieto del motore a combustione. E naturalmente le aziende tedesche lo producono negli Stati Uniti. Penso che sarebbe più utile aumentare la carbon tax».

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