Economia

Ultim'ora

Casa a Montecarlo, la procura generale chiede la prescrizione per Fini e i Tulliani

Confindustria taglia le stime di crescita: +0,8% quest’anno, +0,9% nel 2025

Il presidente degli industriali Emanuele Orsini
Il presidente degli industriali Emanuele Orsini (ansa)

Nelle attese del Rapporto di previsione pesa la frenata degli investimenti: il Pnrr non compensa la fine degli incentivi edilizi. Allarme demografia: “Servono 120 mila lavoratori migranti in più all’anno”

2 minuti di lettura

Confindustria vede grigio per i prossimi mesi dell’economia italiana, tagliando le aspettative di crescita per quest’anno e per il prossimo. Secondo il Rapporto di previsione autunnale degli industriali, presentato martedì alla Camera, il nostro Paese dovrebbe chiudere il 2024 a +0,8%, un decimo meno di quanto stimato la scorsa primavera. Il dato è allineato all’ultimo della Banca d’Italia ed è due decimi più basso di quello del governo, che ritiene ancora raggiungibile l’obiettivo di un punto tondo nonostante la recente revisione delle serie storiche dell’Istat abbia tagliato la crescita acquisita nella prima metà dell’anno ad appena quattro decimi. La correzione di Confindustria tiene invece conto di questo aggiornamento. Ma nelle stime del Rapporto è soprattutto il 2025 a spiccare in negativo rispetto alle attese del governo Meloni: l’economia dovrebbe crescere dello 0,9%, due decimi meno delle stime precedenti e tre sotto l’esecutivo. Un ritmo che – sottolineano gli industriali – è comunque “più alto di quello registrato in media dall’Italia nei decenni pre-pandemia”, ma che non rappresenta certo un’accelerazione. In linea con il resto di un’Europa la cui crescita è molto debole.

La frenata degli investimenti

Tutto questo nonostante una serie di fattori che in teoria dovrebbero spingere l’Italia: la riduzione dei tassi da parte della Bce, una ripresa del commercio internazionale, il graduale recupero del potere d’acquisto delle famiglie e una timida ripartenza della produzione industriale dopo oltre un anno e mezzo in flessione (e nonostante le persistenti difficoltà tedesche). Tuttavia, a frenare le aspettative per il prossimo anno è soprattutto la voce investimenti, che nelle stime di Confindustria dovrebbero diminuire dell’1,3%. Questo dato è il frutto del totale esaurimento dei vari bonus edilizi, che sarà solo “parzialmente” compensato dai cantieri del Pnrr (stimando che l’Italia il prossimo anno riesca a spendere due terzi delle somme previste), mentre gli sgravi di Industria 5.0 – come denunciato anche lunedì dal presidente degli imprenditori lombardi Spada – stentano a decollare per la grande complessità burocratica di accesso.

Più immigrati per compensare il calo demografico

Nel medio e lungo periodo poi ci sono una serie di fattori strutturali che rischiano di compromettere la crescita italiana: i costi dell’energia, la crisi del settore automotive e l’impianto europeo per la transizione verde – dai certificati di emissione alla carbon tax sulle importazioni extra Ue – che il presidente degli industriali Emanuele Orsini ha già chiesto con forza di rivedere nel discorso all’assemblea annuale. Ma a preoccupare gli imprenditori è anche il trend demografico che andrà progressivamente a erodere il numero di italiani in età lavorativa. Il Rapporto di previsione calcola che fra cinque anni la forza lavoro calerà di 520 mila unità, mentre la crescita genererà un fabbisogno di occupazione aggiuntivo di 815 mila unità: il disallineamento tra domanda e offerta, già oggi molto alto, crescerebbe quindi di 1 milione e 300 mila persone.

Difficile, scrivono gli industriali, pensare di compensarlo solo con un aumento del tasso di occupazione, che dovrebbe salire di 3,7 punti in cinque anni. Ipotizzando un più realistico aumento del 2%, resterebbe ancora un gap di 620 mila persone che, conclude il rapporto “dovrebbero essere reperite ampliando gli ingressi di lavoratori stranieri di 120 mila unità l’anno, se si vuole evitare che la (scarsa, ndr) disponibilità di lavoratori limiti la crescita”.

Le case per chi lavora

A pesare sulla mobilità – e quindi sulla disponibilità – di manodopera è anche la sproporzione tra salari e costi delle abitazioni in diverse zone d’Italia. Il Rapporto disegna una mappa d’Italia dove questa tensione è maggiore, che si colora di rosso in corrispondenza delle maggiori città italiane (Milano, Roma, Bologna, Firenze), ma registra tensioni anche in molte altre zone del Nord Italia. Il presidente degli industriali Orsini ha chiesto al governo di intervenire in questo senso e in legge di Bilancio dovrebbe trovare posto una detassazione dei contributi per l’affitto dati dalle aziende ai nuovi assunti.

I commenti dei lettori