“Crescita più debole”. Confindustria e Fmi gelano l’ottimismo
di Valentina ConteROMA — Rallenta la crescita in Italia. Ora lo certificano anche Confindustria e il Fondo monetario internazionale, dopo la revisione di Bankitalia. Gli industriali guidati da Emanuele Orsini vedono un Pil al +0,8% quest’anno e al +0,9% il prossimo, uno e due decimi in meno rispetto alle stime di aprile. Gli economisti di Washington anche peggio: +0,7% e +0,8%, un decimo più bassa la previsione per il 2025. Siamo lontani dall’ottimismo del governo che nel Piano strutturale di bilancio conferma un roseo +1% quest’anno e un +1,2% il prossimo.
Il crollo dell’auto
Le letture divergono, dunque. E la recente revisione dell’Istat sui conti pubblici c’entra fino a un certo punto. «Nei prossimi anni diversi fattori mettono a rischio la crescita del Paese», scrive il Ce…
ROMA — Rallenta la crescita in Italia. Ora lo certificano anche Confindustria e il Fondo monetario internazionale, dopo la revisione di Bankitalia. Gli industriali guidati da Emanuele Orsini vedono un Pil al +0,8% quest’anno e al +0,9% il prossimo, uno e due decimi in meno rispetto alle stime di aprile. Gli economisti di Washington anche peggio: +0,7% e +0,8%, un decimo più bassa la previsione per il 2025. Siamo lontani dall’ottimismo del governo che nel Piano strutturale di bilancio conferma un roseo +1% quest’anno e un +1,2% il prossimo.
Il crollo dell’auto
Le letture divergono, dunque. E la recente revisione dell’Istat sui conti pubblici c’entra fino a un certo punto. «Nei prossimi anni diversi fattori mettono a rischio la crescita del Paese», scrive il Centro studi di Confindustria diretto da Alessandro Fontana. La crescita di quest’anno intanto: «Viene dai servizi, mentre sono in calo tutti gli altri settori». In particolare, «il crollo del settore auto, tornato al livello di produzione di inizio 2013, mette a rischio la crescita italiana sia di breve che di medio-lungo periodo». Vengono sciorinate le cifre: -26% la produzione del settore auto a luglio sul 2023 contro il -3,8% della produzione industriale totale. «Nel comparto autoveicoli propriamente detto il calo è ancora più profondo: -34,7%».
Investimenti e consumi in frenata
La crisi dell’auto preoccupa tutta Europa, visto che il settore pesa per il 13% del fatturato manifatturiero Ue e il 6,3% di quello italiano (15 miliardi e 170 mila occupati). Ma sono tutti gli investimenti, dopo una cavalcata «robusta» dal 2021 al 2023, ad essersi quasi fermati quest’anno (+0,5%) e a scendere il prossimo (-1,3%). I consumi poi non tirano, perché le famiglie non hanno recuperato il potere d’acquisto falcidiato dall’alta inflazione. E perché stanno ricostituendo il risparmio speso negli anni scorsi. Secondo Confindustria, l’inflazione risalirà l’anno prossimo «poco sotto il 2%».
Il declino demografico
L’export poi delude le attese (solo +0,6% quest’anno, ma +2% il prossimo). Mentre l’import crolla quest’anno (-2,9%). Non va benissimo neppure il lavoro: calano le ore lavorate per occupato. E il declino demografico è il primo dei cinque «nodi» che frenano la competitività dell’Italia, secondo Confindustria: «Accrescerà la carenza di lavoratori che già oggi è un problema: in cinque anni mancheranno 1,3 milioni di lavoratori». Poi ci sono «i costi di alloggio troppo elevati» che frenano la mobilità dei lavoratori. I prezzi dell’energia «più alti in Italia che in Francia, Germania e Stati Uniti». I costi delle emissioni di CO2. E come detto, il crollo dell’auto.
Il traino del Pnrr: e dopo?
Il Fondo monetario internazionale conferma questo quadro poco florido. In particolare, la persistenza della debolezza nel settore manifatturiero che penalizza soprattutto Germania e Italia. Ma l’Italia «beneficerà ancora del Pnrr», a differenza dei tedeschi. «Dobbiamo anche cominciare a pensare al post Pnrr», osserva però Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria con delega al Centro studi. Anche il Green deal e le altre politiche Ue «non possono ignorare le conseguenze che generano sulle imprese». Si può «essere green senza desertificare l’industria».
Per l’Fmi il vulnus di casa nostra resta il debito, in crescita dal 136,9% di quest’anno al 142,3% nel 2029. Il deficit cala, ma è al 4% quest’anno (per il governo siamo invece al 3,8% del Pil). E sarà al 3,1% nel 2029, quando invece Palazzo Chigi conta di scendere sotto al 3% già nel 2026, tre anni prima.