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Concorrenza, salta il contributo delle Big Tech alla rete

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La misura proposta dai partiti di maggioranza, e a cui anche il ministro Urso si era detto favorevole, non ammessa per estraneità di materia. Vincono i giganti del digitale, perdono le società delle telecomunicazioni. Decisivo il ripensamento dello stesso ministro
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Il contributo a carico dei giganti del digitale per l’utilizzo della rete Internet non entrerà nella legge sulla concorrenza, nonostante il governo – per voce del ministro delle Imprese Adolfo Urso – si fosse detto favorevole. Una vittoria per Big Tech e una sconfitta per le società delle telecomunicazioni, che prende forma mercoledì mattina in Commissione alla Camera, quando gli emendamenti paralleli presentati dai partiti di maggioranza vengono giudicati non ammissibili “per incompatibilità di materia”. Una norma pensata per riequilibrare i rapporti di mercato tra chi gestisce la rete Internet e chi con i suoi servizi – social, ricerca, video, giochi, streaming – ne occupa una larga parte non è stata ritenuta compatibile con una legge a favore della concorrenza. Ma dietro lo stop tecnico, dicono diverse fonti vicine al dossier, ci sarebbe anche un repentino ripensamento dello stesso ministro Urso.

Il contributo a carico dei giganti del digitale per l’utilizzo della rete Internet non entrerà nella legge sulla concorrenza, nonostante il governo – per voce del ministro delle Imprese Adolfo Urso – si fosse detto favorevole. Una vittoria per Big Tech e una sconfitta per le società delle telecomunicazioni, che prende forma mercoledì mattina in Commissione alla Camera, quando gli emendamenti paralleli presentati dai partiti di maggioranza vengono giudicati non ammissibili “per incompatibilità di materia”. Una norma pensata per riequilibrare i rapporti di mercato tra chi gestisce la rete Internet e chi con i suoi servizi – social, ricerca, video, giochi, streaming – ne occupa una larga parte non è stata ritenuta compatibile con una legge a favore della concorrenza. Ma dietro lo stop tecnico, dicono diverse fonti vicine al dossier, ci sarebbe anche un repentino ripensamento dello stesso ministro Urso.

Pagare l’utilizzo della rete

Di che cosa si tratta? Gli emendamenti, simili nel concetto, avrebbero obbligato i grandi utilizzatori della rete (pensiamo a Google, Meta, Netflix, Microsoft) a pagare un contributo alle società delle telecomunicazione per i costi di gestione e gli investimenti, da definire in una contrattazione provata tra le parti con l’Agcom a fare da arbitro. Di un intervento di questo tipo si discute da tempo, anche in Europa, ma finora senza esiti. Le società telco, alle prese con margini strettissimi e difficoltà ad investire, lo richiedono con forza. Le società digitali si oppongono con una serie di argomenti contrari, dall’impatto (di prezzo) sui consumatori finali alla violazione del principio di neutralità della rete.

Il ripensamento di Urso

Dopo che Draghi ha inserito questa raccomandazione nel suo rapporto, le telco italiane erano tornate a farsi avanti attraverso l’associazione di categoria Asstel e sembravano aver trovato ascolto. I partiti di maggioranza - Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia - hanno tutti presentato emendamenti in questo senso alla legge sulla Concorrenza. Lunedì poi era stato il ministro delle Imprese Adolfo Urso a parlare di intervento “necessario”, dopo che nei giorni precedenti il suo ministero aveva avuto un incontro tecnico con le telco. Il governo in realtà non era del tutto compatto, visto che il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti è sempre stato contrario al contributo, posizione espressa anche a nome del governo in Europa. E lo stesso Urso, dopo la pressione dell’altra associazione di categoria delle imprese digitali, Anitec-Assinform, avrebbe deciso di stoppare l’intervento, prendendo di sorpresa anche i partiti che avevano presentato gli emendamenti.

Dietro lo stop in commissione ci sarebbero considerazioni di opportunità politiche relative ai tempi e ai modi dell’intervento, anche legate agli investimenti annunciati da molte Big Tech in Italia, a cui la premier Meloni ha sempre dato grande evidenza. Non è chiaro al momento se Urso e il suo ministero, che “ci stavano lavorando”, lo ripresenteranno in un altro contenitore.

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