Pensioni, la Lega chiede flessibilità. Ma le Quote sono costate già 32 miliardi per 490 mila uscite
di Valentina ConteROMA – Anche quest’anno non sarà «l’anno delle pensioni». Lo dicono a denti stretti i leghisti. Insoddisfatti da una flessibilità in uscita che «non è la riforma delle pensioni della Lega», ammette il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Altro che abolizione della legge Fornero. Altro che Quota 41. Altro che pensione di garanzia per i giovani precari di oggi e poveri pensionati di domani. Altro che il 25% del Tfr obbligatorio nei fondi pensione. Nulla di tutto questo nella terza manovra del governo Meloni. Anzi paletti, tetti, finestre, ricalcoli. Tutto per trattenere le persone al lavoro.
Il costo delle Quote
Con le buone: la volontarietà di restare fino a 70 anni e il bonus Maroni rafforzato e dato per intero, esentasse, quasi il 10%…
ROMA – Anche quest’anno non sarà «l’anno delle pensioni». Lo dicono a denti stretti i leghisti. Insoddisfatti da una flessibilità in uscita che «non è la riforma delle pensioni della Lega», ammette il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Altro che abolizione della legge Fornero. Altro che Quota 41. Altro che pensione di garanzia per i giovani precari di oggi e poveri pensionati di domani. Altro che il 25% del Tfr obbligatorio nei fondi pensione. Nulla di tutto questo nella terza manovra del governo Meloni. Anzi paletti, tetti, finestre, ricalcoli. Tutto per trattenere le persone al lavoro.
Il costo delle Quote
Con le buone: la volontarietà di restare fino a 70 anni e il bonus Maroni rafforzato e dato per intero, esentasse, quasi il 10% in più in busta paga. O con le cattive: penalizzazioni, blocchi, età di uscita che si alzano. «Dovremo fare una riforma più equa nei prossimi anni e migliorare la manovra in Parlamento è ancora possibile», promette Durigon. Ecco la risposta del suo compagno di partito, nonché ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, infilata nella relazione tecnica alla manovra, mai così ricca di dettagli su un tema così caldo politicamente: le Quote 100, 102 e 103 ci sono costate 32 miliardi per favorire 490 mila persone dal 2019 al 2023. E così, nella “manovra dei sacrifici”, arriva pure lo stop al Superbonus della Lega.
Promesse tradite
L’inversione sulle pensioni ormai è un fatto politico. Le promesse elettorali della destra non esistono più. Le magliette con la scritta “stop Fornero” solo un lontano ricordo. Le pensioni minime a mille euro un traguardo ormai impossibile e forse iniquo, visto che molte minime sono frutto anche di una vita di lavoro nero. Già tanti quei tre euro in più nel 2025, che possono anche essere solo due euro se l’inflazione di quest’anno va sotto l’1%. Le donne sono le più tradite con Opzione donna, già di per sé punitiva perché da sempre pensata con il ricalcolo che taglia gli assegni fino a un terzo, resa dal governo di destra una misura per pochissime: appena 2.749 nei primi nove mesi di quest’anno contro le 11.594 dell’anno scorso, dice Inps.
Giovani traditi
Ma anche i giovani e meno giovani - i nati dagli anni Settanta in poi, Millennials e ora GenZ - possono ufficializzare il loro scontento, semmai ne fossero consapevoli. L’anno scorso il governo Meloni ha alzato la soglia di uscita a 64 anni con 20 di contributi da 2,8 a 3 volte l’assegno sociale: quindi solo per chi può vantare una pensione da 1.600 euro, frutto di un lavoro continuo e ben retribuito. Non proprio quanto accaduto in questo Paese a queste generazioni. Quest’anno poi la beffa. Si attendeva un rimedio alla stretta della soglia, la possibilità di raggiungere quei 1.600 euro cumulando anche la rendita dai fondi integrativi (per chi li ha). La misura c’è. Ma a sorpresa vale solo per la pensione di vecchiaia: per chi a 67 anni con 20 di contributi non arriva neppure a una pensione pari all’assegno sociale di 534 euro. Ma quanti tra questi avranno una pensione integrativa?
Fare cassa con le pensioni
«Chi esce prima paga, lo dobbiamo ai giovani», diceva Giorgetti. Ma poi eccole le regole per i “giovani”. Certo, il ministro dell’Economia guarda ai conti e se li deve far tornare. Nei primi due anni ha fatto cassa in profondità con le pensioni: 37 miliardi dal taglio alle indicizzazioni (al 2032) e 21 miliardi dal taglio a medici, infermieri, maestri, dipendenti degli enti locali (al 2043). Il prossimo anno si torna a una rivalutazione su tre scaglioni (100, 90 e 75%), di sicuro più favorevole. Proprio quando l’inflazione da recuperare è molto piccola, sotto l’1%.
Frenare le anticipate
Nel frattempo bisogna frenare le uscite anticipate. Erano 568 mila nel triennio 2013-2015. Poi 715 mila nel 2016-2018. Raddoppiate a 1,5 milioni nel 2019-2021, il primo triennio di Quota 100, seguito poi nel 2022 da Quota 102. E Quota 103 dal 2023. Nei primi nove mesi di quest’anno, segnala Inps, le uscite anticipate sono scese del 16,5% per effetto delle strette meloniane: 150 mila. Tra 2023 e 2022 erano già calate del 15%, da 300 mila a 255 mila. L’età media di uscita a 61,2 anni delle anticipate spaventa questo governo che vuole tutti in sella fino a 70 anni (ben oltre i 43 anni di contributi). I giovani ci arrivano per legge. Anche sopra. E senza Quote.