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I veri numeri della spesa sanitaria

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Dire che il governo Meloni ha messo più soldi è una falsa verità, perché tutto cambia se i numeri vengono letti correttamente ovvero in rapporto al Pil, in termini reali
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Non è vero che il governo Meloni ha messo più soldi sulla sanità di tutti i governi che l’hanno preceduto. Perché i dati vanno letti in controluce e spiegati. E a ben vedere la protesta annunciata da medici e infermieri non è campata per aria. La traiettoria della spesa sanitaria italiana è stata ricostruita con rigore scientifico dall’Osservatorio dei Conti pubblici dell’Università cattolica.

E’ vero che in Italia in valori assoluti dal 2000 ad oggi la spesa è sempre cresciuta anno dopo anno, con una sola eccezione tra il 2012 e il 2013. Ma se bastasse questo, tutti i governi che si sono succeduti da allora ad oggi, quindi da Amato a Berlusconi, da Prodi a Monti, da Letta a Renzi e Gentiloni fino a Conte, Draghi e l’attuale Meloni, potrebbero dire di avere messo più miliardi di chi li ha preceduti. Invece è una falsa verità, perché tutto cambia se i numeri vengono letti correttamente ovvero in rapporto al Pil, in termini reali, cioè aggiustati per l’inflazione e a prezzi costanti com…

Non è vero che il governo Meloni ha messo più soldi sulla sanità di tutti i governi che l’hanno preceduto. Perché i dati vanno letti in controluce e spiegati. E a ben vedere la protesta annunciata da medici e infermieri non è campata per aria. La traiettoria della spesa sanitaria italiana è stata ricostruita con rigore scientifico dall’Osservatorio dei Conti pubblici dell’Università cattolica.

E’ vero che in Italia in valori assoluti dal 2000 ad oggi la spesa è sempre cresciuta anno dopo anno, con una sola eccezione tra il 2012 e il 2013. Ma se bastasse questo, tutti i governi che si sono succeduti da allora ad oggi, quindi da Amato a Berlusconi, da Prodi a Monti, da Letta a Renzi e Gentiloni fino a Conte, Draghi e l’attuale Meloni, potrebbero dire di avere messo più miliardi di chi li ha preceduti. Invece è una falsa verità, perché tutto cambia se i numeri vengono letti correttamente ovvero in rapporto al Pil, in termini reali, cioè aggiustati per l’inflazione e a prezzi costanti come se il valore del denaro sia quello degli anni passati.

Le tre fasi sino alla decrescita

Così facendo, emergono tre fasi. Una prima di crescita che partendo dal 2000 si interrompe con la crisi finanziaria del 2008 innescata dal fallimento della Lehman Brothers. Una seconda che da allora si protrae fino al 2019 con un calo costante dei finanziamenti che in termini reali si sono ridotti dell’1%. Il termine di questo trend coincide con la pandemia Covid, quando, nonostante la diminuzione del Pil, la spesa cresce, ma solo nel 2020, per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Da qui parte una terza e nuova fase sempre di decrescita che arriva ai giorni nostri.

L’osservatorio della Cattolica ha calcolato che «ai prezzi del 2000, il finanziamento del SSN per il 2024 si collocherebbe a un livello più basso, anche se di poco, di quello del 2010 (83 contro 85 miliardi) e di poco inferiore a quello del 2019 (di 300 milioni)». Quindi anche se in termini nominali nessuno hai mai speso come il governo Meloni, in termini reali, soprattutto a causa della forte inflazione siamo tornati a livelli prima del Covid. Il bilancio è ugualmente scoraggiante se si guarda al di fuori dell’Italia, a quei Paesi con i quali dovremmo competere.In Germania e in Francia, il finanziamento pubblico della spesa sanitaria arriva al 10% del Pil, mentre in Italia siamo al 6,4%, comunque sotto la media europea del 6,8%. Anche la spesa pro-capite langue, perché siamo quasi mille dollari a persona al di sotto del valore medio dei Paesi che usano l’euro: in Italia si spendono 3.574 dollari contro 4.470 dollari.

La crescita delle polizze

La carenza e i ritardi delle prestazioni sanitarie sono sotto gli occhi di tutti e stanno spingendo la crescita delle polizze sanitarie, un mercato che in passato era residuale. Sia i singoli che le aziende con piani di welfare, stanno alimentando un mercato sul quale hanno scommesso i gruppi assicurativi. Secondo l’Ania il totale dei premi pagati sia per gli accordi individuali che per quelli collettivi ha raggiunto i 3,71 miliardi, il doppio di dieci anni fa quando il dato era di 1,9 miliardi. Piani che si possono permettere solo i più ricchi.

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