Il “miracolo” del Botswana, di Singapore o del Cile, luoghi sui quali nessuno avrebbe scommesso, e invece si sono rialzati, diventando centri di economia florida, e luoghi «dove si possono far crescere i bambini». Dopo il forte appello per «l’ultimo miliardo» di poveri, l’economista britannico Paul Collier, professore alla Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford, parla nel suo ultimo libro, pubblicato da Egea-Boccony University Press, dei luoghi “lasciati indietro”, che non sono solo in Africa, ma anche all’interno dei Paesi avanzati. Studiare le ricetta di successo, come quelle dei Paesi Baschi o della Germania dopo la riunificazione, ritiene Collier, anziché affidarsi all’“advisor” di turno, potrebbe fare un gran bene anche alla Gran Bretagna o agli Stati Uniti.
Cento anni fa non importava a nessuno se schiere di immigrati partivano dall’Italia per andare in Australia o in America. Ma adesso intere aree del mondo sono a rischio desertificazione, climatica e umana. …
Il “miracolo” del Botswana, di Singapore o del Cile, luoghi sui quali nessuno avrebbe scommesso, e invece si sono rialzati, diventando centri di economia florida, e luoghi «dove si possono far crescere i bambini». Dopo il forte appello per «l’ultimo miliardo» di poveri, l’economista britannico Paul Collier, professore alla Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford, parla nel suo ultimo libro, pubblicato da Egea-Boccony University Press, dei luoghi “lasciati indietro”, che non sono solo in Africa, ma anche all’interno dei Paesi avanzati. Studiare le ricetta di successo, come quelle dei Paesi Baschi o della Germania dopo la riunificazione, ritiene Collier, anziché affidarsi all’“advisor” di turno, potrebbe fare un gran bene anche alla Gran Bretagna o agli Stati Uniti.
Cento anni fa non importava a nessuno se schiere di immigrati partivano dall’Italia per andare in Australia o in America. Ma adesso intere aree del mondo sono a rischio desertificazione, climatica e umana.
«Le persone sono legate ai luoghi dove sono nate, e sentono di appartenere alle comunità di origine. Io stesso ho lasciato la città in cui sono nato, Sheffield, perché non offriva molte opportunità, ma sono arrivato alla conclusione che non è giusto che le persone siano costrette ad affrontare la stessa scelta. In Gran Bretagna per esempio solo Londra offre davvero delle opportunità, ma è un modo stupido di gestire l’economia, altamente inefficiente. Gli affitti sono altissimi, la città è sovraffollata: sono tanti a voler scappare, mentre i privilegiati non hanno alcuna idea di come vive il resto della società».
Salvare un luogo dalla povertà è più complesso che salvare le persone. Esistono delle ricette?
«Penso che uno dei principali contributi del mio libro sia la dimostrazione che quello che vale per i Paesi poveri, nelle aree del mondo in via di sviluppo, vale anche per le zone degradate dei Paesi ricchi. A cominciare dalla responsabilizzazione delle comunità locali, che vanno messe in condizione di agire per promuovere il proprio benessere. Mentre è sbagliato pensare che la crescita generalizzata del Paese possa aggiustare tutto: non ci si può affidare alle forze di mercato, come sosteneva Milton Friedman. Teorie ormai ripudiate nella stessa Chicago: tra gli endorsement di cui sono più orgoglioso c’è quello di Raghuram Rajan, che insegna proprio a Chicago. Il mercato non redistribuisce, e arriva un momento in cui nessuno vuole più investire nei luoghi abbandonati».
Non sempre però responsabilizzare i governi locali funziona. Nel Sud d’Italia ha dato scarsi risultati.
«Se i governi locali non funzionano, c’è sempre la possibilità per le persone di farsi portavoce delle proprie istanze, con movimenti che partono dal basso. Per questo la scuola è importante, e gli insegnanti andrebbero pagati bene, come avviene nel Nord Europa o nei Paesi Baltici: studiare aiuta anche a capire che ognuno deve far fronte alle proprie responsabilità. Come è avvenuto nei Paesi Baschi, che erano più poveri del Sud Italia, e con un alto tasso di violenza, e invece i movimenti non violenti hanno avuto la meglio. Adesso i Paesi Baschi sono diventati la regione più in crescita della Spagna. Nel mio libro ci sono moltissimi casi dai quali si può trarre ispirazione».
Ce n’è uno anche per l’Italia?
«Quello dell’Irlanda, che si è risollevata grazie al coinvolgimento della diaspora. Il governo si è rivolto agli imprenditori di successo in America, di origine irlandese selezionati attraverso i nomi, i vari O’Hara, Murphy. Non hanno chiesto direttamente di investire in Irlanda, hanno chiesto consiglio. L’indicazione principale è stata quella di diventare attrattivi per il settore IT. Dopo aver adottato le misure suggerite, il governo ha chiesto se c’erano indicazioni per le aziende che potevano venire in Irlanda a investire: sono stati in tanti a rispondere: “Posso farlo io stesso”. Se ha funzionato per l’Irlanda, sono sicuro che può funzionare anche per l’Italia!».