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Elkann a Fontana: “Rispetto il Parlamento, noi avanti in Italia”

John Elkann, presidente di Stellantis (in primo piano), e Maurizio Scanavino, presidente Gedi

 (fotogramma)

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Il presidente di Stellantis: “Il settore impegnato in una sfida epocale”. Meloni: “Il dialogo continua, ma senza sudditanza”
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ROMA — Una telefonata per ribadire al presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, il rispetto del Parlamento e il «dialogo con le istituzioni». Il presidente di Stellantis, John Elkann, ha spiegato che la risposta al presidente della Commissione Attività Produttive, Alberto Gusmeroli, «nasce dall’osservanza della decisione della Camera di impegnare il governo - attraverso le mozioni approvate - a identificare politiche industriali in linea con l’evoluzione del settore automotive». Così Elkann motiva al presidente della Camera il suo «no» all’audizione. Una conversazione telefonica che è servita a distendere gli animi dopo che Fontana aveva criticato e bollato come «atto grave» la decisione di Elkann.

I due si sono chiariti. Un colloquio cordiale. Elkann …

ROMA — Una telefonata per ribadire al presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, il rispetto del Parlamento e il «dialogo con le istituzioni». Il presidente di Stellantis, John Elkann, ha spiegato che la risposta al presidente della Commissione Attività Produttive, Alberto Gusmeroli, «nasce dall’osservanza della decisione della Camera di impegnare il governo - attraverso le mozioni approvate - a identificare politiche industriali in linea con l’evoluzione del settore automotive». Così Elkann motiva al presidente della Camera il suo «no» all’audizione. Una conversazione telefonica che è servita a distendere gli animi dopo che Fontana aveva criticato e bollato come «atto grave» la decisione di Elkann.

I due si sono chiariti. Un colloquio cordiale. Elkann ha spiegato che Stellantis, che ha come azionista Exor che controlla anche Repubblica, rispetta e si adatta alle ambizioni di politica industriale scelte dai Paesi dove opera. E si impegna nel rispetto delle regole poste dal legislatore a raggiungere i suoi obiettivi aziendali, sulla base dei fondamentali di mercato, dove la domanda guida l’offerta. Una situazione che «Carlos Tavares ha già rappresentato in audizione». L’azienda è «concentrata e determinata nell’affrontare la sfida epocale dell’evoluzione del settore. La transizione si costruisce e si realizza, non si rimanda».

Elkann ricorda le radici in Usa, Italia e Francia, dove Fiat è il primo marchio tra gli altri 15. «In questi decenni gli stipendi, gli oneri fiscali e previdenziali versati, la bilancia commerciale, gli investimenti fatti e le competenze che abbiamo formato, hanno superato di gran lunga i contributi ricevuti in Italia. Stellantis dal 2021 ha investito in Italia 2 miliardi all’anno. Non c’è stato nessun disimpegno: la nostra attività è orientata al futuro».

Una risposta indiretta a coloro che hanno criticato la decisione di Elkann, come la premier Giorgia Meloni, che da Porta a Porta sottolinea che il «dialogo continua, ma senza sudditanza e condizionamenti». Per la presidente del Consiglio «non andare in Parlamento è una mancanza di rispetto». Sulla stella linea la Lega, ma non Forza Italia. Anche le opposizioni non sono tenere.

La segretaria del Pd, Elly Schlein, dice che «va stigmatizzato l’atteggiamento di Elkann». Più soft il capo del M5s, Giuseppe Conte: «Non vogliamo qualcuno sul banco degli imputati, ma trovare la possibilità di uscire fuori insieme dalle difficoltà». I sindacati, ascoltati in Parlamento, non puntano il dito solo sul presidente di Stellantis, ma concordano sul fatto che il tavolo, convocato dal ministro Urso il 14 novembre, si debba spostare a Palazzo Chigi.

«Come Scholz si occupa di Volkswagen Meloni si occupi di Stellantis», dice il leader della Fiom-Cgil, Michele De Palma. Il numero uno della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, sottolinea che «Chigi è la sede adeguata per uno scambio virtuoso». E Gianluca Ficco, segretario Uilm, invita a «fermare le polemiche: Elkann è uno degli ultimi legami tra Stellantis e Italia. Il tavolo di Urso si è rivelato improduttivo e controproducente».

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