Giuseppe Vita, lei conosce bene la Germania ed è stato per 12 anni alla guida della casa farmaceutica Schering AG di Berlino e poi presidente per 18 anni della casa editrice Axel Springer. Ci può spiegare perché la Germania oggi arranca dal punto di vista della crescita economica?
“Le ragioni sono diverse, almeno tre. In primo luogo incide il rallentamento della Cina, il principale paese di sbocco di prodotti tedeschi come le automobili, ma non solo. Colpisce l’annuncio di questi giorni della Volkswagen di chiusura di tre fabbriche in Germania. C’è poi da considerare che la Germania acquistava energia a prezzi più bassi del 20% rispetto agli altri paesi europei, grazie ai due gasdotti Nord Stream voluti da Schröeder e da Merkel, al costo di una eccessiva dipendenza dalla Russia. Dipendenza che si è accentuata quando Merkel ha deciso di chiudere le centrali nucleari tedesche dopo l’incidente di Fukushima, costringendo il paese a riaprire ben 11 centrali a carbone con i problemi ambien…
Giuseppe Vita, lei conosce bene la Germania ed è stato per 12 anni alla guida della casa farmaceutica Schering AG di Berlino e poi presidente per 18 anni della casa editrice Axel Springer. Ci può spiegare perché la Germania oggi arranca dal punto di vista della crescita economica?
“Le ragioni sono diverse, almeno tre. In primo luogo incide il rallentamento della Cina, il principale paese di sbocco di prodotti tedeschi come le automobili, ma non solo. Colpisce l’annuncio di questi giorni della Volkswagen di chiusura di tre fabbriche in Germania. C’è poi da considerare che la Germania acquistava energia a prezzi più bassi del 20% rispetto agli altri paesi europei, grazie ai due gasdotti Nord Stream voluti da Schröeder e da Merkel, al costo di una eccessiva dipendenza dalla Russia. Dipendenza che si è accentuata quando Merkel ha deciso di chiudere le centrali nucleari tedesche dopo l’incidente di Fukushima, costringendo il paese a riaprire ben 11 centrali a carbone con i problemi ambientali che comportano. Come terzo fattore di debolezza citerei i consumi interni, che stanno rallentando in alcuni settori specifici, come la moda o ancora di più quello automobilistico”.
Secondo lei anche l’incertezza politica sta giocando un ruolo sulla frenata dell’economia?
“Credo di sì, la debolezza dell’attuale governo tedesco sicuramente incide. La coalizione del cancelliere Scholz (Spd) che mette insieme verdi e liberali con programmi molto diversi tra loro tre non sta funzionando al meglio, tanto che per sbloccare la situazione non si possono escludere elezioni anticipate a primavera. Guardando indietro la Germania ha potuto beneficiare di 16 anni di stabilità con il governo Merkel che sicuramente ha anche giovato all’economia. Ora questo clima non c’è più”.
E’ vero che il risparmio dei cittadini tedeschi sta aumentando proprio a causa della maggiore incertezza sul futuro?
"Il popolo tedesco sta risparmiando di più a causa di una guerra vicina (Ucraina) e della maggiore incertezza all’orizzonte e questo fattore sta anche spingendo l’elettorato verso l’estrema destra. L’Afd prolifera specialmente nella ex Germania comunista sugli scontenti, sulla disoccupazione, l’inflazione, e i giovani di oggi non ricordano i disastri della seconda guerra mondiale”.
Come mai i due partiti che hanno sempre prevalso nell’elettorato tedesco, Cdu e Spd, non riescono a governare questo fenomeno?
"La Merkel oltre ai suoi indiscussi meriti non ha purtroppo fatto crescere nessun successore sotto di lei che potesse sostituirla al meglio. Ora sta emergendo Merz e vedremo cosa riuscirà a fare. La Spd ha dovuto subire due scissioni, prima con la Linke di Lafontaine, poi la sua compagna Sara Wagenknecht ha fondato un ulteriore partito (Bsw) che alle ultime elezioni nel Brandeburgo con il 13,5% ha avuto più voti della Cdu (12%) e ha raccolto un terzo dei voti che la Spd aveva quando era un partito unico. Poi ci sono i Verdi e Afd che rendono il panorama politico molto più frammentato di una volta, si può dire che la Germania anche da questo punto di vista si è italianizzata”.
Come si riflette l’attuale situazione della Germania sull’Europa? È giusto mettere i dazi sulle importazioni dalla Cina?
“Se peggiora la Germania peggiora l’Europa e in particolare l’Italia che è un grosso fornitore dell’industria tedesca nei vari settori. Per quel che riguarda i dazi, la Cina è ancora un mercato importante per l’industria tedesca ed europea ma di fronte al fatto che sussidia le proprie aziende con contributi statali, e quindi distorce la concorrenza operando in dumping, come si fa a non metterli?”.
Il rapporto Draghi dice che l’Europa per tornare competitiva deve creare dei campioni europei nell’industria e nella finanza. È d’accordo?
“Sono d’accordo con Draghi, l’Europa può essere competitiva se riesce a creare imprese di respiro continentale nella finanza, nell’industria, nelle telecomunicazioni, nell’editoria. Un esempio per tutti arriva da Airbus, partita dall’unione di piccole aziende che da sole non stavano in piedi e cresciuta fino a diventare un degno concorrente di Boeing. Con la logica che gli investimenti si fanno dove ci sono le eccellenze”.
L’antitrust europeo ha però fermato o ostacolato diverse altre operazioni, come per esempio la fusione franco tedesca tra Siemens e Alstom
“Credo sia stato un errore, l’antitrust europeo deve cambiare marcia e calcolare i limiti alla concorrenza guardando al mercato mondiale e non limitandosi a quello europeo. Un altro esempio è rappresentato dal mercato delle compagnie telefoniche europee, che sono un numero molto più alto di quelle americane e cinesi. Il consolidamento in Europa deve essere possibile”.
Perché il governo tedesco è contrario a una fusione tra Unicredit e Commerzbank?
“Per quella che io chiamo “elettoralite cronica”, cioè la presenza di troppi appuntamenti elettorali nei vari paesi europei che costringono la classe politica a posizioni di breve periodo per non perdere consenso e tralasciando la visione più lunga. Come faceva Scholz, alla vigilia del voto nel Brandeburgo, a incoraggiare l’operazione Unicredit? Detto questo a mio parere l’operazione pensata da Andrea Orcel è molto intelligente e dovrebbe essere autorizzata”.
Lei è stato presidente Unicredit dal 2012 al 2018, ne avevate già parlato a quell’epoca?
“Della possibile aggregazione con Commerzbank se ne parlava dal lontano 2000, poi nel 2006 Unicredit ha acquisito Hypovereinsbank perché era in difficoltà e nessuna altra banca tedesca o straniera voleva rilevarla. Hvb è stata risanata da Unicredit anche grazie alla collaborazione dei migliori dipendenti tedeschi”.
È normale che quando un’azienda italiana cerca di varcare le frontiere tedesca o francese subito scatti un fuoco di sbarramento?
“No, non è normale, le aziende francesi hanno comprato tante aziende della moda in Italia senza che nessuno battesse ciglio. Mentre quando Fincantieri mise gli occhi sui cantieri St Nazaire il neo presidente Macron bloccò tutto. Adesso Unicredit può fare un passo in più con Commerz, d’altronde quando Deutsche Bank comprò la Banca d’America e d’Italia o quando Allianz conquistò la Ras, una antica compagnia assicurativa molto profittevole, nessuno in Italia fiatò”.
Lars Feld, l’economista tedesco, in un’intervista a questo giornale ha detto che l’approvazione del Mes da parte dell’Italia favorirebbe la posizione di Unicredit in Germania. Mentre altri hanno chiesto che si realizzi prima l’Unione bancaria. È d’accordo?
“L’Unione bancaria non c’era ai tempi dell’acquisizione di Hvb e non ha impedito quell’operazione, quindi non capisco perché adesso dovrebbe diventare fondamentale. La mancata approvazione del Mes è stata un errore da parte dell’Italia e trovo molto interessante la proposta di Mario Monti di approvarlo in ogni caso ma di sottoporre la sua applicazione in Italia a un nuovo voto del Parlamento. Detto questo la Bce non può che essere a favore del consolidamento delle banche europee che sono ancora dei nani di fronte ai colossi americani, cinesi e giapponesi”.
Anche Mediaset vorrebbe integrarsi con Prosiebensat di cui possiede quasi il 30% ma finora ha sbattuto contro il muro tedesco. Ce la farà?
“Spero di sì, ha tutti i numeri per farlo e ProsiebenSat potrebbe trarre dei vantaggi dall’integrazione con l’azienda italiana andando a formare un polo europeo nelle tv che al momento ancora non esiste”.
In quali altri ambiti si potrebbero formare delle aggregazioni europee?
"Nell’auto elettrica per esempio, almeno nella costruzione di una grande fabbrica di batterie come sta facendo la Cina, e in tanti altri settori (difesa, satellitare, finanza, microelettronica eccetera). Bisogna investire tanto in ricerca nei settori strategici, ad esempio in Intelligenza artificiale e cybersecurity dove l’Europa non può subire il corso degli eventi. Abbiamo il Cern ma potrebbero formarsi tanti altri centri di ricerca. Devono farlo insieme tutti i paesi europei; Italia, Germania, Francia e Spagna da sole non hanno la possibilità alla lunga di poter sopravvivere alla sempre crescente concorrenza mondiale. Ognuna di queste nazioni non arriva all’1% della popolazione mondiale”.