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Investimenti alla frontiera del mondo

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Il taglio ai tassi spinge i mercati emergenti e quelli ancor più “estremi”. Opportunità e rischi di portafoglio
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Oltre le grandi potenze nordamericane ed europee, un passo più in là degli emergenti come Cina e India, c’è un pullulare di paesi che sta crescendo, nel tentativo di ritagliarsi un proprio spazio all’interno dello scacchiere economico e finanziario globale. Nella definizione universalmente riconosciuta della società Msci sono i “mercati di frontiera”, ovvero nazioni in via di sviluppo, caratterizzate da mercati di capitali ancora piccoli ma in fase di maturazione. Con l’inizio della riduzione dei tassi di interesse, in particolare il primo taglio applicato dalla Fed, l’attenzione degli investitori verso asset più rischiosi si è risvegliata e così anche la possibilità di rivedere le proprie asset allocation. Tassi più bassi negli Usa, infatti, significano un dollaro più debole e la forza del biglietto verde è da sempre un ostacolo per le performance dei mercati emergenti e di frontiera.

I paesi nel mirino degli investitori

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Oltre le grandi potenze nordamericane ed europee, un passo più in là degli emergenti come Cina e India, c’è un pullulare di paesi che sta crescendo, nel tentativo di ritagliarsi un proprio spazio all’interno dello scacchiere economico e finanziario globale. Nella definizione universalmente riconosciuta della società Msci sono i “mercati di frontiera”, ovvero nazioni in via di sviluppo, caratterizzate da mercati di capitali ancora piccoli ma in fase di maturazione. Con l’inizio della riduzione dei tassi di interesse, in particolare il primo taglio applicato dalla Fed, l’attenzione degli investitori verso asset più rischiosi si è risvegliata e così anche la possibilità di rivedere le proprie asset allocation. Tassi più bassi negli Usa, infatti, significano un dollaro più debole e la forza del biglietto verde è da sempre un ostacolo per le performance dei mercati emergenti e di frontiera.

I paesi nel mirino degli investitori

Dall’inizio dell’anno, l’indice Msci emerging markets ha guadagnato il 16,9% e l’indice Msci frontier markets più dell’11 per cento. «Il debito di questi mercati sta passando da un ciclo vizioso a un ciclo virtuoso» conferma Morten Bugge, amministratore delegato della boutique di investimenti Global Evolution. «Crediamo che investirvi ora possa offrire numerosi vantaggi strutturali rispetto alle controparti sviluppate. Sono mercati che attuano politiche fiscali sempre più disciplinate e dispongono di abbondanti risorse di materie prime»; senza considerare che, essendo ancora molto legati alle economie locali, sono meno soggetti agli squilibri mondiali.

Nel 2010, mentre le grandi erano alle prese con la crisi post Lehman, l’indice Msci dei mercati di frontiera è cresciuto del doppio rispetto all’indice globale e pure nel 2021, quando il Covid continuava a mordere, le sue performance sono state migliori delle controparti. Proprio per questo l’opinione comune, secondo cui queste realtà sarebbero eccessivamente rischiose e volatili, si sta erodendo. In una recente simulazione, la divisione asset management di Hsbc ha messo in luce come un portafoglio che investe tra il 10 e il 20% in mercati di frontiera riesca a beneficiare di una volatilità di oltre mezzo punto percentuale più bassa rispetto a un prodotto esposto ai soli mercati sviluppati ed emergenti. E nonostante la metà dei 28 Paesi di frontiera sia attualmente classificata da Standard & Poor’s sotto la soglia di maggiore affidabilità (investment grade), la stessa agenzia testimonia come nel 2023 il bilancio delle azioni di rating intraprese sulle aziende sia stato più positivo nei mercati emergenti e di frontiera rispetto a quella dei loro pari globali: i declassamenti sono diminuiti al 4,92% nel 2023 dal 5,39% nel 2022, raggiungendo il livello più basso dal 2007, e gli upgrade sono aumentati all’11,76% dal 7,23%, i maggiori dal 2013.

Frontiera e maturi, mercati a confronto

Il caso Vietnam e Filippine

Diversi analisti fanno inoltre notare come queste nazioni non siano affatto piccole, ospitando un miliardo di persone, molte delle quali sono giovani in età lavorativa, in netto contrasto con il generale rallentamento dello sviluppo demografica nei mercati sviluppati. Un ulteriore aspetto da rimarcare è che le aziende di frontiera tendono ad essere meno indebitate, il che costituisce solide basi per gli investitori. Così come le riforme che stanno via via attuando per aprirsi ai capitali esteri. Un esempio interessante arriva dal Vietnam, dove l’economia sta crescendo del 6-7% all’anno. C’è chi vede nel Paese la Cina di 25 anni fa, quando il suo Pil cresceva delle stesse percentuali e fungeva da centro manifatturiero del pianeta. Oggi che il mondo è a caccia di alternative, Hanoi sembra essere la candidata ideale, avendo già attirato qualcosa come 30 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri. Tra l’altro il carico del debito pubblico è molto basso, pari al 37% del Pil, e i bilanci fiscali sono ben gestiti. Le Filippine sono l’altra storia di successo asiatico, godendo di un vantaggio competitivo in termini di costi e di una manodopera altamente qualificata, per di più di lingua inglese. Sul confine con l’Europa ad essere al centro delle attenzioni è il Kazakistan, la cui nuova leadership si sta muovendo per dare un giro di vite alla corruzione e impostare una politica capace di attrarre investimenti.

In Europa Slovenia e Romania

Nel Vecchio Continente chi ha fatto progressi per diventare hub manifatturieri chiave per l’Ue sono Slovenia e Romania. Quest’ultima, in particolare, ha davanti a sé il vantaggio di poter accedere a 80 miliardi di euro di fondi europei, che rappresentano circa il 27-28% del suo attuale Pil. Opportunità non vuol però dire assenza di ombre. «Intanto investire in questi mercati non è affatto semplice» va dritto al punto Carlo Gioja, portfolio manager di Plenisfer. Le informazioni sono quasi sempre scritte nella lingua del Paese di origine e molti (Oman a parte) hanno ancora oggi diversi limiti sui capitali esteri. «La scarsa possibilità di diversificare gli investimenti – aggiunge Gioja – è un nodo aggiuntivo, dato che si tratta di mercati poco profondi, e scarsamente liquidi. Non è un caso che strumenti passivi come gli Etf praticamente non esistano. E la gestione attiva richiede competenze molto specifiche». Ci sono firme del risparmio gestito i cui prodotti sui mercati di frontiera hanno performato fino al 29% nel 2023 e che da inizio anno stanno guadagnando il 19% circa. È il vantaggio dei panieri diversificati, che limitano il “rischio paese”; elemento non di poco conto in un panorama non ancora sviluppato.

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