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“Le mie stampanti 3D per bolidi e droni da un garage di Bari al sogno americano”

Alessio Lorusso, 34 anni, fondatore e amministratore delegato della startup delle stampanti 3D Roboze 

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La startup pugliese Roboze collabora con i colossi dei settori più strategici, dall’aerospazio, alla difesa, all’energia. E dopo “tante porte in faccia” il fondatore Alessio Lorusso, 34 anni, dice: “Voglio dimostrare che è possibile anche qui al Sud, anche per chi è partito dalla sua cameretta”
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La prima stampante 3D, Alessio Lorusso l’ha montata a 17 anni nella sua cameretta di Bari. E l’idea gli è venuta quasi subito, racconta, lavorando nell’officina del papà elettrauto: trasformare quegli strumenti da artigiani digitali, i makers, buoni per stampare pupazzetti di plastica o al massimo dei prototipi, in meccanismi “precisi come orologi” adatti a vere e proprie produzioni industriali, facendoli muovere con degli ingranaggi anziché delle cinghie. Ora la sua Roboze è un’azienda da 120 dipendenti, mezza barese e mezza americana, con aspirazioni globali. Le stampanti sviluppate da quella prima idea, prodigi di meccatronica da 600 mila euro, sono finite in tutto il mondo, dal Cile alle Nigeria, dal Sudafrica al Giappone. I superpolimeri compongono uno strato dopo l’altro pezzi resistenti come metallo, ma pesanti la metà e molto più economici, per produrre gli alettoni di moto e auto da corsa, gli impianti di aerazione di treni o aerei, le guarnizioni dei pozzi petroliferi, lo sc…

La prima stampante 3D, Alessio Lorusso l’ha montata a 17 anni nella sua cameretta di Bari. E l’idea gli è venuta quasi subito, racconta, lavorando nell’officina del papà elettrauto: trasformare quegli strumenti da artigiani digitali, i makers, buoni per stampare pupazzetti di plastica o al massimo dei prototipi, in meccanismi “precisi come orologi” adatti a vere e proprie produzioni industriali, facendoli muovere con degli ingranaggi anziché delle cinghie. Ora la sua Roboze è un’azienda da 120 dipendenti, mezza barese e mezza americana, con aspirazioni globali. Le stampanti sviluppate da quella prima idea, prodigi di meccatronica da 600 mila euro, sono finite in tutto il mondo, dal Cile alle Nigeria, dal Sudafrica al Giappone. I superpolimeri compongono uno strato dopo l’altro pezzi resistenti come metallo, ma pesanti la metà e molto più economici, per produrre gli alettoni di moto e auto da corsa, gli impianti di aerazione di treni o aerei, le guarnizioni dei pozzi petroliferi, lo scheletro di droni o satelliti. Tra i clienti che si possono citare: Ducati, Leonardo, Hitachi, Airbus. “Stiamo rivoluzionando il modo in cui si fabbricano i prodotti più strategici”, dice appassionato Lorusso, 34 anni, nella sede alla periferia di Bari, in una stradina polverosa tra concessionarie e campi di sterpaglie. “Mi piacerebbe mostrare che è possibile anche qui, visto quanto è stato difficile”.

Quel ragazzo di Bari ha preso tante porte in faccia?

“In Italia tante porte in faccia. Avrò parlato con centinaia di investitori”.

Eppure siamo il Paese della manifattura, e di quello si tratta. Perché dunque?

“Perché tutto era ancora da dimostrare, i capitali sono pochi e di solito si danno a cose più sicure e che richiedono meno investimenti, come le applicazioni software, mentre noi facciamo scienza avanzata e deep tech puro. È stato il primo cliente americano, General Electric, a segnalarci come una tecnologia interessante ai nostri primi investitori italiani”.

E General Electric come è arrivata a Bari?

“Era il 2017, eravamo otto gatti con la sede in un deposito, ma avevamo appena introdotto la prima stampante in grado di processare il superpolimero Peek. Un bel giorno mi arriva una loro mail, ci chiedono dei test, glieli mandiamo, dopo due settimane la comprano. Ho pensato: è uno scherzo? Sono andato a installarla di persona, anche perché non avevo nessuno da mandare. Alla fine prendo uno dei loro ingegneri e gli chiedo: ma perché noi?”

La risposta?

“Qui non ci frega nulla di come ti chiami, da dove vieni, che bilanci hai. Qui facciamo tecnologia, ne abbiamo provate diverse e la vostra ha vinto a mani basse. In Italia invece chi sei e da dove vieni purtroppo conta ancora. Questo è l’emblema degli Stati Uniti, un mercato che va venti volte più veloce, in cui c’è una competizione frenetica e fame di innovazione. Per questo sarò grato in eterno agli Stati Uniti e oggi sono la nostra seconda casa, tutta la parte di business è a Houston”.

Perché non spostare tutto a questo punto? Perché lasciare ricerca, sviluppo e produzione a Bari?

“Non ci muoveremo mai da qui. Quando abbiamo iniziato è stato drammaticamente difficile, ma se non iniziamo a creare un ecosistema innovativo, tra vent’anni saremo ancora a lamentarci che non c’è niente. Io questa responsabilità la sento addosso, siamo ancora una mosca bianca. E poi c’è una questione oggettiva. Cerchiamo di attrarre i migliori talenti ingegneristici e il Politecnico di Bari non è secondo a nessuno in Europa. Poi vogliamo far tornare in Puglia persone che erano andate via, magari lavoravano nell’aerospazio o nell’automotive in Germania, e uniscono la pragmaticità italiana – che è unica – con una visione internazionale. Io li chiamo gli ingegneri totali, ne abbiamo fatti tornare una trentina”.

Certo a voi qui conviene. Ma loro perché dovrebbero tornare? A Monaco di Baviera o in Silicon Valley sei pagato il triplo e circondato da grandi imprese innovative, non da concessionarie.

“Perché no? Qui la qualità della vita è eccellente, la domenica puoi andare a fare surf o mangiare uno spaghetto in spiaggia dieci mesi all’anno. Il costo è un quarto e lo stipendio, grazie anche alla legge sul rientro dei cervelli, una delle cose più utili che l’Italia abbia mai fatto, è molto attrattivo. Ma la cosa principale è: da noi non sei un ingegnere tra tanti, hai la possibilità di guidare una missione tecnologica, e di farlo qui. Cerchiamo chi ama le sfide”.

Quale missione?

“Una rivoluzione copernicana nel modo in cui si produce. Noi sviluppiamo materiali avanzati e stampanti 3D, non produciamo “i pezzi”, ma durante la pandemia con i problemi delle forniture tante aziende hanno iniziato a chiederci se potevamo fare anche quello. Allora ci siamo detti: abbiamo centinaia di nostre macchine nel mondo, perché non chiediamo ai nostri clienti di metterle nel cloud? Quello che stiamo facendo ora è creare delle micro factory con dei partner locali, che permettano alle imprese di produrre sul posto, a richiesta e in tempi brevi quello di cui hanno bisogno anziché delocalizzare lontano una produzione di massa. È più vantaggioso, perché abbatti il magazzino, e più sostenibile dal punto di vista ambientale. Vogliamo diventare la fabbrica digitale del mondo, senza avere una fabbrica, e farlo con il nostro ecosistema tecnologico d’avanguardia”.

Quante di queste mini fabbriche avete attivato?

“Al momento una ventina, ma la domanda è fortissima e nel giro di un anno vogliamo arrivare a 50. Ne abbiamo appena aperta una in Guyana, dove è esplosa l’industria del petrolio e le aziende dell’estrazione hanno costante bisogno di parti di ricambio. Stiamo anche creando factory più grandi, la prima negli Stati Uniti. Immagina la potenza di produrre con un click lo stesso pezzo a Tokyo, in Nigeria, in Messico o in Cile”.

Il vostro fatturato però non cresce in modo esponenziale, come si richiede a una startup. E finora avete raccolto una ventina di milioni di finanziamenti, pochini.

“Chiuderemo l’anno tra i 10 e i 15 milioni, raddoppiando rispetto al 2023. Ma non è la cosa importante, noi non siamo la classica startup che ha bisogno di enormi fondi per comprarsi un mercato, corriamo una maratona. Stiamo lavorando da tempo con le più grandi imprese dei settori strategici, dall’aerospazio all’energia, dai trasporti alla difesa, che sono tra i più regolamentati al mondo, per qualificare la nostra tecnologia produttiva. Tutto questo richiede anni di test, e di convincere gli ingegneri a modificare il modo in cui le cose sono vengono da sempre progettate e fatte, ma sono progetti dal potenziale di decine di milioni nei prossimi anni e ci prepariamo a un’accelerazione fortissima”.

Potete ancora fallire?

“Tutti possono fallire”.

La spaventa?

“Sarei bugiardo se ti dicessi di no, ma questo alimenta il fuoco che abbiamo dentro e la velocità con cui innoviamo per raggiungere il nostro obiettivo”.

Come si impara a dirigere un’azienda globale, quando si inizia da una stanzetta appena finita la scuola?

“Intanto per studiare non serve andare all’università, anche se mi sarebbe piaciuto. Io ho studiato tantissimo da autodidatta quello che mi interessava e serviva, e continuo. Poi faccio l’imprenditore, non il manager, e questo secondo me è decisivo in Italia dove tanti imprenditori pensano di avere competenze manageriali, che vanno studiate, e succede il patatrac. Il mio lavoro è dare una visione di lungo termine, creare la migliore squadra possibile e metterla nelle condizioni di realizzarla”.

Qui è pieno di citazioni di Steve Jobs. È il suo modello?

“Sì, credo che nessuno prima di lui abbia avuto un tale impatto. È riuscito a coniugare tecnologia, design e la vita delle persone, a metà tra la poesia e l'ingegneria. Sulla mia crescita ha avuto un impatto incredibile, ho letto talmente tanto su di lui che è come se l'avessi conosciuto. L’altro modello è Enzo Ferrari, per come ha trasformato la sua passione in un gioiello tecnologico italiano”.

Avrei detto Elon Musk, che sta rivoluzionando dei settori industriali come vorrebbe fare lei.

“Quello che fa è incredibile, mi chiedo come faccia a gestire due aziende come Tesla e SpaceX senza farsi esplodere il cervello. Però questo schierarsi in maniera molto netta, in politica e non solo, non mi piace”.

E se vincesse Trump per voi diventerebbe più difficile?

“Qualcuno dice che metterebbe i dazi, e sarebbe svantaggioso, qualcuno che aumenterebbe la sovranità nazionale. Io penso che alla fine cambierà poco, perché negli Stati Uniti c'è un unico vero motore che è l'innovazione tecnologica spinta dal capitalismo, e questo sia a destra che a sinistra”.

Si discute da sempre di politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, molto è stato tentato, ma non sembra di vedere una convergenza con il Nord nel tessuto imprenditoriale. Cosa sbagliamo?

“Io penso che la Puglia sia in una posizione molto diversa dalle altre regioni, lo dico a ragion veduta e non per campanilismo. Incentiva tantissimo le iniziative imprenditoriali, investe molto in ricerca e sviluppo. Noi stessi abbiamo beneficiato di vari contributi europei e regionali. Ha iniziato Vendola, poi tutti hanno continuato a prescindere dal colore politico: gli imprenditori trovano dall’altra parte persone competenti che stendono tappeti rossi. Mi pare una politica di sviluppo unica in Italia”.

Vi indicano come un potenziale unicorno, una startup capace di sfondare il tetto del miliardo di valutazione, e sareste il primo del Sud. Le piacerebbe?

“Non è la prima cosa che penso quando mi sveglio, penso alla nostra missione. Certo mi farebbe piacere, non tanto per noi o per me, ma perché darebbe il segnale che si può fare anche qui. Anche partendo da una cameretta”.

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