Roma — Il fabbisogno dell’industria italiana di materie prime critiche aumenterà del 340% entro il 2040. La Ue si è dotata di una propria strategia con il Raw Materials Act, ma è una partenza in salita: i Paesi europei non producono terre rare, se non in minima parte. Una prima strada da battere, suggerisce uno studio di Iren, realizzato da The European House - Ambrosetti, è sicuramente quella di migliorare il riciclo e il recupero dei Raee, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Riaprire le miniere infatti, nonostante la mappatura già realizzata dall’Ispra, richiede tempi lunghi, per via delle procedure e del necessario confronto con i residenti.
Anche il Piano Mattei può aprire sbocchi interessanti, attraverso l’approvvigionamento nei Paesi africani, ma anche in questo caso non si tratta di soluzioni immediate. Mentre con 1,2 miliardi di investimenti, emerge dallo studio Iren-Thea, l’Italia in tempi brevi potrebbe ridurre di un terzo la dipendenza dall’estero, generando oltre 6 miliardi di valore aggiunto per la filiera entro il 2040. E vale anche per la Ue, che investe per le materie prime critiche appena 2,7 miliardi rispetto ai 14,7 della Cina, che produce infatti il 56% di quelle che l’Europa importa. Iren si propone come apripista, con la piattaforma RigeneRare e l’impianto in Valdarno, il primo in Italia diretto al recupero di metalli preziosi dai Raee.
L’Italia ha al momento una gestione ampiamente carente delle “miniere urbane”. Risulta infatti il terzultimo Paese in Ue per tasso di raccolta dei Raee, con solo il 30% dei volumi raccolti rispetto ad una media europea del 46%. Per questo a luglio la Ue ha aperto nei nostri confronti una procedura d’infrazione.