Più spesa, incentivi fiscali e svalutazione dello yuan: il bazooka della Cina contro i dazi minacciati da Trump
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Premessa: la Cina non sarebbe stata “contenta” in nessun caso. Pechino si preparava comunque a un contesto ancora più ostile con Washington. Ma la vittoria di Donald Trump rischia di fare molto male ai cinesi, soprattutto per quanto riguarda l’economia. Una vittoria, quella del repubblicano, che potrebbe influenzare le decisioni che la leadership comunista sta prendendo in questi giorni proprio in campo economico. Se Trump dovesse attuare la sua promessa (o, meglio, minaccia) fatta nei mesi scorsi di imporre dazi del 60% su tutte le esportazioni cinesi negli Stati Uniti, scatenando una nuova guerra commerciale, i dazi potrebbero tagliare di 2,5 punti percentuali la crescita cinese nel corso dell'anno successivo. Cioè dimezzarla.
Le stime…
PECHINO - Premessa: la Cina non sarebbe stata “contenta” in nessun caso. Pechino si preparava comunque a un contesto ancora più ostile con Washington. Ma la vittoria di Donald Trump rischia di fare molto male ai cinesi, soprattutto per quanto riguarda l’economia. Una vittoria, quella del repubblicano, che potrebbe influenzare le decisioni che la leadership comunista sta prendendo in questi giorni proprio in campo economico. Se Trump dovesse attuare la sua promessa (o, meglio, minaccia) fatta nei mesi scorsi di imporre dazi del 60% su tutte le esportazioni cinesi negli Stati Uniti, scatenando una nuova guerra commerciale, i dazi potrebbero tagliare di 2,5 punti percentuali la crescita cinese nel corso dell'anno successivo. Cioè dimezzarla.
Le stime le avevano fatte a luglio gli economisti di Ubs. Le esportazioni hanno rappresentato una spinta importante quest’anno per l’economia cinese, ancora alle prese con varie difficoltà. La Cina vende agli Stati Uniti beni per un valore di oltre 400 miliardi di dollari all'anno e altre centinaia di miliardi in componenti per prodotti che gli americani acquistano altrove. “Trump potrebbe non mettere in pratica queste idee, ma fanno capire bene le sue priorità nei confronti della Cina, che potrebbero causare un significativo dolore economico a Pechino”, scrivono gli analisti di Asia Society.
Tuttavia, Pechino potrebbe mitigare l'impatto degli eventuali dazi “spostando le esportazioni e la produzione in altri Paesi e attraverso uno stimolo fiscale e una politica monetaria più aggressivi, permettendo a Xi Jinping di evitare di scendere a compromessi con Trump”. Alla domanda se Pechino sia pronta a un aumento dei dazi statunitensi, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha risposto che “non rispondiamo a domande ipotetiche”. “La nostra politica nei confronti degli Stati Uniti è stata coerente e continueremo a considerare e gestire le relazioni Cina-Stati Uniti secondo i principi del rispetto reciproco, della coesistenza pacifica e della cooperazione vantaggiosa per tutti”.
Proprio l’esito di queste elezioni statunitensi potrebbe avere un'influenza diretta sulle decisioni che la leadership comunista sta prendendo in questi giorni in materia di sostegno all’economia. Da lunedì 4 novembre - fino all’8 - il Comitato permanente dell’assemblea nazionale del popolo è riunito per dare il via libera a un pacchetto di stimoli fiscali molto atteso. Che potrebbe portare a una ricapitalizzazione delle banche, a un rifinanziamento delle amministrazioni locali fortemente indebitate e, in ultima istanza, che potrebbe portare a una ripresa dei consumi.
Le contromisure fiscali
In caso di aumento dei dazi, Pechino sarebbe costretta a incrementare il sostegno fiscale proprio per sostenere ulteriormente la domanda interna sostengono gli analisti: dare la priorità a maggiori consumi per guidare la crescita economica. La vittoria di Trump potrebbe indurre una spesa maggiore per compensare l'impatto di eventuali dazi.
Gli economisti di Nomura avevano previsto nei giorni scorsi che il pacchetto di stimoli potrebbe oscillare tra il 2 e il 3% del prodotto interno lordo annuo nei prossimi anni, con una vittoria di Trump che lo spingerebbe verso il 3%. “Riteniamo che i risultati delle elezioni statunitensi avranno un certo impatto sull'entità del pacchetto di stimoli di Pechino, anche se dovrebbe essere piuttosto limitato, poiché le principali sfide per Pechino provengono dall'interno piuttosto che dall'esterno”.
Nelle ultime settimane, ogni volta che i sondaggi si spostavano a favore di Trump, molti analisti vedevano una maggiore possibilità che la Cina potesse sfoderare il ‘bazooka’ per andare in sostegno all’economia. È assai probabile in realtà che i punti chiave del pacchetto di stimolo per il resto dell'anno siano già stati fissati, e il piano attende solo l'approvazione formale che dovrebbe arrivare dopodomani. Certamente, però, Pechino sta discutendo su come le elezioni americane influenzeranno il sentimento del mercato in Cina.
“Le autorità intendono segnalare, dopo la riunione dell’assemblea del popolo, che sono in programma ulteriori misure a sostegno della crescita e che un pacchetto di misure incrementali può essere ampliato in base alla valutazione dei rischi per l'economia cinese”, scriveva qualche giorno fa il Wall Street Journal. Se Trump procedesse con le promesse di aumento dei dazi, “la Cina potrebbe cercare di stimolare quella che Pechino definisce ‘domanda effettiva’ in patria, aumentando la spesa pubblica nel settore manifatturiero di fascia alta e in altri progetti che la leadership di Xi considera cruciali per la competitività del Paese”.
La risposta ai dazi di Trump
A eventuali dazi di Trump come potrebbe rispondere la Cina? “Il primo passo sarebbe quello di penalizzare in modo massiccio alcune aziende statunitensi della Fortune 500. La Cina potrebbe ampliare le restrizioni sulle esportazioni di minerali critici e procedere con altri controlli sulle esportazioni. Potrebbe anche vendere 100 miliardi di dollari o più dei suoi 775 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano. Ci si potrebbe aspettare che Pechino agisca in modo ancora più aggressivo nel Mar Cinese Meridionale e intorno a Taiwan”, scriveva la settimana scorsa Scott Kennedy, senior advisor al Center for strategic and international studies in un intervento su Foreign Policy.
“La sua arma più potente, tuttavia, potrebbe essere quella di permettere alla sua valuta, lo yuan, di scendere dall'attuale ancoraggio di 7,1 al dollaro a 10, 11 o 12 dollari e, se i mercati non collaborano, di organizzare una svalutazione al ribasso. Una mossa di questo tipo comprometterebbe direttamente i dazi imposti e renderebbe molto più difficile per l'amministrazione Trump perseguire una strategia di dollaro debole, che il team di Trump ritiene fondamentale per ridurre il deficit commerciale globale degli Stati Uniti e espandere l'occupazione nel settore manifatturiero”.