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Trump, i dazi e il costo dell’incertezza: perché l’Italia rischia di pagare più di tutti

Donald Trump festeggia la riconquista della Casa Bianca 

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I grandi esportatori come il nostro Paese e la Germania sarebbero i più colpiti da una guerra di dazi, che secondo Goldman Sachs potrebbe bruciare fino a un punto di Pil. Intesa taglia le stime di crescita per quest’anno allo 0,5%, più rischi sulla ripresa
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ROMA – Donald Trump ha vinto le elezioni, e l’incertezza che porta alla Casa Bianca ora diventa una certezza con cui le nostre imprese dovranno fare i conti per anni. Vero: i suoi roboanti quanto vaghi annunci elettorali, a cominciare dai nuovi dazi del 10% su tutte le importazioni verso gli Stati Uniti, andranno verificati nei fatti. Anche perché il conto più salato lo pagherebbero proprio gli americani

Ma anche se alla fine il muro si rivelerà meno alto delle minacce - e non è detto -, o se non dovesse far deflagrare una guerra commerciale – e non è detto -, la sola presenza alla Casa Bianca del campione del neoprotezionismo, per nulla restio a colpire rivali ed alleati con le stesse armi tariffarie, rappresenterà nei prossimi anni una spinta alla frammentazione e una persistente incognita sulle già deboli prospettive di crescita globale. A pagarne le conseguenze più salate, in ogni caso, saranno i Paesi più votati alle esportazioni, a cominciare proprio da Italia e Germania.

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ROMA – Donald Trump ha vinto le elezioni, e l’incertezza che porta alla Casa Bianca ora diventa una certezza con cui le nostre imprese dovranno fare i conti per anni. Vero: i suoi roboanti quanto vaghi annunci elettorali, a cominciare dai nuovi dazi del 10% su tutte le importazioni verso gli Stati Uniti, andranno verificati nei fatti. Anche perché il conto più salato lo pagherebbero proprio gli americani

Ma anche se alla fine il muro si rivelerà meno alto delle minacce - e non è detto -, o se non dovesse far deflagrare una guerra commerciale – e non è detto -, la sola presenza alla Casa Bianca del campione del neoprotezionismo, per nulla restio a colpire rivali ed alleati con le stesse armi tariffarie, rappresenterà nei prossimi anni una spinta alla frammentazione e una persistente incognita sulle già deboli prospettive di crescita globale. A pagarne le conseguenze più salate, in ogni caso, saranno i Paesi più votati alle esportazioni, a cominciare proprio da Italia e Germania.

Italia e Germania le più colpite

“L’area euro ha un avanzo commerciale con gli Stati Uniti di 160 miliardi di dollari, e di questi 60 miliardi sono dell’Italia e 40 delle Germania”, ha detto ieri il capo economista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice, alla presentazione del Rapporto sui settori industriali redatto dalla banca insieme a Prometeia. “Sarebbero i due Paesi più colpiti da un’introduzione dei dazi”. Quanto colpiti? Stimare gli effetti a catena, diretti ed indiretti, di una misura del genere è molto difficile. Un primo calcolo molto basilare fatto dalla stessa Prometeia, proiettando un aumento del 10% su tutte le importazioni, stima un’imposizione extra alla dogana per i beni Made in Italy di 9 miliardi di dollari.

Tra i settori più colpiti alcuni ci sarebbero alcuni pilastri della nostra manifattura, come la meccanica, la farmaceutica e l’alimentare, oltre alla moda che già attraverso un periodo difficile. Dopo la pandemia il peso del mercato americano per i nostri esportatori è cresciuto in maniera decisa, superando la Francia al secondo posto assoluto e puntando addirittura a uno storico sorpasso al primo posto nei confronti della Germania. Le aziende che vendono oltre Atlantico si troverebbero di fronte a un dilemma: assorbire il costo extra, provando a difendere la loro quota di mercato, o scaricarlo sui clienti. In ogni caso una scelta penalizzante.

Reazione a catena

Ma in un mondo globalizzato le dinamiche scatenate da un muro tariffario sarebbero molto più complesse di quelle puramente doganali. Senza dubbio il protezionismo trumpiano avrebbe un effetto negativo sulla crescita americana, prima economia mondiale, e di conseguenza sulla crescita globale.

Un possibile rafforzamento del dollaro però mitigherebbe entrambi: nelle stime di Prometeia il Pil Usa perderebbe tre decimi entro il terzo anno dall’introduzione delle tariffe, mentre quello globale un decimo. Un impatto non così drammatico, se non fosse che il “fattore dollaro” renderebbe ancora più pesanti gli effetti sul commercio globale, che perderebbe un punto netto. Tutto questo poi non considera eventuali ritorsioni dei Paesi colpiti. Alcune stime della banca d’affari Goldman Sachs, che invece integrano l’escalation e la conseguente esplosione del fattore incertezza, parlano di un costo per l’Europa ben più alto, di un punto di Pil. I Paesi più colpiti, sempre gli stessi: i grandi esportatori Germania e Italia.

Intesa taglia le stime, Pil italiano a +0,5%

Secondo De Felice non è detto che si arrivi lì. Anche perché il surplus commerciale dell’Europa rende una risposta occhio per occhio, o dazio per dazio, quasi impossibile. Il punto però è che il fattore incertezza rappresentato da Trump in larga misura prescinde dal fatto che le tariffe vengono davvero imposte, e pur essendo “immateriale” ha un enorme impatto sulle dinamiche commerciali e le scelte delle imprese. Per un’Europa alle prese con una serie di crisi irrisolte - prezzi dell’energia, guerra in Ucraina, recessione industriale – e alla disperata ricerca di una ripartenza, il vero grande danno, anche se il più difficile da quantificare, rischia di essere proprio questo.

E così per un’Italia che in questo momento è ferma: dopo il terzo trimestre a crescita zero, Intesa ha tagliato le stime per quest’anno da +0,7 a +0,5%, la metà di quanto il governo pensa ancora di raggiungere. E la lenta ripartenza per il prossimo, +1%, è in buona parte legata all’ipotesi che l’export riprenda a tirare.

Vincitori e vinti

Le politiche di Trump faranno anche dei vincitori. Per esempio le multinazionali italiane che non esportano negli Stati Uniti, ma producono direttamente lì. O quelle che lavorano nei settori legati ai combustibili fossili, come mostrano le prime reazioni dei titoli in Borsa, anche se in parallelo i settori verdi potrebbero soffrire non poco. Vincerebbe anche l’industria della difesa, visto che sia gli Stati Uniti e che l’Europa dovrebbero spendere di più. Va anche detto che, a dispetto delle difficoltà del fatturato nell’ultimo anno e mezzo, dall’analisi di Intesa e Prometeia sui settori industriali emerge come la manifattura italiana nel suo complesso abbia uno stato di salute complessivo molto buono, con margini che nel 2023 hanno raggiunto i massimi storici.

Negli shock a ripetizione vissuti dalla pandemia in poi le imprese tricolori hanno mostrato una flessibilità e una capacità di adattamento ben superiore a quello delle concorrenti francesi o tedesche, che potrebbe aiutare anche di fronte a questo nuovo shock. Intesa e Prometeia prevedono una lenta ma progressiva ripresa del fatturato industriale nel 2025 e nel 2026, sostenuta dalla riduzione dei tassi della Bce e da una crescita dei consumi delle famiglie. Queste stime però, e quelle per il Pil italiano, ipotizzano anche una ripartenza delle esportazioni, sempre più importanti per il made in Italy. Ipotesi che ora dovrà fare i conti con l’incognita chiamata Trump.

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