Shiller: “Il sistema americano sta superando la crisi dei prezzi, i dazi possono sfasciare tutto”
di Eugenio OccorsioRobert Shiller
ROMA — «Che l’inflazione avrebbe lasciato prezzi più alti era logico e inevitabile, e non era certo responsabilità dell’amministrazione Biden, che anzi stava lavorando per adeguare i salari. È sempre stato così, in centinaia di anni di storia, la chiamiamo illusione monetaria: non mi sembrava una situazione catastrofica in un contesto economico solido. Eppure la propaganda trumpiana l’ha fatta passare per il peggiore dei mali».
Incredulità (per l’esito elettorale) è la parola che meglio riassume il pensiero di Robert Shiller, docente all’università di Yale dal 1982 dopo il PhD al Mit sotto la supervisione di Franco Modigliani. Shiller ha sottoscritto in ottobre con altri 22 premi Nobel americani (lui l’ha vinto nel 2013), da Joseph Stiglitz a Daron Acemoglu (che verrà premiato solennemente a Stoccolma il 10 dicembre), un’appassionata lettera aperta di endorsement a Kamala Harris.
A rileggerla oggi, appaiono inquietanti le controindicazioni per l’economia americana e mondiale della ric…
ROMA — «Che l’inflazione avrebbe lasciato prezzi più alti era logico e inevitabile, e non era certo responsabilità dell’amministrazione Biden, che anzi stava lavorando per adeguare i salari. È sempre stato così, in centinaia di anni di storia, la chiamiamo illusione monetaria: non mi sembrava una situazione catastrofica in un contesto economico solido. Eppure la propaganda trumpiana l’ha fatta passare per il peggiore dei mali».
Incredulità (per l’esito elettorale) è la parola che meglio riassume il pensiero di Robert Shiller, docente all’università di Yale dal 1982 dopo il PhD al Mit sotto la supervisione di Franco Modigliani. Shiller ha sottoscritto in ottobre con altri 22 premi Nobel americani (lui l’ha vinto nel 2013), da Joseph Stiglitz a Daron Acemoglu (che verrà premiato solennemente a Stoccolma il 10 dicembre), un’appassionata lettera aperta di endorsement a Kamala Harris.
A rileggerla oggi, appaiono inquietanti le controindicazioni per l’economia americana e mondiale della ricetta proposta da Donald Trump, al contrario di quelle più confortanti che erano nel programma della sconfitta candidata democratica.
Professore, lei dice che il contesto economico – alta crescita del Pil e della produttività, salari in rimonta, bassa disoccupazione – era solido. Però una febbre silente doveva pur percorrere larghi strati della popolazione, non crede?
«Certo, probabilmente avremo sbagliato noi. Eppure, ripeto, l’economia americana conteneva le basi strutturali per superare il trauma di qualche anno di inflazione, provocata – ricordiamolo – solo dal boom della domanda dopo il Covid combinato con la crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina. Fattori esogeni, non ascrivibili in alcun modo all’amministrazione in carica che anzi si adoperava per annullarli. I problemi veri li provocherà ora Trump, se terrà fede a tutte le sue promesse-minacce: rischia di sfasciare tutto».
Trump inserirà queste misure saranno inserite in un contesto inquietante con la sua apparente smania di vendetta
Nella vostra lettera scrivete che il mix di dazi e tariffe “perfino su beni prodotti dai nostri alleati e amici”, ovvero l’Europa, e di tagli regressivi alle tasse, “porterà a nuove impennate dei prezzi, più deficit, maggiori disuguaglianze”. Dobbiamo essere preoccupati?
«Sì, ma soprattutto perché queste misure saranno inserite in un contesto inquietante in cui Trump, con la sua apparente smania di vendetta contro chissà cosa, minaccia alle fondamenta la certezza del diritto e l’affidabilità delle istituzioni nel rispetto dei rispettivi poteri, che sono la vera base della crescita economica oltre che della democrazia».
La sua risposta sono i dazi.
«Non c’è un solo studio economico serio che comprovi la validità di una ricetta basata su autarchiche barriere tariffarie. Al contrario, una serie infinita di episodi che ne provano la dannosità. Senza dover andare indietro fino allo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 che scatenò una guerra commerciale che aggravò l’effetto della Grande Depressione, pensiamo solo alla raffica di tweet che all’improvviso proprio Trump cominciò a postare nell’agosto 2019 nel pieno della sua prima campagna anti-Pechino: “Le aziende comincino immediatamente a cercare alternative alla Cina”, “Riportate la manifattura negli Stati Uniti”, e simili amenità. Un’ondata di terrore e crolli percorse le Borse di tutto il mondo».
Però non solo dalla middle class frustrata è arrivato l’appoggio a Trump ma anche e soprattutto dal mondo degli affari: questo come lo spiega?
«Anche qui, né la storia né la scienza economica sembrano essere serviti a nulla. I media di tutto il mondo hanno riportato la frase di Trump: “La parola più bella del dizionario è tariffe”. In pochi hanno ricordato che quella frase l’allora candidato, era metà ottobre, l’ha pronunciata di fronte a una platea di uomini d’affari all’Economic Club di Chicago, che gli ha tributato il più caloroso e convinto degli applausi. Incomprensibile».