Frontalieri, cala il flusso dall’Italia alla Svizzera. Pesa l’accordo tra Roma e Berna
di Franco ZantonelliMILANO – Dopo anni di geremiadi, non di rado sfociate in commenti xenofobi, contro i frontalieri italiani accusati di portar via il lavoro ai residenti, il Canton Ticino registra un calo di quelli che la destra sovranista arrivò a paragonare a dei ratti attaccati al formaggio svizzero. La diminuzione è stata dell’1,3% nel terzo trimestre di quest’anno, rispetto cl corrispondente periodo del 2023. A fine settembre il loro numero si è attestato sulle 79303 unità, mentre lo scorso anno erano oltre 80 mila. Secondo il sindacalista Andrea Puglia, dell’Organizzazione Cristiano Sociale, equivalente ticinese della Cisl, interpellato dal Corriere del Ticino di Lugano, “i dati del terzo trimestre di quest’anno sono in buona parte influenzati dal nuovo accordo fiscale”, intervenuto nel 2020 tra Roma e Berna ed entrato in vigore il 18 luglio del 2023.
MILANO – Dopo anni di geremiadi, non di rado sfociate in commenti xenofobi, contro i frontalieri italiani accusati di portar via il lavoro ai residenti, il Canton Ticino registra un calo di quelli che la destra sovranista arrivò a paragonare a dei ratti attaccati al formaggio svizzero. La diminuzione è stata dell’1,3% nel terzo trimestre di quest’anno, rispetto cl corrispondente periodo del 2023. A fine settembre il loro numero si è attestato sulle 79303 unità, mentre lo scorso anno erano oltre 80 mila. Secondo il sindacalista Andrea Puglia, dell’Organizzazione Cristiano Sociale, equivalente ticinese della Cisl, interpellato dal Corriere del Ticino di Lugano, “i dati del terzo trimestre di quest’anno sono in buona parte influenzati dal nuovo accordo fiscale”, intervenuto nel 2020 tra Roma e Berna ed entrato in vigore il 18 luglio del 2023.
L’accordo, che non è retroattivo, quindi riguarda solo i nuovi frontalieri, prevede che “essi pagheranno l’imposta alla fonte nel Cantone di lavoro (secondo delle aliquote che saranno pari all’80% di quelle ordinarie) e, in aggiunta, dovranno poi pagare l’IRPEF in Italia, secondo le aliquote ordinarie con detrazione per quanto già versato in Svizzera” Che sia questo accordo alla base della diminuzione dei frontalieri italiani in Canton Ticino lo dimostrerebbe il fatto che, contemporaneamante, sono aumentati, del 2,4% su base annua, quelli provenienti dagli altri paesi confinanti con la Svizzera. Chi, nel Canton Ticino, non è toccato al momento dal fenomeno, sono i frontalieri lautamente retribuiti, in quanto costituiscono un alto valore aggiunto per le aziende.
È il caso del personale sanitario, fa notare sempre il sindacalista Puglia. Il Canton Ticino- la sua tesi -rimane una meta interessante per la fascia salariale tra i 4.500 e i 7 mila franchi lordi e, nonostante la doppia tassazione, il settore sanitario rimane molto ambito dal personale curante italiano, visto che oltre confine non arriverebbe mai a percepire salari simili”. Neppure con la tassazione alla fonte elvetica e l’IRPEF della Penisola. Non per niente il personale sanitario frontaliero è cresciuto di 105 unità, rispetto allo scorso anno, mentre i dipendenti del settore alberghiero e della ristorazione risultano 748 in meno. Ma le cose stanno davvero così? È stato sufficiente rivedere l’imposizione fiscale per arrivare a un calo dei frontalieri? Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friburgo la pensa diversamente e, a Repubblica, spiega che “ll calo del numero di lavoratori frontalieri nell’economia ticinese è dovuto a ragioni congiunturali e strutturali, più che alla recente entrata in vigore del loro nuovo regime di imposizione fiscale”.
Secondo Rossi, in realtà, non c’è niente di nuovo sotto il sole. “La fine della stagione estiva e l’inizio del periodo autunnale- dice infatti -hanno solitamente un impatto negativo sulle attività legate al turismo e alla ristorazione, con un calo anche dei pernottamenti nelle strutture alberghiere”. Inoltre, a suo avviso, “l’economia ticinese, più di altre realtà cantonali soffre anche dei problemi di natura geopolitica che stanno aggravando la situazione nell’economia globale, anche perché il potere d’acquisto delle persone, in Ticino, è notevolmente inferiore al resto della Svizzera”. Se, tuttavia, il trend del calo di frontalieri si confermasse, nelle province italiane di confine le aziende tornerebbero a poter far capo a risorse locali, mentre quelle ticinesi si ritroverebbero con il personale ridotto all’osso.