Panetta e i vini di Thomas Jefferson: “Un’escalation di dazi sarebbe più costosa del Covid”
di Filippo SantelliIl governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta
Il governatore di Bankitalia Fabio Panetta non pronuncia mai quel nome: Donald Trump. Ma per parlare dei benefici del commercio globale, e soprattutto dei costi di una spirale protezionistica, tra i tanti esempi possibili sceglie proprio uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Thomas Jefferson. Forse anche pensando alle varie azioni di guerra commerciale - tutte fallimentari - che da presidente tentò contro le potenze europee. «La sua casa era piena di vino, mobili e libri importati dall’Europa», dice Panetta, ma quello che due secoli fa era possibile a Jefferson solo perché era «estremamente ricco», grazie alla globalizzazione è diventato molto meno costoso «per tutti».
È un invito a salvaguardare «i benefici dell’integrazione globale» quello di Panet…
Il governatore di Bankitalia Fabio Panetta non pronuncia mai quel nome: Donald Trump. Ma per parlare dei benefici del commercio globale, e soprattutto dei costi di una spirale protezionistica, tra i tanti esempi possibili sceglie proprio uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Thomas Jefferson. Forse anche pensando alle varie azioni di guerra commerciale - tutte fallimentari - che da presidente tentò contro le potenze europee. «La sua casa era piena di vino, mobili e libri importati dall’Europa», dice Panetta, ma quello che due secoli fa era possibile a Jefferson solo perché era «estremamente ricco», grazie alla globalizzazione è diventato molto meno costoso «per tutti».
È un invito a salvaguardare «i benefici dell’integrazione globale» quello di Panetta, ora che Trump minaccia di imporre tariffe a tutto campo, del 60% sulle merci cinesi e del 20 su quelle di tutti gli altri, “alleati” europei compresi. Il costo prima di tutto lo pagherebbero gli americani, suggerisce Panetta, citando ricerche che mostrano come le tariffe del 2018 - il Trump prima versione, sempre non citato - «sono state trasmesse interamente ai consumatori statunitensi». Ma in caso di una radicale frammentazione del mondo in blocchi, aggiunge il governatore, «alcune ricerche suggeriscono che l’impatto potrebbe superare il 6% del Pil globale negli scenari più estremi». Pari a quello che ebbe il Covid nel 2020, spiega una nota della versione scritta del discorso.
Panetta non fa certo una difesa ingenua del mondo che fu. Riconosce tutte le «vulnerabilità», nuove e vecchie, prodotte da anni di globalizzazione sfrenata: la nostra dipendenza da alcuni fornitori come Russia e Cina, i rischi geopolitici che questa porta, il costo pagato dai lavoratori più esposti nei Paesi avanzati, l’incapacità delle istituzioni internazionali di far rispettare le regole, permettendo a Pechino di costruire a suon di sussidi distorsivi una superpotenza industriale. Ma vista la complessità dell’economia globale, cercare di risolvere questi problemi con «barriere protezionistiche generalizzate è un’illusione da evitare», perché sarebbe come «fare una complessa operazione chirurgica con un coltello da cucina: i tentativi di dividere l’economia globale in blocchi rivali farebbero più male che bene, e una escalation di barriere commerciali porterebbe a perdite di efficienza e benessere per tutti».
Non sarebbe neppure vera protezione, perché le barriere potrebbero essere aggirate e renderebbero tutte le economie più rigide, esposte agli shock e all’inflazione, il tema più sensibile per i guardiani delle monete. L’intervento di Panetta apriva una giornata di dibattito sulla frammentazione globale e i suoi effetti, organizzata da Bankitalia nell’ambito del G7. E alcuni studi degli economisti di Via Nazionale e delle altre Banche centrali europee calcolano l’impatto potenziale di una radicale divisione in mondo in blocchi, democrazie contro autocrazie, fino al 9% del Pil comunitario - perfino più alto di quello citato da Panetta - e un’impennata di inflazione del 4% nel primo anno.
Ma con Trump la minaccia è anche di una frattura transatlantica, tutta interna al blocco occidentale. Che fare allora? Per portare avanti il “derisking”, cioè la politica europea di riduzione delle dipendenze strategiche, Panetta cita quattro principi che suonano come un controcanto al trumpismo, e come un manuale di sopravvivenza al suo ritorno. Informazione, cioè capire dove si è vulnerabili. Innovazione, la prima strada per costruire una maggiore autonomia industriale e tecnologica. Flessibilità, visto che lo scenario cambia costantemente. E cooperazione, forse il più difficile considerato il disprezzo del presidente eletto americano verso qualsiasi regola o istituzione internazionale. «Dobbiamo mantenere la cooperazione davvero globale - ha concluso Panetta - o almeno, ma è un’opzione peggiore, rafforzare la cooperazione tra Paesi con gli stessi principi. In gioco c’è molto più dell’economia: libertà, prosperità e pace».