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Salvatore Rossi: “L’Italia non cerchi favori da Trump, solo unita l’Europa può rispondere ai dazi”

Salvatore Rossi è stato direttore generale della Banca d'Italia e presidente di Tim

 

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Per l’ex direttore generale di Bankitalia “andare alla spicciolata a invocare condizioni migliori sarebbe un errore clamoroso”. E sulla crescita italiana: “Era fatale che tornasse stagnante, le debolezze strutturali sono sempre le stesse”
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ROMA – «Trump cercherà di dividere l’Europa e trattare direttamente con i vari Paesi, il vecchio divide et impera: andare da lui per cercare di ottenere condizioni migliori degli altri sarebbe un errore clamoroso per il nostro governo, prima di tutto per gli interessi italiani». Salvatore Rossi, economista, è stato direttore generale della Banca d’Italia fino al 2019, i primi anni di Trump alla Casa Bianca, e poi presidente di Tim.

I dazi sulle merci europee che Trump ha promesso arriveranno davvero o sono una minaccia per trattare?

«Penso siano prima di tutto una minaccia, che lui faccia annunci roboanti per costruirsi una base negoziale più forte. Trump è un populista, ma non è ideologico: è un imprenditore negoziatore e ha quel po’ di dimestichezza con l’economia per sapere che i dazi li pagano i popoli dei Paesi che li mettono, sotto forma di inflazione. Il suo obiettivo è ridurre il deficit commerciale americano».

ROMA – «Trump cercherà di dividere l’Europa e trattare direttamente con i vari Paesi, il vecchio divide et impera: andare da lui per cercare di ottenere condizioni migliori degli altri sarebbe un errore clamoroso per il nostro governo, prima di tutto per gli interessi italiani». Salvatore Rossi, economista, è stato direttore generale della Banca d’Italia fino al 2019, i primi anni di Trump alla Casa Bianca, e poi presidente di Tim.

I dazi sulle merci europee che Trump ha promesso arriveranno davvero o sono una minaccia per trattare?

«Penso siano prima di tutto una minaccia, che lui faccia annunci roboanti per costruirsi una base negoziale più forte. Trump è un populista, ma non è ideologico: è un imprenditore negoziatore e ha quel po’ di dimestichezza con l’economia per sapere che i dazi li pagano i popoli dei Paesi che li mettono, sotto forma di inflazione. Il suo obiettivo è ridurre il deficit commerciale americano».

Abbaia ma non morderà?

«Qualcosa farà, non fosse altro che per dimostrare che non abbaia e basta. Ma se i suoi “avversari” non si fanno prendere dal panico sono fiducioso che possa prevalere la razionalità e che questa guerra commerciale rimanga a bassa intensità, senza fare troppi danni. Anche se non è scontato».

Quindi se i dazi arrivassero l’Europa non dovrebbe reagire?

«Dovrebbe imporre per forza delle controtariffe, non ci si può far schiaffeggiare impunemente. Ma dovrebbe farlo con intelligenza e in modo proporzionato per evitare una escalation. Prima di tutto però dovrebbe restare coesa».

Pensa che il governo italiano potrebbe cercare di sfruttare la sua vicinanza politica con Trump per trattare singolarmente e provare a salvaguardare il proprio export?

«Andare alla spicciolata a invocare condizioni migliori è quello che Trump vuole, un errore clamoroso e il modo sicuro per perdere tutti. Credo che il governo lo sappia e non lo farà, almeno non in modo acritico. Gli Stati Uniti sono troppo più potenti, quello che deve fare un Paese piccolo e relativamente poco importante come il nostro è battersi perché l’Europa risponda compatta. Solo unita l’Unione ha un peso comparabile agli Stati Uniti».

Ma l’Europa cosa può offrire a Trump? Il suo surplus è così ampio che è molto difficile ribilanciarlo.

«In un mercato libero non si possono coartare più di tanto le scelte dei consumatori e obbligarli a comprare americano. Potrebbe proporre di comprare più gas statunitense».

Trump se lo farà bastare?

«Il rischio è che vada fuori controllo e commetta atti esagerati, che provocherebbero reazioni altrettanto eccessive e quindi una escalation. Ripeto però: sono convinto la razionalità prevarrà anche negli Stati Uniti, se non quella di Trump quella della classe dirigente. Il presidente non è libero di fare tutto ciò che vuole».

Il Commissario Gentiloni ha detto che sarebbero Italia e Germania a pagare il prezzo maggiore dei dazi. Lo pensa anche lei?

«Sì, sono i Paesi europei che hanno il surplus maggiore con gli Stati Uniti».

Potrebbero costare fino a un punto di Pil, secondo il governatore della Bundesbank.

«Le incognite sono troppe, fare previsioni ora è un esercizio troppo acrobatico».

L’incertezza non è in ogni caso un danno per le imprese? La ripresa dell’industria e dell’economia italiane si allontano?

«Nulla è peggio dell’incertezza per gli imprenditori. Il risultato non potrà che essere un abbassamento delle prospettive di crescita, o addirittura una recessione in Europa e in Italia».

Finora le nostre aziende, flessibili e con mercati diversificati, sono state più brave delle concorrenti a rispondere agli shock. Sarà così anche nel mondo che si frammenta?

«La diversificazione ci rende un bersaglio più mobile della Germania, che ha puntato tutto su grandi settori manifatturieri. Ma parlerei di minor debolezza, non di più forza. In questo gioco più si è grandi e forti meno è probabile subire danni».

Le nuove stime della Commissione dicono che l’Italia tonerà fanalino di coda della crescita nel 2026. La corsa post Covid è stata una illusione?

«Abbiamo avuto una ripresa un po’ più forte degli altri, ma soffriamo da vent’anni delle stesse debolezze strutturali, come la piccola dimensione delle imprese e un livello tecnologico più basso di quello che servirebbe: era fatale che tornassimo a una crescita stagnante, a divergere dal resto dell’Europa».

Di certo il ritorno di Trump rende ancora più urgente lo scatto dell’Europa invocato da Draghi. Ma lo rende più probabile?

«Me lo chiedo anche io, forse è un wishful thinking. La speranza però è l’ultima a morire».

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