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Lo spettro dell’inflazione si riaffaccia sui mercati

(Photo by Kirill KUDRYAVTSEV / AFP)

 

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Il timore è che le politiche di Trump possano favorire una nuova impennata dei prezzi a livello globale
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Soltanto a fine agosto, dal palcoscenico di Jackson Hole, il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell celebrava la sconfitta dell’inflazione inaugurando il nuovo ciclo monetario statunitense di ribasso dei tassi di interesse. Nemmeno tre mesi dopo, tra dati che indicano un’inflazione persistente e il ritorno di Donald Trump alla presidenza americana con le sue politiche protezionistiche, ci si domanda se lo spettro della crescita dei prezzi possa già tornare a fare paura, tanto al di qua quanto al di là dell’oceano, suggerendo alle banche centrali cautela nelle espansioni monetarie avviate.

Non è un caso che i mercati dei titoli di Stato statunitensi ed europei abbiano risposto a caldo alla notizia della vittoria elettorale di Trump con un forte rialzo dei rendimenti e un annesso calo delle quotazioni. Gli ultimi dati sull’inflazione sono arrivati dagli Stati Uniti, dove a ottobre i prezzi al consumo sono saliti del 2,6%, in linea con le attese degli analisti ma in acceleraz…

Soltanto a fine agosto, dal palcoscenico di Jackson Hole, il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell celebrava la sconfitta dell’inflazione inaugurando il nuovo ciclo monetario statunitense di ribasso dei tassi di interesse. Nemmeno tre mesi dopo, tra dati che indicano un’inflazione persistente e il ritorno di Donald Trump alla presidenza americana con le sue politiche protezionistiche, ci si domanda se lo spettro della crescita dei prezzi possa già tornare a fare paura, tanto al di qua quanto al di là dell’oceano, suggerendo alle banche centrali cautela nelle espansioni monetarie avviate.

Non è un caso che i mercati dei titoli di Stato statunitensi ed europei abbiano risposto a caldo alla notizia della vittoria elettorale di Trump con un forte rialzo dei rendimenti e un annesso calo delle quotazioni. Gli ultimi dati sull’inflazione sono arrivati dagli Stati Uniti, dove a ottobre i prezzi al consumo sono saliti del 2,6%, in linea con le attese degli analisti ma in accelerazione dal 2,4% di settembre. Nell’area dell’euro, la stima “flash” di Eurostat ha fotografato un’inflazione annua al 2% a ottobre, rispetto all’1,7% di settembre, trainata dal settore dei servizi.

Secondo Lorenzo Codogno, visiting professor alla London School of Economics e già capo economista del ministero dell’Economia, «l’inflazione da servizi è sostanzialmente stabile da un anno attorno al 4 per cento. Dovrebbe essere l’effetto ritardato delle tensioni passate, e quindi gradualmente svanire in un prossimo futuro, consentendo all’inflazione complessiva di stabilizzarsi in area 2 per cento».

Detto ciò, per Codogno è indubbio che «la potenziale introduzione di tariffe da parte di Trump e le relative reazioni da parte di altri Paesi potrebbero portare a una guerra commerciale con inevitabili ripercussioni sull’inflazione a livello internazionale; ma per questo ci vorrà del tempo. Il rallentamento nel passo di riduzione dei tassi più probabilmente avverrà sull’altro lato dell’Atlantico e solo successivamente, se necessario, in Europa».

L’andamento del tasso sui depositi della Bce

Dopo l’ultima sforbiciata ai tassi da 25 punti base, effettuata dalla Bce a ottobre e dalla Fed a inizio novembre, i riflettori sono rivolti alle riunioni monetarie di dicembre. «Il mercato - commenta Richard Flax, responsabile investimenti di Moneyfarm - attualmente valuta circa il 60% di possibilità di un terzo taglio quest’anno negli Usa, riflettendo le attuali preoccupazioni sulla persistenza dell’inflazione, anche a fronte di una riduzione della crescita. Se le pressioni inflazionistiche saranno confermate, i mercati potrebbero stimare dei tagli dei tassi più contenuti in futuro, il che suggerisce una prospettiva di investimento più cauta per l’anno che verrà».

Basandosi sui dati storici e sulle stime relative al deficit fiscale statunitense, gli esperti di Payden & Rygel dubitano che l’inflazione possa rialzare la testa. «L’accelerazione dei prezzi - osservano - è stata determinata soprattutto dall’entità senza precedenti degli stimoli fiscali messi in campo durante il Covid-19 e delle misure erogate a seguito dell’interruzione delle catene di approvvigionamento. Uno stimolo di portata tale da far impallidire anche gli sforzi fiscali del primo mandato di Trump. Inoltre, le proiezioni attuali sono ben diverse rispetto a quelle dell’era Covid: per questo crediamo che gli investitori possano stare sopravvalutando l’impatto della politica fiscale sui tassi di interesse».

Come spiega Antonella Manganelli, ad di Payden & Rygel Italia, «dubitiamo che i piani fiscali di Trump possano alimentare una risalita importante dell’inflazione, almeno nel breve periodo. Anche l’impatto dei nuovi dazi non sarà, a nostro avviso, significativo». Da qui l’attesa di un nuovo taglio dei tassi da 25 punti della Fed a dicembre, «mentre per il 2025 ci aspettiamo che il ritmo delle riduzioni rallenti. La nostra visione a 6-12 mesi - sintetizza Manganelli - rimane quella di una crescita economica continua, con un basso tasso di disoccupazione e un’inflazione moderata. Su un orizzonte di 12 mesi, questo scenario di “atterraggio morbido” potrebbe tradursi in tassi d’interesse più bassi lungo tutta la curva e in una continua sovraperformance del credito sui titoli governativi».

Anche Marco Lossani, professore di economia politica dell’università Cattolica di Milano, tende a «escludere che, dopo i dati sull’inflazione di ottobre, la Bce possa cambiare idea sui tassi». Più in generale, «le politiche prospettate da Trump possono far ritenere che possa esserci una recrudescenza in termini di crescita dei prezzi, ma di qui a ipotizzare una inversione di rotta delle banche centrali ce ne passa».

Intanto, come fa notare Codogno, «i mercati finanziari attualmente esprimono sia la preoccupazione di un minore allentamento monetario, sia i rischi di forte stimolo fiscale negli Stati Uniti. Molto dipenderà dall’atteggiamento della nuova amministrazione Trump. I primi segnali sulla squadra del neo presidente non sono incoraggianti e quindi i rischi di tassi più elevati sulla parte a lungo termine della curva dei rendimenti sono concreti e preoccupanti».

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