Raghuram Rajan: “Una guerra commerciale manderebbe l’Europa in recessione”
di Filippo SantelliL'economista Raghuram Rajan con il presidente di Banca Ifis Ernesto Fürstenberg Fassio alla consegna del Premio Bancor, organizzato dalla stessa banca con l'Associazione Guido Carli
ROMA – «Nel protezionismo non vince nessuno: non risolverà i problemi degli americani, penalizzerà i Paesi emergenti e potrebbe mandare l’Europa in recessione». L’indiano Raghuram Rajan è uno degli economisti più autorevoli al mondo: già capo economista del Fondo monetario e governatore della Banca centrale, oggi insegna all’Università di Chicago. «In questa incertezza non è ancora il momento per le Banche centrali di allungare l’orizzonte delle politiche monetarie», dice a Roma dove riceve il Premio Bancor promosso da Banca Ifis e dall’Associazione Guido Carli, e all’alba del Trump bis spiega come «proteggere il nostro futuro dalla frammentazione globale».
Si aspettava la vittoria di Trump?
«Mi hanno sorpreso le proporzioni. Ma in tutte le nazi…
ROMA – «Nel protezionismo non vince nessuno: non risolverà i problemi degli americani, penalizzerà i Paesi emergenti e potrebbe mandare l’Europa in recessione». L’indiano Raghuram Rajan è uno degli economisti più autorevoli al mondo: già capo economista del Fondo monetario e governatore della Banca centrale, oggi insegna all’Università di Chicago. «In questa incertezza non è ancora il momento per le Banche centrali di allungare l’orizzonte delle politiche monetarie», dice a Roma dove riceve il Premio Bancor promosso da Banca Ifis e dall’Associazione Guido Carli, e all’alba del Trump bis spiega come «proteggere il nostro futuro dalla frammentazione globale».
Si aspettava la vittoria di Trump?
«Mi hanno sorpreso le proporzioni. Ma in tutte le nazioni industriali la classe media è arrabbiata per l’economia e perché è più difficile trovare un buon posto di lavoro».
I dazi sono una soluzione?
«No, perché il fattore più importante nella perdita di posti di lavoro non è la globalizzazione, bensì la tecnologia. Puoi anche alzare dei muri, ma quella non la fermi... ora arriva anche l’Intelligenza artificiale. La vera soluzione è una formazione che prepari i lavoratori al futuro, con i dazi il solo risultato sarà un aumento dei prezzi».
Ci ritroveremo in una guerra commerciale? Che effetti avrebbe sulla crescita globale?
«Se le tariffe fossero moderate e una tantum gli effetti sarebbero trascurabili. Se invece la situazione degenerasse con ritorsioni varie potrebbe portare a una recessione, di certo in Europa. Una escalation è possibile, però credo ancora possa prevalere il buon senso e si negozi».
Perché?
«Una guerra commerciale farebbe crollare i mercati, che su Trump hanno una certa influenza».
L’effetto sui prezzi rallenterà il taglio dei tassi della Fed?
«Con una guerra tariffaria i tassi sarebbero più alti più a lungo, ma - appunto - non è detto scoppi. La Fed aspetterà le mosse di Trump».
La sua indipendenza sarà messa in discussione?
«Non penso, il governatore Powell ha già detto che finirà il suo mandato. Spererei che per il successore, nel caso Trump voglia nominare una persona senza le competenze, il Congresso e i mercati sussurrino che non è una buona idea».
In Europa, dove l’inflazione scende e l’economia boccheggia, la Bce dovrebbe dare garanzie di medio periodo sulla discesa dei tassi anziché decidere “volta per volta”?
«C’è così tanta incertezza, specie con l’esito delle elezioni americane, che mi pare difficile per le Banche centrali offrire più orizzonte. Non andrei oltre quello che so».
La Ue come dovrebbe muoversi nel mondo che si frammenta?
«Cercare di negoziare con Trump e aprire nuovi canali per le proprie merci, parlando con Cina, India, Giappone, gli altri emergenti».
Non deve difendere la propria industria dalle merci cinesi, alzando a sua volta tariffe?
«Non credo che la soluzione sia tagliarle fuori. Bisogna essere prudenti, evitare dipendenze, ma la Cina è leader in una serie di settori, come le batterie, e ha bisogno di mercati di sbocco: ci sono spazi per negoziare investimenti in Europa e anche una condivisione delle tecnologie».
La frammentazione globale è una tendenza inesorabile?
«Il fatto che la più grande economia del mondo si rivolti contro la globalizzazione, che lei stessa ha costruito, la accelererà. E Trump darà forza a partiti e ricette populiste in tutto il mondo: ognuno vorrà essere “great again” a spese degli altri. E’ una deriva preoccupante. Ma ci sono anche delle ragioni di speranza: gli elettori a un certo punto si accorgeranno che quelle ricette non funzionano e ci sono tanti Paesi interessati a difendere l’apertura. Vedo lo spazio per un dialogo, anche ora che la grande potenza è piegata su se stessa».