Uil: “Servizi, salari giù oltre la media. Adeguarli all’inflazione e redistribuire la produttività”
di Rosaria AmatoROMA – In Italia i salari reali sono calati dell’8% tra il 2010 e il 2022, ma nel terziario, dove i rinnovi arrancano e gli stipendi sono in media più bassi, anche a causa del dumping contrattuali, la perdita è ancora maggiore, del 13,5%. Ecco perché la UilTucs, che presenta stamane a Roma l’indagine “Terziario. Per un nuovo sistema di relazioni sindacali”, propone di agganciare i salari al tasso di inflazione generale (il Nic), e non più all’Ipca, che è un tasso convenzionale che non permette di recuperare per intero la perdita del potere d’acquisto. Un indice che «i sindacati hanno accettato nel ‘93 per senso di responsabilità, per far entrare questo Paese in Europa», ricorda il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. Mentre adesso «agganciare i rinnovi contrattuali all’Ipca significa negare la realtà». Il segretario generale della UilTucs Paolo Andreani lancia inoltre l’idea di un contratto unico del terziario, con declinazioni settoriali e contratti di secondo livello…
ROMA – In Italia i salari reali sono calati dell’8% tra il 2010 e il 2022, ma nel terziario, dove i rinnovi arrancano e gli stipendi sono in media più bassi, anche a causa del dumping contrattuali, la perdita è ancora maggiore, del 13,5%. Ecco perché la UilTucs, che presenta stamane a Roma l’indagine “Terziario. Per un nuovo sistema di relazioni sindacali”, propone di agganciare i salari al tasso di inflazione generale (il Nic), e non più all’Ipca, che è un tasso convenzionale che non permette di recuperare per intero la perdita del potere d’acquisto. Un indice che «i sindacati hanno accettato nel ‘93 per senso di responsabilità, per far entrare questo Paese in Europa», ricorda il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. Mentre adesso «agganciare i rinnovi contrattuali all’Ipca significa negare la realtà». Il segretario generale della UilTucs Paolo Andreani lancia inoltre l’idea di un contratto unico del terziario, con declinazioni settoriali e contratti di secondo livello che permettano di recuperare pienamente la produttività, con adeguamenti economici biennali.
Importante, afferma Bombardieri, anche la misurazione della rappresentanza contrattuale, perché altrimenti «quando incontriamo a Palazzo Chigi ci ritroviamo con 16 sigle, di cui una ha solo una sede in Puglia e una a Brescia. Una situazione che fa dire però al governo che su 16 sigle solo due non sono d’accordo. Peccato che queste due rappresentino la maggioranza dei lavoratori in questo Paese». La Uil rilancia inoltre la richiesta di detassare gli aumenti contrattuali e la contrattazione di secondo livello.
La proposta della UilTucs
La proposta della UilTucs, che è stata rilanciata dal segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri, prevede anche che «l’adeguamento biennale del salario nazionale di settore all’inflazione», e l’introduzione per via contrattuale di «un meccanismo di recupero certo di una parte sostanziale dell’inflazione reale nei casi di mancato accordo e di scostamento tra salari e inflazione».
Altri punti: «assicurare che gli accordi aziendali prevedano erogazioni di salario legate alla produttività e al suo incremento; introdurre e privilegiare l’incremento della produttività del lavoro accanto agli indicatori di redditività, efficienza, ed efficacia fin qui usati nella distribuzione organizzata; assicurare la partecipazione e l’accesso dei lavoratori all’organizzazione del lavoro delle imprese, ai bilanci e ai dati sulla base dei quali l’impresa determina il raggiungimento degli obiettivi per l’erogazione dei premi. Infine, estendere e rafforzare forme di contrattazione territoriale con meccanismi di redistribuzione di quote della produttività del lavoro». Infatti la produttività è molto lontana al momento da parametri equi di redistribuzione: «La contrattazione decentrata nei servizi copre solo il 15% dei lavoratori, con una erogazione media molto bassa, compresa tra i 100 e i 500 euro», spiega uno degli autori dell’indagine, Luca Visentini (per due mandati segretario della confederazione europea Etuc).
L’indagine presentata dalla UilTucs accerta che i tempi di rinnovo nel terziario arrivino a punte di 56 mesi, molto più lunghi delle medie già lunghe nel settore. Inoltre il dumping contrattuale, il part-time involontario, e infine anche il parziale aggancio all’inflazione reale, mantengono a livelli molto basse le retribuzioni: è il settore dove c’è un’ampia presenza di lavoro povero.
Salari italiani fanalino di coda
I salari nominali medi in Italia nell’ultimo decennio sono cresciuti meno dell’inflazione, e sono arretrati in termini reali (-8%), a fronte di una crescita dei salari reali negli altri Paesi (tra il +2% e il +15%). L’erosione del potere d’acquisto è stata ancora più grave nel terziario, dove i salari sono arretrati dell’11,4% rispetto all’indice Ipca-Nei, e del 13,5% rispetto all’inflazione reale rilevata dall’indice Nic dei prezzi al consumo.
La produttività cresce
Segno più invece per la “produttività del lavoro” (calcolata tenendo conto del valore aggiunto e dell’effettivo apporto del lavoro alla crescita della produttività), che in Italia è cresciuta in tutti i settori, con l’eccezione dell’agricoltura, con una media del +3,2%.
Estrapolando il macrosettore dei servizi (commercio, turismo, trasporti e logistica), la produttività del lavoro è cresciuta del +7,8%, contro la media nazionale del +3,2%. Se si considera il solo commercio la produttività del lavoro è cresciuta molto più della media nazionale (+16,3% contro +3,2%). Inoltre, tra il 2015 e il 2021, il Mol (Margine operativo lordo) delle imprese è cresciuto nel commercio del 44,9%. Per contro gli investimenti nel commercio sono ristagnati (+1,6%).
Ma non viene redistribuita
«Da questi dati relativi al settore del commercio – rileva il segretario generale Uiltucs Paolo Andreani - si può perciò dedurre che, nonostante la pandemia e le sue conseguenze le imprese hanno accumulato utili enormi. Quasi nulla di questi utili è stato reinvestito, contribuendo alla spirale inflattiva e alla stagnazione dell’economia del Paese. La produttività del lavoro del commercio è cresciuta 5 volte di più della media degli altri settori, ma non è stata minimamente redistribuita al lavoro. Questo scenario si somma alla situazione sconfortante dei salari nazionali, con il crollo del potere d’acquisto che getta la maggioranza dei lavoratori del settore in una situazione di povertà. Una seria riforma del sistema contrattuale – conclude Andreani – non è più rinviabile, se si vuole restituire al mondo del lavoro la dignità che gli spetta».