ROMA — Tutti a casa Meloni, domenica sera. È il vertice-apericena. Dopo dieci giorni di bisticci e frecciate a distanza, i leader del centrodestra si ritrovano nel salotto della premier. Palazzo Chigi apre le porte ai cronisti verso le 18, ma in quel momento le auto blu dei due vice-premier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, sfrecciano già verso il Torrino. Match di coppa Davis sullo sfondo, il quartetto (c’era pure Maurizio Lupi di Noi moderati) davanti al titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, discute per due ore e mezza soprattutto di manovra ma anche delle deleghe del ministro Raffaele Fitto, neo-commissario Ue, che vanno riassegnate entro una settimana, perché si dimetterà il 1° dicembre; di Benjamin Netanyahu che il leghista accoglierebbe con un «benvenuto» nonostante il mandato di arresto internazionale su cui la premier e il capo della Farnesina predicano prudenza. E poi ancora dei giudici della Corte costituzionale su cui azzurri ed ex lumbard devono accordarsi, perché i nomi che indicherà la maggioranza sono due e uno spetta a FdI, che ha già scelto Francesco Saverio Marini.
Una sfilza di portate politiche nel menù. Anche per questo Meloni opta per un convivio domestico, lontano dal Palazzo: senza staff e delegazioni al seguito. Obiettivo: una discussione franca, ad ampio spettro, e col rischio spifferi ridotto al minimo.
Ai due vice, la premier chiede di mettere fine alla batteria di annunci, rilanci, pressioni sulla finanziaria. «Niente bandierine». Qualche emendamento si farà, ma solo se condiviso da tutte e quattro le forze di maggioranza. Senza sgambetti o fughe in avanti, perché i soldi in cassa sono pochi.
L’altro piatto forte è la successione a Fitto, super-ministro a Pnrr, Coesione, Affari Ue e Sud. Quattro deleghe pesanti, che alimentano gli appetiti non solo dentro FdI (a cui da manuale Cencelli spetta il dicastero), ma anche di qualche forzista, che sogna un posto da sottosegretario, magari per ricompensare gli sforzi di Tajani sul Ppe per blindare il pugliese nell’Ursula bis. Meloni ha intenzione di scegliere da sola il successore e il pacchetto, non c’è nemmeno bisogno di ribadirlo, resterà nel paniere dei Fratelli. Ma la premier sceglie comunque di condividere il percorso con gli alleati, per evitare sgarbi. Senza fare nomi, spiega che terrà le deleghe a Palazzo Chigi fino a dopo l’approvazione della legge di bilancio. Dunque, se ne riparlerà a gennaio: niente fretta. E niente fibrillazioni in piena manovra. Non prenderà l’interim direttamente, Meloni, ma assegnerà l’incarico a uno o più sottosegretari: le ipotesi sono sempre Alfredo Mantovano o Giovanbattista Fazzolari.
Mentre Salvini continua a insistere sul taglio del canone Rai, «perché è stato approvato da tutti l’anno scorso», Tajani rivendica, con garbo, maggior peso politico per FI, che ora «è la seconda forza di maggioranza», dopo le Europee, e che si è mostrata leale alla coalizione su una misura, l’autonomia, invisa al grosso della sua classe dirigente al Sud. Secondo due fonti a conoscenza dei contenuti del vertice, si discute anche delle sortite di Salvini su Netanyahu. In questo passaggio il ministro degli Esteri ribadisce, davanti a Salvini, che la linea del governo su questioni così delicate la devono esprimere la Farnesina e la presidente del Consiglio, non altri. Quindi «prudenza e lettura delle carte». Quanto ai giudici della Corte costituzionale, il centrodestra rimanda la pratica, confidando di chiudere un accordo col Pd a inizio dicembre. Poco prima delle nove di sera, le auto blu si rimettono in moto. Il primo a uscire è Tajani, atteso a una cena di lavoro col collega francese, Jean-Noel Barrot.