Sono cinque anni che il 5G è arrivato in Italia e — ora possiamo dirlo — quasi non ce ne siamo accorti. Certo, lo pensano gli utenti, compresi quelli che l’hanno attivato sui propri cellulari, magari pure a fronte di costi extra. Né il 5G si è ancora diffuso nelle aziende, dove pure potrebbe migliorare l’automazione, la sicurezza. Sono una trentina i casi di “5G industriale” in Italia, a quanto hanno riferito gli operatori agli osservatori del Politecnico di Milano.
Già, che delusione il 5G. Un problema che riguarda tutta l’Europa, ma l’Italia soprattutto. I dati dicono proprio questo: siamo in ritardo su tutti i fronti, sia per velocità del 5G sia per adozione da parte di utenti e aziende. I dati di OpenSignal — che mette insieme i test di veloc…
Sono cinque anni che il 5G è arrivato in Italia e — ora possiamo dirlo — quasi non ce ne siamo accorti. Certo, lo pensano gli utenti, compresi quelli che l’hanno attivato sui propri cellulari, magari pure a fronte di costi extra. Né il 5G si è ancora diffuso nelle aziende, dove pure potrebbe migliorare l’automazione, la sicurezza. Sono una trentina i casi di “5G industriale” in Italia, a quanto hanno riferito gli operatori agli osservatori del Politecnico di Milano.
Già, che delusione il 5G. Un problema che riguarda tutta l’Europa, ma l’Italia soprattutto. I dati dicono proprio questo: siamo in ritardo su tutti i fronti, sia per velocità del 5G sia per adozione da parte di utenti e aziende. I dati di OpenSignal — che mette insieme i test di velocità fatti dagli utenti — pongono l’Italia al 41esimo posto su 56 Paesi per velocità del 5G. Prima, la Corea del Sud; poi Danimarca e Norvegia. Francia 14esima, Germania 28esima.
La conferma in un recente studio I-Com (Istituto per la competitività), dove risulta che tra gli utenti con un’offerta 5G, soltanto il 12,4% ha riscontrato un notevole miglioramento delle prestazioni rispetto al 4G. Nessun vantaggio per il 44% di loro.
La velocità di download
In teoria abbiamo una super copertura 5G, del 99,5%sulla popolazione, ma «solo in piccolissima parte è fatta con il vero 5G, cosiddetto stand alone, basato su infrastrutture dedicate», spiega Domenico Salerno, direttore area digital per I-Com. Il vero 5G è frenato dalle amministrazioni locali, che danno in ritardo le autorizzazioni per le antenne, violando la legge, secondo uno studio I-Com.
È anche vero però che gli operatori italiani ora sono restii a investire in infrastrutture: i profitti sono al palo da anni; i conti sono gravati anche dagli alti costi — record in Europa — per le stesse licenze 5G, pagate allo Stato per l’uso delle frequenze. «Sul versante della domanda la situazione non è migliore - aggiunge Salerno - da una nostra recente analisi è emerso che solo il 47% dei consumatori italiani dispone di un’offerta mobile con il 5G. L’altra metà si è dichiarata in netta prevalenza (l’81,4%) non interessata a questo servizio, almeno allo stato attuale».
Pesa l’assenza di un motivo per passare al 5G. Un po’ perché la velocità reale ora non si discosta poi dal 4G; un po’ perché sono ancora sottosviluppate le soluzioni più innovative che sfrutterebbero al meglio le caratteristiche della nuova rete. Ossia, non solo più velocità (in particolare se è un “vero” 5G) ma anche maggiore affidabilità e reattività della rete (bassa “latenza”).
Eppure davanti a noi, in potenza, c’è un futuro interessante. Lo vediamo in particolare nelle applicazioni industriali basate su reti private 5G (a uso e consumo di singole aziende). «Magazzini, fabbriche, porti stanno usando reti 5G private industriali per diversi scopi», spiega Alessia Valsecchi, che si occupa di questo settore per gli osservatori del Politecnico di Milano.
Le reti private 5G servono tra l’altro, con sensori e videocamere intelligenti, a monitorare infrastrutture fisse come impianti ausiliari (illuminazione, climatizzazione) e impianti di produzione (ad esempio, linee di montaggio e sistemi di trasporto); a supportare la comunicazione in tempo reale tra macchine; per l’automazione di veicoli e sistemi mobili (come droni, robot Agv ossia a guida automatizzata); per il controllo da remoto di macchinari e robot. Ma anche per supportare da remoto tecnici e personale che lavorano sul campo, con tecnologie di realtà aumentata.
Il 5G è ideale per coprire con internet grandi spazi aperti, dove il Wi-Fi non andrebbe bene. «Un caso di eccellenza è l’automazione dello stabilimento Tesla a Berlino», spiega Valsecchi. La Germania è il Paese europeo con il maggior numero di reti private: «Ha circa il 23% degli annunci totali in questo ambito in Europa e registra il tasso di crescita più significativo». L’Italia ha invece circa il 7% dei progetti attivi in Europa.
Un caso notevole è quello dell’automazione del porto di Genova. Ma c’è anche Snam che coprirà col 5G tutti i propri 23 impianti italiani per la distribuzione gas (per ora è solo nello stabilimento di Fiume Treste in Abruzzo). La rete permetterà di avere sensoristica di campo come misuratori di pressione, vibrazione ed altri meter in grado di raccogliere localmente grandi quantità di dati e di inviarli alla centrale.
Per gli osservatori del Politecnico di Milano spicca anche il caso Solvay (multinazionale belga della chimica) che ha messo una rete 5G privata nello stabilimento produttivo di Spinetta Marengo (Alessandria). L’obiettivo è quello di raccogliere enormi quantità di dati in tempo reale dai dispositivi interconnessi sulle macchine di produzione. Informazioni utili a ottimizzare i processi produttivi e la manutenzione dei macchinari. Casi di eccellenza. Ma ancora, in Italia soprattutto, troppo pochi.