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Il fortino Fed resiste a Trump

(reuters)

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Il mandato del presidente Powell scade nel 2026 La richiesta di dimissioni dei repubblicani per ora è stata respinta. Ma la sfida sui tassi prosegue
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Qualche settimana fa, subito dopo le elezioni americane, Jay Powell, Presidente della Fed, ha voluto rassicurare prima di chiunque altro i suoi colleghi governatori riuniti a Basilea alla Bri. «Sappiate una cosa — ha detto Powell — non me ne andrò». Era la prima risposta del capo della Fed a Donald Trump, presidente eletto, che aveva chiesto le sue dimissioni nel corso della campagna elettorale. Di più, il 14 novembre scorso in un discorso alla Fed di Dallas, Powell ha anticipato che i ritmi per la diminuzione dei tassi di interesse potrebbero rallentare. Un’altra dichiarazione di indipendenza dopo che Trump aveva anche minacciato di limitare l’autonomia della Fed in materia di politica monetaria.

i principali indicatori dell’economia Usa

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Qualche settimana fa, subito dopo le elezioni americane, Jay Powell, Presidente della Fed, ha voluto rassicurare prima di chiunque altro i suoi colleghi governatori riuniti a Basilea alla Bri. «Sappiate una cosa — ha detto Powell — non me ne andrò». Era la prima risposta del capo della Fed a Donald Trump, presidente eletto, che aveva chiesto le sue dimissioni nel corso della campagna elettorale. Di più, il 14 novembre scorso in un discorso alla Fed di Dallas, Powell ha anticipato che i ritmi per la diminuzione dei tassi di interesse potrebbero rallentare. Un’altra dichiarazione di indipendenza dopo che Trump aveva anche minacciato di limitare l’autonomia della Fed in materia di politica monetaria.

i principali indicatori dell’economia Usa

I due binari paralleli

Ecco dunque che per Powell, in attesa dell’insediamento di Trump, si aprono due binari paralleli, il primo riguarda la gestione degli affari correnti in materia di politica monetaria, sfida non da poco considerando la volatilita’ dei dati economici e l’imminente guerra tariffaria. Il secondo riguarda la battaglia politica trumpiana per il controllo della Fed. Cominciamo dal binario della politica, il piu’ importante sul piano storico: una sottomissione della Fed alla Casa Bianca e la defenestrazione del governatore, significherebbe la perdita di un punto di riferimento stabile per i mercati globali. Un disastro! Credo di poter azzardare che nessuna di queste due minacce di Trump si verificherà. Nel primo caso quando nel 2019 Trump fece minacce simili da presidente, Powell osservò: «Non lascerò mai e poi mai questo lavoro fino alla fine del mio mandato… non vedo alcuna situazione al di fuori della mia morte che possa portarmi a lasciare il mio incarico». Chiarì che una richiesta di dimissioni sarebbe stata illegale visto che il suo mandato scadeva nel maggio del 2026 su ratifica del Senato e avrebbe contestato la richiesta in tribunale persino pagando a sue spese gli avvocati visto che la banca centrale non avrebbe potuto accollarsi i costi. Del resto lo stesso Trump è cosciente di quanto pacchiane possano essere le sue promesse. Durante una conversazione all’Economic Club di Chicago ha ammesso: «Avevo già minacciato di licenziarlo (Powell, ndr) nel mio primo mandato, ma c’era un punto interrogativo sulla mia reale possibilità di farlo». Anche perché l’iter giuridico sarebbe lungo abbastanza da non risolversi prima del 2026.

entrate e spesa

Ma dietro le quinte, Scott Bessent, il candidato prescelto da Trump per guidare il dipartimento al Tesoro, ha escogitato una strategia nuova: ha suggerito a Trump di nominare e confermare subito chi dovrà succedere a Powell nel 2026: «Conta più il nuovo capo in arrivo che quello in uscita — ha detto Bessent — questo svuoterebbe di credibilità Powell ben prima del suo ritiro». Una dichiarazione di questo genere preoccupa non poco, perché sembra dimostrare che il futuro segretario al Tesoro, un ex gestore di fondi di private equity, non abbia la minima idea di come funzionino i mercati: già nelle settimane passate i mercati monetari globali, immensi e fuori da qualunque controllo politico hanno aumentato i rendimenti dei tassi a lunga dei buoni del Tesoro americani sulla base di preoccupazioni di surriscaldamento dell’economia e di un ritorno dell’inflazione dopo i progressi recenti.

La riforma della Fed

Per la questione piu’ ampia della riforma dei poteri della Fed, in teoria sì, basterebbe un semplice progetto di legge per ridurre l’autonomia della Banca Centrale in materia di politica monetaria. E Trump controlla sia Camera che Senato. Ma fino a che punto? Abbiamo già visto che il Senato a maggioranza repubblicana ha inviato un messaggio chiaro al neo presidente bocciando il suo candidato per la leadership e il suo candidato prescelto per il dipartimento per la Giustizia. Con la Fed inoltre l’America vive un paradosso: non è menzionata nella Costituzione fra i poteri che devono mantenere un’autonomia in America, il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario (anche perché è nata molto dopo la Costituzione). In teoria sarebbe alla pari di altre agenzie governative. Ma due giudici della Corte Suprema repubblicana, Sam Alito e Brent Kavanaugh (nominato da Trump) hanno chiarito in modo protettivo che la Fed «ha una sua connotazione di unicità nel panorama delle agenzie americane di governo». Infine, possibile che Trump non si renda conto che con un debito altissimo e con mercati globali autonomi la sua retorica aggressiva contro l’indipendenza della Fed sarebbe controproducente e persino letale soprattutto per l’economia durante la sua presidenza? Credo di sì. Dunque il binario politico farà il suo corso nella normalità fino al 2026 e le minacce di Bessent lasceranno il tempo che trovano.

La gestione monetaria

Resta il binario della gestione monetaria. La settimana scorsa abbiamo visto un indice dei prezzi al consumo che viaggia attorno al 2,8% su base annuale, in leggero aumento rispetto al dato precedente, del 2,7%. Certo rispetto al 7% di inflazione quando si registrarono i valori massimi nel 2022 il progresso è enorme, ma siamo ancora lontani dal tasso del 2% considerato sostenibile dalla Banca Centrale americana. Cosa farà dunque la Fed al suo prossimo incontro del 14 dicembre? Continuerà lungo la linea morbida che stimava una diminuzione dei tassi dal 4,6% attuale al 3,4% entro la fine del 2025? Oggi i Fed Funds oscillano fra il 4.50 e il 4.75%. Powell potrebbe decidere un altro taglio di 25 punti in attesa della conferma degli annunci di Trump sul fronte commerciale. A parte il surriscaldamento dell’economia infatti, l’introduzione di tariffe del 25% contro Messico e Canada promessa la settimana scorsa e di un 10% ulteriore per prodotti di origine cinese conferma che Trump userà la leva tariffe, pericolosamente inflazionistica, per negoziare concessioni.

La questione tempi

Ma, come sempre, la variabile incerta è il tempo. Quanto ci vorrà? Se le tariffe resteranno a lungo l’inflazione è garantita. Per questo è ancora possibile che a dicembre la Fed proceda con altri 25 punti di taglio nonostante la testardaggine apparente dell’inflazione. Poi davanti alle incertezze trumpiane potrebbe fermarsi per qualche tempo, indifferente agli strilli che la Casa Bianca lancerà contro la sua nemesi, la banca centrale americana.

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